L’Editoriale
Il mantenimento della salute e la prevenzione delle malattie non trasmissibili tipiche delle fasi centrali e avanzate della vita cominciano (o dovrebbero cominciare) molto prima di quanto si sia soliti pensare. Il periodo compreso tra il concepimento e i primi due anni di vita — i cosiddetti Primi 1000 giorni — rappresenta infatti una finestra particolarmente sensibile, nella quale nutrizione, ambiente e stili di vita contribuiscono a plasmare lo sviluppo dell’organismo e le traiettorie di salute negli anni successivi.
Ricordando che il contrasto alla malnutrizione – che, come già ribadito nello scorso numero di AP&B non comprende soltanto la sottonutrizione, ma anche gli eccessi, gli squilibri e le carenze di micronutrienti, e che è il fil rouge che collega i contributi che stiamo pubblicando in questi mesi – è cruciale in questa fase di rapida crescita e intensa plasticità biologica.
Ce ne parlano nell’Intervista, Dana El Masri e Francesca Sottotetti, del Laboratorio di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Università degli Studi di Pavia, che spiegano come le abitudini di vita e lo stato nutrizionale e metabolico della futura mamma possono influenzare la fertilità, l’andamento della gravidanza e la salute del bambino, coinvolgendo una serie di processi: la programmazione metabolica, i meccanismi epigenetici, la maturazione del sistema immunitario e del microbiota intestinale, anche attraverso le interazioni con l’allattamento materno e l’ alimentazione complementare.
A uno dei più importanti esempi di prevenzione nutrizionale precoce è dedicato il Tema: la supplementazione con acido folico. Perchè questa vitamina sia efficace, infatti, il fattore tempo è decisivo. L’assunzione dovrebbe iniziare almeno un mese prima del concepimento e proseguire durante il primo trimestre di gravidanza, perché sono proprio le primissime le fasi dello sviluppo embrionale nelle quali esercita la sua azione preventiva; spesso prima che la donna abbia la consapevolezza di essere incinta. Eppure, nonostante le raccomandazioni al proposito siano consolidate, la situazione è ancora lontana dall’essere ottimale: molte donne iniziano ad assumere acido folico soltanto dopo l’inizio della gravidanza, anche nei casi in cui la gravidanza stessa è pianificata. È quindi essenziale che tutti i professionisti sanitari (medici, ginecologi, ostetriche, farmacisti e professionisti della nutrizione) integrino regolarmente il counseling preconcezionale nella pratica quotidiana.
Investire nei Primi 1000 giorni significa trasformare le conoscenze scientifiche in interventi tempestivi e accessibili, capaci di produrre benefici duraturi per la salute delle generazioni future.
Il Tema
Acido folico e salute materno-infantile: il ruolo della supplementazione precoce
Per l’acido folico, il fattore tempo è decisivo. Questa vitamina del gruppo B, nota soprattutto per il ruolo nella prevenzione di alcune malformazioni congenite, deve essere disponibile nell’organismo materno già nelle primissime fasi della gravidanza, quando molte donne non sanno ancora di essere incinte. È proprio in questo breve intervallo, infatti, che si compiono passaggi fondamentali dello sviluppo embrionale.
Da qui nasce una delle raccomandazioni più consolidate della prevenzione materno-infantile: l’assunzione di acido folico nel periodo periconcezionale, cioè prima del concepimento e nelle prime settimane successive alla fecondazione e all’impianto dell’embrione nella parete uterina. Lo stato di salute della donna in questa fase rappresenta un fattore fondamentale per l’andamento regolare della gravidanza e per il benessere del nascituro. In particolare, l’adeguato apporto di micronutrienti, e tra questi dell’acido folico, è cruciale per sostenere lo sviluppo embrionale.
Il tema si inserisce anche nel quadro più ampio dei Primi 1000 giorni di vita, descritto in dettaglio nell’Intervista pubblicata in questo stesso numero di AP&B, ma con una specificità propria: nel caso dell’acido folico, la prevenzione deve cominciare molto presto, idealmente prima ancora che la gravidanza venga riconosciuta. È in questa prospettiva che il periodo preconcezionale assume un significato centrale, non solo come preparazione alla gravidanza, ma come finestra di intervento preventivo.
A spiegare il peso di queste prime fasi è anche il concetto di fetal programming, secondo il quale l’ambiente nutrizionale e metabolico materno può influenzare l’organizzazione e la funzionalità dei sistemi dell’embrione prima, e del feto poi, con possibili effetti a lungo termine sulla salute del bambino e dell’adulto che diventerà.
È dimostrato, infatti, che un’adeguata assunzione di macro e micronutrienti nel periodo preconcezionale e nelle prime settimane di gestazione può ridurre in modo significativo il rischio di alcune malformazioni congenite. Tra gli interventi disponibili, la supplementazione con acido folico rappresenta una misura preventiva semplice, sicura e costo-efficace. Tuttavia, nonostante raccomandazioni ormai consolidate, l’aderenza resta non ottimale in molti Paesi. Per questo è necessario rafforzare le strategie di informazione rivolte sia al personale sanitario sia alle future mamme, così da incrementare la prescrizione nella pratica clinica quotidiana e migliorare l’aderenza all’assunzione di quanto viene consigliato. In questo caso, infatti, la prevenzione non dipende soltanto dal “che cosa” assumere, ma soprattutto dal “quando”.
