L’Editoriale
Contrastare la malnutrizione in tutte le sue forme è una delle sfide più ambiziose per il futuro del nostro sistema sanitario e sociale. Ed è anche la finalità dello Spoke 6, ovvero di una delle linee di ricerca di OnFoods, l’articolato progetto finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) nell’ambito del programma Next Generation EU.
Nell’Intervista, la coordinatrice, Hellas Cena, e docente di dietetica e nutrizione clinica del Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e Forense dell’Università di Pavia, sottolinea che malnutrizione oggi non coincide con la sola “denutrizione”, ma comprende squilibri complessi e spesso difficili da identificare senza valutazioni approfondite, legati a carenze di micronutrienti essenziali, che si possono riscontrare anche in soggetti in sovrappeso o con obesità. Sono 100 gli output che lo Spoke 6 ha prodotto negli ultimi anni; l’obiettivo comune è di trasformare i risultati delle ricerche (dai dati clinici ai risultati dell’applicazione delle cosiddette scienze “omiche”, come la genomica e la microbiomica) in protocolli personalizzati e in strumenti di diagnosi precoce, capaci di migliorare gli esiti delle terapie e ridurre i costi sanitari.
Un esempio concreto di questa visione emerge dal Tema, a cura delle ricercatrici dell’Università di Pavia Sara Boussetta, Sara Santero e Nagaia Madini, che è incentrato sulla fragilità nutrizionale dell’anziano e sulle condizioni che con la malnutrizione spesso coesistono (come l’infiammazione sistemica di basso grado correlata all’età o inflammaging), offrendo un’analisi critica dei prodotti specifici disponibili sul mercato. Proprio sui supplementi nutrizionali orali (ONS), l’evidenza scientifica mostra la necessità di un migliore allineamento del mondo produttivo con le linee guida cliniche, per delineare l’identikit del prodotto “ideale”, in grado di rispondere alle esigenze specifiche e di andare incontro alle preferenze sensoriali dei meno giovani. Emerge chiaramente la necessità di considerare la nutrizione come parte strutturale del percorso di cura; l’introduzione di screening precoci non si presenta solo come una sfida clinica, ma anche come un investimento per la resilienza dell’intero sistema sanitario.
Vi invitiamo dunque a leggere questi contributi nel contesto di una medicina sempre più personalizzata, per la quale la ricerca d’avanguardia diventa uno strumento concreto e irrinunciabile per il benessere dell’intera società.
Il Tema
Quando l'età pesa sullo stato nutrizionale
La fragilità nutrizionale rischia di compromettere, nel tempo, la salute di milioni di anziani. Contrastarla è una delle principali sfide per i sistemi sanitari contemporanei, con importanti implicazioni cliniche, assistenziali ed economiche1. Come evidenziato dalla Professoressa Hellas Cena nell’Intervista, la malnutrizione è una condizione di cui abbiamo iniziato negli ultimi anni a comprendere la complessità. In particolare, la visione si estende oltre al caso dell’anziano inteso come persona che “mangia poco”, predisposta a un deficit di macro e micronutrienti, con un aumentato rischio di perdita di massa muscolare e di autonomia.
È un tema molto più ampio, spesso “invisibile”, che richiede un cambio di paradigma, passando dalla semplice osservazione alla pratica clinica d’avanguardia. In questo contesto si inserisce perfettamente l’attività dello Spoke 6 “Tackling malnutrition”, nell’ambito del progetto PNRR OnFoods.
In particolare, il progressivo accumulo di alterazioni strutturali e funzionali che si verifica con l’età a livello molecolare e sistemico compromette nel tempo l’omeostasi dell’organismo, determinando un graduale declino delle capacità fisiche e cognitive e una maggiore suscettibilità allo sviluppo di patologie croniche1. A tali cambiamenti si associa frequentemente uno stato infiammatorio cronico di basso grado, definito inflammaging, che contribuisce ad aumentare la vulnerabilità biologica dell’anziano1. Quando i meccanismi di compenso non sono più in grado di contrastare i danni accumulati, emergono manifestazioni cliniche quali fragilità, disabilità e aumento del rischio di eventi avversi1,2. In questo contesto, la malnutrizione e la denutrizione assumono un rilievo particolare, poiché incidono negativamente sullo stato funzionale e aumentano il rischio di comparsa di eventi clinici1-3. La malnutrizione correlata alla malattia (Disease-Related Malnutrition, DRM) è infatti una condizione frequente nella popolazione anziana e si associa a modificazioni della composizione corporea, riduzione della funzionalità e maggiore utilizzo delle risorse sanitarie1-4.