Che cos’è e dove si trova
L’acido folico è la forma sintetica dei folati, vitamine idrosolubili appartenenti al gruppo B (vitamina B9), che in natura sono presenti soprattutto in diversi alimenti di origine vegetale, come le verdure a foglia verde – per esempio spinaci e broccoli – i legumi, gli agrumi e alcuni ortaggi come asparagi e carciofi. L’acido folico rappresenta invece la forma utilizzata negli integratori e negli alimenti fortificati.
Nell’organismo, i folati svolgono ruoli chiave nei processi metabolici fondamentali, tra cui la sintesi del DNA e dell’RNA, e la replicazione e divisione cellulare. Contribuiscono inoltre alla conversione dell’omocisteina in metionina, un passaggio fondamentale per mantenere normali livelli di omocisteina e garantire un corretto metabolismo cellulare; livelli eccessivamente elevati di omocisteina, infatti, sono associati a un aumentato rischio di complicanze di varia natura, incluse alcune di tipo ostetrico. Per queste ragioni il fabbisogno di folati aumenta in tutte le condizioni caratterizzate da intensa crescita e proliferazione cellulare: la gravidanza è l’esempio perfetto. Durante le prime fasi dello sviluppo embrionale i nuovi tessuti e organi del feto si formano e si differenziano rapidamente all’interno dell’organismo materno. Una carenza di folati in questo periodo critico può interferire con il normale svolgersi di questi delicati processi, aumentando il rischio di anomalie congenite.
Il corretto apporto di folati è quindi essenziale fin dalle primissime settimane di gestazione, quando si verificano passaggi decisivi dello sviluppo embrionale. Tra questi rientra la formazione e la chiusura del tubo neurale, la struttura embrionale da cui avranno origine il cervello e il midollo spinale, entro il 28° giorno dal concepimento, ovvero spesso prima che la gravidanza sia riconosciuta. Ciò rende ragione dell’importanza dell’assunzione di acido folico già prima del concepimento.
Le raccomandazioni: quanto acido folico e da quando
Le linee guida internazionali raccomandano a tutte le donne che pianificano una gravidanza l’assunzione quotidiana di 400 microgrammi (μg), ovvero 0,4 mg, di acido folico. La supplementazione dovrebbe iniziare almeno un mese prima del concepimento e proseguire durante il primo trimestre di gravidanza. Nella pratica clinica, questo implica la necessità di intercettare precocemente le donne in età fertile, anche al di fuori di una esplicita pianificazione di ampliamento della famiglia, informandole circa l’importanza dell’integrazione nel caso si instauri o si cerchi una gravidanza. In casi specifici in cui il rischio è più elevato, la dose può aumentare fino a 5 mg al giorno, sempre in base alle raccomandazioni. Due esempi sono una precedente gravidanza con difetti del tubo neurale e l’obesità materna.
Resta il fatto che un’ampia percentuale di gravidanze non è pianificata e sfugge quindi alle strategie preventive. Questo è uno dei limiti principali all’efficacia delle raccomandazioni attuali e l’unico rimedio è riuscire a coinvolgere l’intera popolazione femminile in età fertile.
I dati provenienti dai sistemi di sorveglianza nazionali evidenziano un elemento critico nella prevenzione primaria anche in Italia: sebbene oltre il 90% delle donne italiane riferisca l’assunzione di acido folico in gravidanza, solo una quota limitata lo assume nei modi e nei tempi adeguati alla prevenzione, cioè 400 μg al giorno. Nella maggior parte dei casi, infatti, l’integrazione viene avviata solo dopo l’inizio della gravidanza, e quindi l’efficacia preventiva diminuisce quindi in modo drastico. Inoltre, l’assunzione appropriata varia molto in base alla zona geografica di residenza della donna, con percentuali che oscillano tra il 21,4% in alcune regioni del Sud Italia fino al 41,6% in regioni nelle Nord, mostrando un chiaro gradiente territoriale (Figura).
Il ruolo dei professionisti sanitari
I professionisti sanitari sono in prima linea nel promuovere le strategie di prevenzione descritte. In una prospettiva di sanità pubblica, rafforzare il loro ruolo è fondamentale per migliorare l’aderenza alle raccomandazioni e contribuire alla prevenzione delle malformazioni congenite associate a un insufficiente apporto di folati nelle prime fasi dello sviluppo embrionale. Medici di medicina generale, ginecologi, ostetriche, farmacisti, dietisti, nutrizionisti e tutti gli altri operatori della salute possono contribuire a diffondere informazioni corrette sull’acido folico, integrando il counseling nutrizionale e preconcezionale nella pratica professionale quotidiana. Il medico di medicina generale, in particolare, ricopre una posizione privilegiata per: intercettare precocemente le donne in età fertile, valutare eventuali fattori di rischio, fornire indicazioni chiare sulla supplementazione, anche in assenza di un progetto di gravidanza immediato.
È necessario, quindi, rafforzare le strategie di informazione sia al personale medico sia alle mamme, per incrementare la prescrizione e migliorarne l’aderenza.
Quando il rischio di carenza è più alto
Nonostante la disponibilità di alimenti ricchi di folati e le consolidate raccomandazioni sull’utilità della supplementazione periconcezionale, sussistono diverse condizioni individuali e socio-sanitarie che possono aumentare il rischio di carenza nelle donne in età fertile. Le sindromi da malassorbimento, le malattie infiammatorie intestinali e alcuni disturbi gastrointestinali cronici sono tra i principali fattori di rischio, poiché queste condizioni alterano l’assorbimento o il metabolismo dei folati. Anche l’assunzione di alcuni farmaci può interferire con il metabolismo dei folati: alcuni antiepilettici, il metotrexato e altri antifolati ne riducono la biodisponibilità, aumentando il fabbisogno individuale.
Le carenze possono derivare anche dalla presenza di uno stato infiammatorio cronico di basso grado o da un aumento del fabbisogno nutrizionale. Inoltre, contribuiscono in modo significativo alla riduzione delle concentrazioni plasmatiche di folati anche alcuni determinanti socio-economici e comportamentali, come il fumo di sigaretta. Anche un basso livello di istruzione o la difficoltà di accesso ai servizi sanitari sono fattori da considerare, perché possono limitare la conoscenza delle raccomandazioni nutrizionali e delle strategie di prevenzione preconcezionale.
Peso corporeo e stato dei folati
Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione al peso corporeo e allo stato nutrizionale delle donne in età riproduttiva, perché è ormai accertato che il livello dei folati e le condizioni di sovrappeso e obesità giocano un ruolo cruciale negli esiti della gravidanza. In Italia, il 18,7% delle donne tra 18 e 49 anni è in una condizione di sovrappeso e il 7,1% presenta obesità, secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI 2014 – 2023. Evidenze scientifiche indicano che le donne con eccesso ponderale possano avere livelli di folati inferiori rispetto alle donne in normopeso e una minore aderenza alle raccomandazioni di supplementazione con acido folico, andando incontro a un maggior rischio di complicanze ostetriche. Durante il primo trimestre di gravidanza livelli sierici significativamente più bassi sono risultati associati a una probabilità circa doppia di carenza.
I meccanismi ipotizzati alla base di questo fenomeno che comprendono: un maggiore volume di distribuzione dei folati, possibili alterazioni metaboliche e differenze nei pattern alimentari, sottolineano l’importanza di considerare il peso corporeo materno come elemento centrale nell’ambito del counseling preconcezionale. Nelle donne con peso sopra la norma può essere opportuno valutare con maggiore attenzione l’adeguatezza della supplementazione e l’aderenza alle raccomandazioni, considerando anche la presenza di condizioni per le quali, in base alle linee guida, sono indicati dosaggi più elevati.
Non solo supplementi: dieta, alimenti fortificati e strategie di popolazione
L’assunzione di acido folico nel periodo periconcezionale è la strategia principale per ridurre il rischio di difetti del tubo neurale, ma non è l’unica. All’assunzione di 400 μg al giorno, in una forma farmaceutica come compresse o capsule, si affiancano interventi di popolazione sul fronte alimentare, prime tra tutte la promozione di una corretta alimentazione ricca di folati nelle donne in età fertile e la fortificazione degli alimenti con acido folico. Simili strategie di supporto hanno dimostrato di contribuire alla riduzione dell’incidenza di questo tipo di malformazioni.
Vari Paesi extraeuropei, come Stati Uniti dal 1998, Canada, Israele e Cile, hanno introdotto programmi di fortificazione obbligatoria con acido folico di alcuni alimenti di largo consumo, proprio con l’obiettivo di contrastare la carenza di folati nella cittadinanza: un approccio che si è dimostrato utile in particolare nelle gravidanze non pianificate. Anche in alcune aree della regione europea sono state adottate politiche simili: Paesi come il Regno Unito, cioè Gran Bretagna e Irlanda del Nord, e l’Uzbekistan hanno introdotto la fortificazione obbligatoria della farina di grano con acido folico come misura di sanità pubblica volta a migliorare l’apporto di folati nella popolazione generale.
Queste strategie non sono alternative alla supplementazione individuale, ma complementara e rappresentano l’unica opzione utile quando non si è alla ricerca di una gravidanza e, quindi, non vi è un obiettivo diretto di prevenzione delle malformazioni. L’esperienza degli Stati Uniti ha mostrato che la fortificazione obbligatoria può ridurre l’incidenza dei difetti del tubo neurale di circa il 25-30%, pari a circa la metà dei casi potenzialmente prevenibili con questa vitamina, poiché non tutti lo sono. In alternativa, alcuni Paesi adottano modelli di fortificazione volontaria: alimenti arricchiti sono disponibili sul mercato e vengono promossi attraverso iniziative pubbliche e private. Questo approccio, che per dare buoni risultati, richiede che i cittadini siano bene informati al proposito, presenta alcuni limiti, come la difficoltà di monitorare e controllare nel tempo i livelli effettivi di assunzione.
Difetti del tubo neurale: perchè le prime settimane sono decisive
I difetti del tubo neurale (Neural Tube Defects o NTDs) rappresentano la seconda causa più comune di malformazioni congenite gravi a livello mondiale, con una prevalenza stimata che varia da 0,2 a 10 casi ogni 1000 gravidanze. Queste anomalie derivano dal mancato completamento della chiusura del tubo neurale nelle prime quattro settimane dopo il concepimento, una fase estremamente delicata dello sviluppo embrionale. Le forme più frequenti di NTDs sono la spina bifida, l’anencefalia e l’encefalocele, mentre iniencefalia e cranioschisi sono più rare. Le manifestazioni cliniche e gli esiti possono variare in base al tipo e alla gravità del difetto, con importanti conseguenze sulla morbilità e mortalità neonatale.