L’aumento della longevità e il progressivo invecchiamento della popolazione mondiale sono fattori determinanti per la crescente prevalenza della malnutrizione tra gli anziani1, che in Europa varia a seconda del contesto assistenziale: è inferiore al 10% tra gli anziani che vivono in comunità ma aumenta significativamente negli ospedali e nelle strutture residenziali, con valori più elevati riportati in alcuni Paesi, tra cui l’Italia1. Il rischio aumenta ulteriormente in presenza di patologie acute o croniche e quando è maggiore la complessità clinica1,2.
Parallelamente, le modificazioni fisiologiche legate all’età influenzano i fabbisogni nutrizionali (Figura) e rendono necessaria una valutazione individualizzata dell’apporto energetico e proteico, nonché dell’idratazione e dell’assunzione di micronutrienti1,2,5,6. In questo scenario, la prevenzione e la gestione della malnutrizione assumono un ruolo centrale per mantenere la capacità funzionale e la qualità di vita della persona anziana2,3,7.
La malnutrizione nell’anziano: epidemiologia e meccanismi
La prevalenza della malnutrizione negli anziani varia quindi in relazione al contesto assistenziale e al livello di autonomia funzionale2,3. Sebbene la maggior parte dei casi si riscontri nella comunità, nei pazienti anziani ospedalizzati la frequenza della malnutrizione è sensibilmente più alta e può aggravarsi nel corso della degenza2,3. Anche nelle residenze sanitarie assistenziali e nei contesti di cura a lungo termine la malnutrizione proteico-energetica è particolarmente frequente, spesso associata ad altre problematiche nutrizionali, tra cui la disidratazione2. Le conseguenze della mancata identificazione precoce della malnutrizione sul territorio possono essere rilevanti sia sul piano clinico e sia su quello organizzativo, con un aumento degli accessi ai servizi sanitari, delle riammissioni in ospedale e della durata delle degenze3.
La malnutrizione dell’anziano ha un’origine multifattoriale: dipende, infatti, dall’interazione tra modificazioni fisiologiche, condizioni cliniche e fattori socio-ambientali1. Tra i principali determinanti rientrano la riduzione dell’appetito legata all’età, le alterazioni della composizione corporea con perdita di massa magra e l’elevata prevalenza di malattie concomitanti1,2,6. Contribuiscono inoltre il declino cognitivo, i disturbi della deglutizione, gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche e fattori psicosociali come l’isolamento e la riduzione dell’autonomia funzionale1,2.
Stato nutrizionale e malattie croniche
Nell’anziano, la relazione tra stato nutrizionale e malattie croniche è bidirezionale1. Da un lato, le patologie possono alterare il metabolismo e ridurre l’assunzione alimentare, dall’altro, la malnutrizione contribuisce a peggiorare il decorso clinico e la prognosi1.
Lo stato infiammatorio sistemico che accompagna molte malattie croniche favorisce la perdita di massa muscolare e l’insorgenza di squilibri nutrizionali; l’interazione tra malnutrizione e patologia assume caratteristiche specifiche a seconda delle condizioni cliniche. Nei pazienti oncologici, ad esempio, le alterazioni metaboliche possono portare al grave decadimento generale dell’organismo che si definisce “cachessia”; nella broncopneumopatia cronica ostruttiva l’aumento del dispendio energetico accresce il rischio nutrizionale; nel diabete mellito le alterazioni metaboliche croniche possono favorire la sarcopenia1. Anche le malattie neurodegenerative sono associate a un aumentato rischio nutrizionale, soprattutto per la compromissione delle funzioni cognitive e della deglutizione, mentre nei pazienti con insufficienza renale avanzata è frequente il deperimento causato da un deficit di proteine e calorie1.
In questo contesto, l’intervento nutrizionale precoce è essenziale nella gestione clinica dell’anziano1,3. Riconoscendo il rischio nutrizionale come un vero e proprio rischio clinico, la Lombardia è stata la prima regione in Italia, con la DGR XII/1812 del 29 gennaio 2024, a promuovere l’implementazione dello screening nutrizionale in tutte le strutture regionali (pubbliche e private convenzionate), per favorire interventi tempestivi e appropriati9.