Nonostante la riduzione della prevalenza a livello globale registrata tra il 2001 e il 2015, i dati epidemiologici rimangono ancora rilevanti; sebbene siano più diffuse nei Paesi a basso reddito, queste patologie rappresentano ancora oggi una sfida rilevante anche per i sistemi sanitari dei Paesi a reddito medio e alto. In Europa, per esempio, tra il 1998 e il 2017 sono state registrate circa 95.000 gravidanze nelle quali il neonato presentava un difetto del tubo neurale su oltre 104 milioni di nati, corrispondenti a una prevalenza di 0,92 casi per 1000 nascite.
Punti chiave
- L’acido folico è la forma sintetica della vitamina B9, che negli alimenti è presente sotto forma di folati; verdure a foglia verde, legumi, agrumi e alcuni ortaggi ne rappresentano le fonti alimentari principali.
- I folati partecipano a processi fondamentali come la sintesi del DNA e dell’RNA, la replicazione e divisione cellulare e il metabolismo dell’omocisteina.
- Il fabbisogno di folati aumenta nelle fasi di intensa crescita e proliferazione cellulare: per questo la gravidanza, e in particolare le primissime settimane di sviluppo embrionale, rappresentano un periodo particolarmente sensibile.
- La supplementazione con acido folico nel periodo periconcezionale è una strategia efficace per la prevenzione dei difetti del tubo neurale, malformazioni congenite che si sviluppano nelle prime settimane di gravidanza.
- L’assunzione di acido folico dovrebbe iniziare almeno un mese prima del concepimento, perché la chiusura del tubo neurale avviene molto precocemente, spesso prima che la gravidanza venga riconosciuta.
- Le principali linee guida internazionali raccomandano una supplementazione quotidiana di 400 µ, cioè 0,4 mg, di acido folico, da continuare durante il primo trimestre a tutte le donne che pianificano una gravidanza.
- Una quota significativa delle gravidanze non è pianificata: per questo motivo la promozione dell’assunzione di acido folico dovrebbe essere rivolta a tutte le donne in età fertile.
- Il sovrappeso e l’obesità materna possono influenzare il livello plasmatico di folati e l’aderenza alla supplementazione, rendendo importante il counseling nutrizionale preconcezionale in questa popolazione particolarmente vulnerabile.
- Professionisti sanitari come medici di medicina generale, ginecologi, ostetriche, farmacisti, dietisti e nutrizionisti svolgono un ruolo chiave nella promozione della supplementazione, contribuendo a migliorare la prevenzione e la salute materno-infantile.
Bibliografia di riferimento
ESCO Report on Analysis of Risks and Benefits of Fortification of Food with Folic Acid. EFSA Supporting Publication 2009; 6(8):EN-3.
Food Fortification Initiative. Europe Food Fortification Initiative enhancing grains for healthier life. https://www.ffinetwork.org/europe.
Istituto Superiore di Sanità. Assunzione di acido folico delle donne in gravidanza. Dati Indagine 2022. EpiCentro, 2022.
Loperfido F, Sottotetti F, Bianco I, et al. Folic acid supplementation in European women of reproductive age and during pregnancy with excessive weight: a systematic review. Reprod Health. 2025;22(1):13.
Sistema di sorveglianza PASSI. Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia. 2014–2023.
World Health Organization. Periconceptional folic acid supplementation to prevent neural tube defects. 2023. https://www.who.int/tools/elena/interventions/folate-periconceptional.
L'Intervista all'esperto: Dana El Masri e Francesca Sottotetti
L’importanza dei Primi mille giorni per scongiurare il rischio di malnutrizione
Il concetto dei Primi 1000 giorni si è consolidato ormai da tempo e comprende l’insieme dei circa 270 giorni di gravidanza e dei 730 giorni di vita dopo la nascita. Il termine è stato coniato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) insieme all’UNICEF per identificare la finestra temporale che va dal concepimento fino ai due anni di età, e che è considerata cruciale per il futuro di un bambino.
È proprio in questo intervallo, infatti, che viene “programmata” la salute fisica e psichica del nascituro e che si gettano le basi per prevenire malattie croniche non trasmissibili dell’adulto che diventerà. Al contempo una condizione di “malnutrizione” della madre, e cioè di squilibrio nell’assunzione di nutrienti rispetto ai fabbisogni, sia per difetto sia per eccesso, in qualunque momento di questo periodo critico può avere ripercussioni negative sullo sviluppo e sulla crescita del bambino.
Ne parliamo con Dana El Masri e Francesca Sottotetti, dietiste del Laboratorio di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Università degli Studi di Pavia.
Domanda: Quanto incide la salute della donna prima del concepimento sulla sua fertilità, sull’andamento della gravidanza e sulla salute futura del suo bambino?
Risposta: La salute della donna prima del concepimento è fondamentale per tutti e tre questi fattori. Il periodo preconcezionale, infatti, è considerato una finestra critica durante cui lo stato nutrizionale, la composizione corporea, la salute metabolica e le abitudini di vita possono influenzare sia la fertilità sia lo sviluppo fetale. Condizioni come sovrappeso, obesità, sottonutrizione, insulino-resistenza e carenze di micronutrienti possono compromettere la probabilità di concepire e aumentare il rischio di complicanze durante la gravidanza come, per esempio, il diabete gestazionale, le alterazioni della pressione arteriosa, il parto pretermine e le alterazioni della crescita fetale. Inoltre, lo stato metabolico e nutrizionale della mamma può influenzare il rischio futuro del bambino di sviluppare obesità, malattie cardiovascolari e problemi metabolici attraverso meccanismi biologici e biochimici precoci.
Quali interventi nutrizionali e di stile di vita sono più efficaci in questa fase?
L’adozione di un modello alimentare equilibrato, primo tra tutti la dieta mediterranea, la pratica regolare di attività fisica, un adeguato numero di ore di riposo, la gestione dello stress, l’abolizione del fumo e del consumo di alcol rappresentano gli interventi più efficaci per la futura mamma. Bisognerebbe, inoltre, porre particolare attenzione al raggiungimento di un peso corporeo adeguato prima del concepimento, e a un corretto apporto di alcuni micronutrienti specifici, soprattutto acido folico, ferro, iodio, vitamina D e omega-3.
Perché i Primi 1000 giorni rappresentano una finestra di opportunità unica? Quali sono i processi chiave che avvengono?
I Primi 1000 giorni rappresentano un periodo unico: in questa fase, infatti, vengono poste le basi della salute futura attraverso i profondi cambiamenti biologici, metabolici, immunitari e neuroevolutivi che si osservano durante i rapidi processi di crescita tipici di questo periodo. Uno dei più importanti è lo sviluppo cerebrale. Il cervello, che alla nascita ha già raggiunto una fase significativa della sua crescita, completa gran parte del suo sviluppo strutturale entro i due-tre anni di vita. Nutrizione, ambiente emotivo, qualità del sonno e relazioni sociali precoci contribuiscono in modo determinante allo sviluppo cognitivo e comportamentale.
Parallelamente, anche il sistema immunitario e il microbiota intestinale vanno incontro a una progressiva maturazione, influenzando le difese immunitarie, la regolazione dei processi infiammatori e la suscettibilità a infezioni e a malattie croniche. In questa fase avviene anche quella che viene definita “programmazione metabolica”: esposizioni nutrizionali e ambientali precoci possono condizionare il rischio futuro di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e altre patologie croniche non trasmissibili. In un organismo in rapido sviluppo e con una elevata plasticità biologica risultano molto attivi i cosiddetti processi “epigenetici”.
Che cosa si intende per epigenetica e qual è il suo ruolo nella salute materno-infantile?
Il termine fa riferimento all’insieme dei meccanismi in grado di regolare l’espressione dei geni senza modificare la sequenza del DNA. I processi epigenetici rappresentano un ponte tra genetica e ambiente, e permettono a fattori ambientali e comportamentali di influenzare l’attivazione o il silenziamento dei geni. Alimentazione materna, stato metabolico, fumo, consumo di alcol, stress psicologico ed esposizione a inquinanti ambientali possono indurre modificazioni epigenetiche capaci di influenzare la crescita fetale e la salute a lungo termine, con le conseguenze a cui abbiamo già accennato (regolazione metabolica, funzione immunitaria, sviluppo neurologico e rischio futuro di malattie croniche come obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e disturbi allergici). Al contrario, esposizioni positive, tra cui una nutrizione equilibrata, l’allattamento al seno e stili di vita salutari, possono sostenere traiettorie di sviluppo più favorevoli. Comprendere l’epigenetica aiuta quindi a spiegare come le esperienze precoci possano avere effetti duraturi lungo tutto l’arco della vita e sottolinea l’importanza di strategie preventive già prima del concepimento.
Che cosa si intende per esposoma e perché è importante considerarlo nei Primi 1000 giorni?
L’esposoma è l’insieme delle esposizioni ambientali a cui un individuo è sottoposto nel corso della vita, a partire dal concepimento. Comprende fattori nutrizionali, ambientali (come gli agenti inquinanti), comportamentali (ad esempio, le abitudini di vita) e lo stress psicosociale. Anche le condizioni socioeconomiche, la presenza di infezioni e l’uso di farmaci sono fattori che possono interagire con la predisposizione genetica e condizionare la salute. Nei Primi 1000 giorni, l’esposoma (e in particolare l’alimentazione, che ne è un elemento centrale) assume particolare rilievo perché gli organi e i sistemi fisiologici sono ancora in maturazione, rendendo il feto e il neonato molto sensibili sia alle esposizioni benefiche sia a quelle dannose. Lo studio dell’esposoma consente di comprendere meglio le modalità di interazione di tutti gli elementi che possono contribuire a determinare nelle prime fasi della vita le traiettorie di salute future ed è fondamentale per favorire lo sviluppo di strategie preventive e personalizzate per migliorare la salute materno-infantile.
Quali sono le strategie oggi considerate più efficaci per prevenire malnutrizione e malattie croniche fino dalle prime fasi della vita?