Il ruolo degli alimenti a fini medici speciali e dei supplementi nutrizionali orali
Nella gestione nutrizionale dell’anziano è utile distinguere diverse categorie di prodotti alimentari, che si differenziano per indicazioni d’uso, e livello di supervisione clinica richiesta: alimenti a fini medici speciali (AFMS), supplementi nutrizionali orali (ONS), integratori alimentari e alimenti funzionali (Tabella 1).
Quando la consulenza dietetica e la fortificazione (e cioè l’arricchimento) degli alimenti naturali non bastano a garantire un apporto nutrizionale adeguato, il supporto nutrizionale mediante alimenti a fini medici speciali rappresenta una strategia terapeutica efficace1,2.
Gli AFMS sono prodotti destinati al supporto nutrizionale di pazienti con vulnerabilità nutrizionale e il loro utilizzo richiede la supervisione medica1. In questa categoria rientrano i supplementi nutrizionali orali (ONS), prodotti caratterizzati da elevata densità energetica e nutrizionale e da una composizione variabile, in base alle specifiche esigenze cliniche, in termini di macronutrienti e micronutrienti1,8. Gli AFMS sono disponibili in diverse formulazioni, come prodotti liquidi pronti all’uso, polveri da ricostituire e preparazioni semisolide, così da rendere l’intervento nutrizionale il più adeguato possibile alle esigenze del paziente1,8. L’impiego di tali prodotti può contribuire a migliorare gli esiti clinici e funzionali, purché sia inserito in un percorso di valutazione nutrizionale strutturato e monitorato nel tempo1,2,8.
Dagli interventi nutrizionali mirati all’uso degli ONS nella malnutrizione associata a malattia
Nel trattamento della malnutrizione correlata a specifiche malattie, l’intervento nutrizionale mirato rappresenta una componente essenziale della gestione clinica dei pazienti, soprattutto anziani e affetti da patologie croniche2,10,11. Tumori, malattie respiratorie croniche, patologie neurodegenerative, insufficienza renale o diabete sono, infatti, frequentemente associati a perdita di peso involontaria, riduzione della massa muscolare e peggioramento dell’evoluzione clinica1. In queste condizioni, la riduzione dell’apporto alimentare, le alterazioni metaboliche e l’aumento dei fabbisogni di energia e proteine possono compromettere rapidamente lo stato nutrizionale e la capacità funzionale del paziente1,6.
Quando le strategie dietetiche convenzionali non sono sufficienti a garantire un adeguato apporto nutrizionale, il ricorso agli ONS e agli AFMS rappresenta un’opzione terapeutica efficace, da integrare in un percorso di valutazione e intervento nutrizionale strutturato e personalizzato. L’utilizzo appropriato degli ONS, se inserito in un programma nutrizionale ben definito, si associa infatti a un miglioramento dello stato nutrizionale e, in specifiche situazioni, a una riduzione della durata delle ospedalizzazioni e delle complicanze2,3,7,8.
L’impiego degli AFMS consente di perseguire diversi obiettivi clinico-nutrizionali2,8:
- Integrare l’alimentazione abituale, aumentando l’apporto energetico e di nutrienti soprattutto nei pazienti con un’assunzione di cibo inadeguata;
- Prevenire e trattare la malnutrizione, contribuendo a ridurre il rischio di complicanze associate;
- Supportare programmi nutrizionali strutturati con l’obiettivo di mantenere la massa muscolare, favorendo la guarigione e il recupero funzionale;
- Migliorare il decorso clinico complessivo, con possibili benefici sulla durata della degenza, sull’incidenza di complicanze, sulla mortalità e sulla qualità di vita.
La prescrizione e la scelta del prodotto spettano al medico e devono basarsi su una valutazione individuale, che consideri lo stato nutrizionale del paziente, la patologia di base, l’eventuale presenza di infiammazione, la capacità di deglutizione e anche le preferenze sensoriali della persona.
Caratteristiche degli ONS
I supplementi nutrizionali orali (ONS) possono presentarsi in diverse forme, come bevande, polveri o creme, e avere composizioni differenti in termini di proteine, grassi, carboidrati, vitamine e minerali, in modo da adattarsi alle diverse esigenze dei pazienti2,8,12. Alcune formulazioni possono includere anche sostanze con proprietà antinfiammatorie, come gli omega-3, alcune vitamine e oligoelementi.
In Europa gli ONS sono classificati come alimenti a fini medici speciali (AFMS). Fanno parte di questa categoria anche i prodotti per la nutrizione enterale, a basso tenore di proteine o privi di proteine per pazienti con insufficienza renale o malattie metaboliche, così come gli alimenti specifici per diabete, nefropatie, disfagia o malattie metaboliche congenite12.