Un approccio efficace deve essere multidisciplinare e orientato all’intero corso della vita: iniziare già prima del concepimento e proseguire durante gravidanza, infanzia ed età pediatrica. Seguire un’alimentazione equilibrata, praticare regolarmente attività fisica, evitare il fumo e l’alcol e mantenere il peso corporeo nella norma prima della gravidanza, insieme a un corretto aumento di peso gestazionale, sono certamente le strategie più efficaci che si possono mettere in campo. Tra gli altri interventi fondamentali ci sono il supporto all’allattamento al seno e a un’alimentazione corretta nei primi anni di vita del bambino. Rientra tra le strategie di prevenzione precoce anche il monitoraggio della crescita in età pediatrica e la promozione di abitudini corrette per quanto riguarda sonno, attività fisica e ritmi di vita in generale. È cruciale anche il supporto al benessere mentale ed emotivo all’interno del contesto familiare. Dal punto di vista della salute pubblica, ridurre le disuguaglianze socioeconomiche, migliorare l’educazione nutrizionale, rafforzare l’accesso ai servizi sanitari e implementare politiche basate sulle evidenze scientifiche sono azioni fondamentali per migliorare gli outcome di salute materno-infantile e ridurre il peso delle malattie croniche non trasmissibili nelle età successive della vita.
È maggiore il rischio di obesità o di sottonutrizione? Qual è la situazione in Italia e a livello globale?
Sottonutrizione, sovrappeso e obesità sono presenti nell’infanzia e spesso coesistono nelle stesse popolazioni e perfino all’interno dello stesso nucleo familiare. A livello globale, la sottonutrizione rappresenta ancora un problema di salute pubblica rilevante in molti Paesi a basso reddito, dove deperimento e carenze di micronutrienti continuano a compromettere crescita, funzione immunitaria e sopravvivenza infantile. Allo stesso tempo, sovrappeso e obesità sono in costante aumento in tutto il mondo anche nella popolazione pediatrica, con le note conseguenze. L’eccesso di peso spesso è associato a urbanizzazione, sedentarietà, aumento del consumo di alimenti ad alta densità energetica e disuguaglianze socioeconomiche. Per questo motivo si parla sempre più spesso di “doppio carico della malnutrizione”. In Italia la sottonutrizione è meno diffusa rispetto a molti Paesi in via di sviluppo, anche se differenze nutrizionali e carenze di micronutrienti possono ancora interessare gruppi particolarmente vulnerabili della popolazione. Al contrario, sovrappeso e obesità infantile rappresentano ancora problemi rilevanti, soprattutto in alcuni contesti geografici depressi, anche se dati recenti suggeriscono che nel nostro Paese l’eccesso ponderale si sia in realtà stabilizzato da alcuni anni. In ogni caso è essenziale impostare strategie preventive precoci basate su alimentazione, attività fisica, educazione e supporto alle famiglie.
Nella relazione tra nutrizione e salute, si parla sempre più spesso di microbiota intestinale: che ruolo ha nei primi mesi di vita e quali fattori ne influenzano di più lo sviluppo?
Il microbiota intestinale è un elemento chiave per lo sviluppo e per la salute del bambino fin dai primi mesi di vita con effetti che, ancora una volta, possono estendersi fino all’età adulta. È proprio in questo periodo che l’ecosistema microbico, ancora in crescita, si modella e svolge già le sue funzioni fondamentali di stimolo per la maturazione del sistema immunitario, di barriera intestinale e di regolazione del metabolismo. La formazione del microbiota sembra iniziare già prima della nascita per poi evolvere rapidamente dopo il parto. I primi microrganismi che colonizzano l’intestino contribuiscono a creare condizioni favorevoli per l’insediamento di comunità microbiche più stabili e benefiche. Tra i fattori noti che incidono maggiormente c’è il tipo di parto: il parto vaginale e il taglio cesareo sono infatti associati a composizioni del microbiota diverse nelle prime fasi di vita. In seguito, la popolazione microbica intestinale continua a modificarsi sotto l’influenza di diversi fattori ambientali e nutrizionali. L’allattamento al seno riveste un ruolo centrale perché il latte materno contiene numerosi componenti bioattivi che favoriscono la crescita di popolazioni batteriche specifiche e che contribuiscono alla maturazione del sistema immunitario.
Anche lo svezzamento è un momento chiave: man mano che si introducono cibi solidi il microbiota diventa più ricco e diversificato, adattandosi ai nuovi nutrienti proposti al bambino come, per esempio, fibre e carboidrati complessi. Modelli alimentari equilibrati come la dieta mediterranea sembrano favorire una maggiore biodiversità microbica e la produzione di sostanze benefiche. Tra queste, sono importanti gli acidi grassi a catena corta, derivati dal metabolismo microbico della fibra alimentare, perché contribuiscono all’equilibrio della barriera intestinale, regolano il metabolismo e modulano l’infiammazione, riducendola.
Quali benefici offre l’allattamento materno per la salute di madre e bambino, anche nel lungo termine?
L’allattamento al seno è considerato la forma di alimentazione più indicata per il neonato, con benefici ben documentati nel breve e nel lungo termine sia per il bambino sia per la mamma. Il latte materno, infatti, è un fluido biologico estremamente complesso e dinamico, la cui composizione si adatta nel tempo alle esigenze del neonato. Si passa dal colostro, ricco di fattori immunitari e protettivi, al latte di transizione, fino al latte maturo, più ricco di energia. Questa capacità di adattamento lo rende unico e difficilmente replicabile. Non a caso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda che i lattanti siano alimentati esclusivamente al seno per i primi sei mesi di vita, con l’obiettivo di garantire una crescita, uno sviluppo e uno stato di salute ottimali; a partire dai sei mesi, dovrebbero inoltre ricevere alimenti complementari sicuri e adeguati, continuando l’allattamento al seno fino ai due anni di età o anche oltre.
I benefici dell’allattamento al seno per il bambino sono numerosi. Il latte materno fornisce non solo nutrienti essenziali, ma anche composti bioattivi come gli oligosaccaridi del latte umano e microrganismi che contribuiscono allo sviluppo del microbiota intestinale e alla maturazione del sistema immunitario. Questo si traduce in una maggiore protezione nei confronti dello sviluppo di infezioni, allergie e, nel lungo periodo, di patologie metaboliche. L’allattamento comporta vantaggi rilevanti anche per la madre: favorisce il recupero post-partum, contribuisce alla regolazione del peso corporeo, si associa a una riduzione del rischio di alcune patologie croniche, tra cui tumore della mammella e dell’ovaio, e di malattie metaboliche. Inoltre, l’allattamento favorisce la costruzione del legame affettivo tra madre e bambino, con possibili effetti positivi anche dal punto di vista del benessere psicologico.
Non dimentichiamo, però, che la qualità del latte materno è influenzata dallo stile di vita e dall’alimentazione della madre: attraverso il latte vengono trasferite sia sostanze benefiche sia composti indesiderati, come caffeina, farmaci e loro metaboliti o contaminanti ambientali (es. interferenti endocrini) che possono inficiare la salute del bambino. È quindi fondamentale educare la madre a un corretto stile di vita durante questa fase. Infine, bisogna considerare che l’allattamento al seno, senz’altro la scelta ideale, non è sempre possibile. In questi casi specifici, è necessario ricorrere all’alimentazione con formule infantili, che devono essere il più possibile simili al latte materno e vanno utilizzate su indicazione del pediatra.
Quali principi guidano uno svezzamento sano?
Quando il latte materno o formulato da solo non è più sufficiente a coprire i fabbisogni nutrizionali del bambino, subentra l’alimentazione complementare o svezzamento, che prevede l’introduzione graduale di cibi e bevande diversi proseguendo l’allattamento. Le raccomandazioni internazionali suggeriscono di iniziare questo processo intorno ai 6 mesi di vita. Uno svezzamento sano si basa su alcuni principi fondamentali: gli alimenti devono essere introdotti al momento giusto, quando aumentano sia i fabbisogni nutrizionali sia le capacità motorie e relazionali del bambino, e devono essere nutrizionalmente adeguati e sicuri dal punto di vista igienico. È importante, inoltre, che siano proposti alimenti preparati con modalità adeguate e presentati con consistenze coerenti con il suo sviluppo. È fondamentale anche rispettare i segnali di fame e sazietà del piccolo, così come adattare frequenza e varietà dei pasti all’età. L’esposizione precoce a una dieta varia ed equilibrata contribuisce, infatti, a definire le preferenze alimentari future. L’OMS raccomanda di non proporre ai più piccoli alimenti e bevande ad alto contenuto di zuccheri e sale. In questo contesto, modelli alimentari come la dieta mediterranea, ricca di alimenti freschi e stagionali, di fibre e di grassi di qualità, sembrano favorire sia una maggiore accettazione di cibi salutari nel futuro, sia una migliore qualità del microbiota intestinale. La popolazione microbica intestinale va incontro a profondi cambiamenti proprio durante lo svezzamento: introdurre alimenti nuovi aumenta la biodiversità favorendo lo sviluppo di batteri in grado di metabolizzare nutrienti più complessi, segnando una tappa fondamentale verso una configurazione più simile a quella dell’adulto.
Le Digital Health Technologies (DHTs) possono promuovere la salute nutrizionale e il benessere materno-infantile? Come?
Sì. Questi strumenti innovativi stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante soprattutto nel periodo dei Primi 1000 giorni. In questa fase cruciale le app per il cellulare, le piattaforme online e i servizi di telemedicina possono facilitare l’accesso a informazioni affidabili e ai servizi sanitari. Queste tecnologie favoriscono l’educazione sanitaria, l’adesione alle raccomandazioni nutrizionali e l’automonitoraggio, rafforzando l’empowerment femminile. Inoltre, se bene utilizzate, consentono un monitoraggio più personalizzato della gravidanza e del periodo post-partum, con effetti positivi su diversi aspetti della salute, inclusi quelli metabolici e psicologici. Questo approccio integrato si è dimostrato particolarmente utile negli ambiti di ginecologia, ostetricia e salute mentale, migliorando complessivamente gli esiti di salute.
Non tutte le tecnologie disponibili, d’altra parte, sono ugualmente affidabili: circolano molte applicazioni, anche diffuse, che non sono basate su evidenze scientifiche solide né sviluppate con il coinvolgimento di professionisti sanitari. Per questo motivo, è essenziale promuovere l’utilizzo di strumenti digitali validati e integrati nei percorsi assistenziali, ricordando che queste tecnologie, che rappresentano un supporto complementare, non devono mai sostituire il confronto e l’accompagnamento diretto da parte di professionisti sanitari qualificati.
Esistono barriere che ostacolano l’uso di queste tecnologie nella popolazione femminile?
Nonostante il grande potenziale delle DHTs, il loro utilizzo nella popolazione femminile incontra ancora diverse barriere. Una delle principali riguarda le disuguaglianze nell’accesso: fattori socioeconomici, livello di istruzione e competenze digitali insufficienti possono limitare la possibilità di un utilizzo efficace di questi strumenti. È il cosiddetto divario digitale (digital divide). Un altro punto critico riguarda la qualità e l’affidabilità delle informazioni disponibili. Come appena accennato, le applicazioni non validate possono generare confusione e ridurre la fiducia, soprattutto in un ambito delicato come quello della salute materno-infantile. Inoltre, spesso gli strumenti non sono adeguati sotto il profilo culturale e linguistico. In contesti sociali oggi molto eterogenei, non tutte le tecnologie sono disponibili in più lingue o tengono conto delle diverse abitudini alimentari, preferenze e tradizioni culturali. Questo può rendere più difficile, per esempio, applicare modelli nutrizionali come quello mediterraneo quando non vengano adattati agli alimenti tipici di altre culture. Infine, i professionisti sanitari non sempre hanno familiarità con le tecnologie digitali e quindi non sempre considerano la possibilità di integrarle nei percorsi assistenziali.
Quali azioni educative, sanitarie e di ricerca sono già una realtà e quali aree sono prioritarie per migliorare la salute materno-infantile nei prossimi anni?
Attualmente le azioni per migliorare la salute materno-infantile si sviluppano attraverso un approccio sempre più integrato tra ricerca, sanità ed educazione, soprattutto nell’ottica della prevenzione del sovrappeso e dell’obesità infantile. L’OMS, a questo proposito, individua alcune aree prioritarie di intervento per ridurre il rischio di obesità infantile, sia direttamente per le mamme, e cioè la promozione di un’alimentazione sana e dell’attività fisica regolare, l’assistenza preconcezionale e durante la gravidanza e sia per il bambino, compresa la promozione di una corretta nutrizione e dell’attività fisica nella prima infanzia, gli interventi mirati in età scolare e le strategie per la gestione del peso a livello dell’intera comunità.
Ci concentriamo sulla promozione di abitudini corrette fin dalle primissime fasi della vita o, quando possibile, già nel periodo preconcezionale, educando la mamma. La famiglia è un punto di riferimento fondamentale che può influenzare significativamente la salute dall’infanzia fino all’età adulta.
Quando il bimbo esce dalla sfera familiare stretta bisogna prevedere interventi precoci e diretti nei contesti esterni che lo accoglieranno, come quello scolastico. Per ottenere i migliori risultati, l’approccio dovrebbe essere continuo, multidisciplinare e in grado di agire in modo efficace sui principali fattori di rischio modificabili.
Una sfida difficile da affrontare riguarda la riduzione del divario socioeconomico presente nella popolazione, che può influenzare l’accesso alle cure, alle informazioni e alle opportunità di prevenzione. Investire nei Primi 1000 giorni significa promuovere benefici concreti e duraturi sulla salute delle generazioni future.
Bibliografia di riferimento
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The role of digital health technologies in women’s health, empowerment and gender equality. Project report. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe; 2024.
La Scheda
Noti anche come vitamina B9, i folati sono micronutrienti idrosolubili naturalmente presenti in numerosi alimenti. L’acido folico rappresenta invece la forma sintetica della vitamina, impiegata negli integratori e negli alimenti fortificati. Un adeguato apporto di folati assume particolare rilevanza nei periodi caratterizzati da elevata proliferazione cellulare, come la gravidanza. Un corretto stato materno di folati è associato infatti a un adeguato sviluppo del sistema nervoso fetale e a una significativa riduzione del rischio di difetti congeniti maggiori.
Dove si trovano
Le principali fonti di folati includono le verdure a foglia verde (spinaci, broccoli), i legumi (lenticchie, ceci, fagioli), la frutta fresca, in particolare agrumi e kiwi, in misura minore, la frutta secca, i semi e i cereali integrali. Tra gli alimenti di origine animale, il fegato ne rappresenta una fonte particolarmente ricca, mentre uova e latticini ne contengono quantità inferiori. Infine, possono contribuire ad aumentare l’apporto complessivo giornaliero di folati, gli alimenti opportunamente fortificati, come i cereali per la colazione, le farine e i prodotti da forno.
Cosa c’è da sapere
Secondo i LARN l’assunzione giornaliera raccomandata (PRI) di folati per gli adulti di entrambi i sessi è di 330 μg, per le donne durante la fase di allattamento è di 500 μg al giorno, mentre per le donne in gravidanza viene definita un’assunzione adeguata (AI) di 600 μg al giorno. In condizioni fisiologiche, la maggior parte delle persone può soddisfare il fabbisogno di folati attraverso una dieta varia, ricca dei vegetali che ne contengono quantità significative; tuttavia, alimenti fortificati e integratori possono essere utili quando l’apporto è insufficiente. È importante sapere che i folati sono sensibili al calore e possono essere parzialmente persi durante la cottura per due motivi principali: la lisciviazione (essendo idrosolubili si disperdono nell’acqua di cottura) e l’ossidazione termica (il calore ne altera la struttura chimica). Tuttavia, alcune strategie permettono di limitarne la perdita: nelle zuppe e minestre i folati restano nel brodo; la cottura al microonde con poca acqua può preservarne una quantità maggiore rispetto alla bollitura comune; la cottura a vapore rappresenta un buon compromesso, poiché evita l’immersione diretta in acqua. Inoltre, l’aggiunta di sostanze acide come il succo di limone o l’aceto alle verdure crude contribuisce a stabilizzare i folati e a rallentarne l’ossidazione.
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