ONS: offerta di mercato e criticità
Una recente analisi sistematica dei prodotti disponibili sul mercato, condotta da Madini e colleghi, ha valutato l’adeguatezza nutrizionale degli AFMS e degli ONS rispetto alle raccomandazioni delle linee guida cliniche per la gestione della malnutrizione associata alla malattia1. I dati sono stati raccolti analizzando le informazioni nutrizionali disponibili nei manuali tecnici dei prodotti e nei database forniti dai principali produttori. L’attenzione si è concentrata soprattutto sulle patologie più frequenti negli anziani, come i tumori, le malattie neurodegenerative, il diabete, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) e l’insufficienza renale terminale1.
Complessivamente sono stati analizzati 132 prodotti, di cui 116 AFMS e 16 integratori alimentari, prevalentemente disponibili in forma liquida o in polvere, con confezioni più comuni da 200 ml o 125 g1. Dal punto di vista energetico e proteico, la maggior parte degli AFMS presentava caratteristiche adeguate a sostenere i fabbisogni dei pazienti a rischio di malnutrizione1; erano molto ben rappresentati i prodotti ipercalorici e iperproteici, in linea con le raccomandazioni delle principali linee guida internazionali2 (Tabella 2). La distribuzione dei macronutrienti mostrava una prevalenza di carboidrati e lipidi come principali fonti energetiche, mentre il contenuto proteico risultava piuttosto eterogeneo. Le fonti proteiche erano rappresentate soprattutto da derivati del latte, come siero e caseina; le formulazioni basate su proteine vegetali (per es. della soia e del pisello) erano invece ancora poco diffuse1, nonostante il crescente interesse verso alternative di questo tipo1,12. Anche la presenza, in quantità adeguate, di nutrienti con potenziali effetti funzionali, come alcuni aminoacidi specifici (leucina, isoleucina, valina, arginina e glutammina) o loro metaboliti (β-idrossi-β-metilbutirrato, β-HMB) e acidi grassi omega-3, è risultata poco frequente. Ampiamente rappresentati erano anche gli AFMS arricchiti con micronutrienti chiave, quali vitamine del gruppo B, vitamina D, vitamina C e acido folico, oltre a minerali come calcio, magnesio, ferro, zinco, selenio e cromo.
L’analisi delle caratteristiche tecnologiche ha poi evidenziato una diffusa presenza di prodotti ad elevata osmolarità, che in alcuni pazienti può ridurre la tollerabilità gastrointestinale. Anche le caratteristiche sensoriali presentavano qualche criticità: la maggior parte degli ONS disponibili, per esempio, aveva gusti dolci, mentre le opzioni salate erano molto meno numerose1. I prodotti erano commercializzati principalmente come bevande pronte all’uso, polveri da ricostituire o preparazioni semisolide1. In particolare, i prodotti pronti da bere (ready-to-drink) vengono spesso prescritti per favorire l’aderenza alla terapia nutrizionale, soprattutto nei pazienti anziani o fragili2,8.
Un ulteriore elemento di rilievo è il costo medio di questi prodotti, pari a circa 5,35 € per porzione1. Sebbene in alcuni contesti sanitari possano essere rimborsati dal Sistema Sanitario Nazionale, il loro costo può comunque rappresentare una barriera soprattutto per la continuità terapeutica.
L’analisi del mercato ha messo in evidenza alcune criticità anche rispetto alle raccomandazioni delle linee guida cliniche. Per le principali condizioni cliniche associate alla malnutrizione (e cioè, tumori, malattie neurodegenerative, diabete, malattie infiammatorie croniche intestinali, malattia renale terminale, disfagia e broncopneumopatia cronica ostruttiva), la maggior parte dei prodotti sé risultata nel complesso adeguata. Sono invece emersi lacune nell’allineamento tra le raccomandazioni cliniche per la sarcopenia e per la chirurgia addominale e l’offerta di AFMS e ONS sul mercato1. Nello specifico, la maggior parte dei prodotti destinati alla sarcopenia conteneva quantitativi insufficienti di leucina, β-HMB, acidi grassi omega-3, in particolare DHA (acido docosaesaenoico) ed EPA (acido eicosapentaenoico) e vitamina D. Nei prodotti destinati alla gestione dei pazienti sottoposti a chirurgia addominale, è stata invece osservata una scarsa aderenza dei prodotti alle raccomandazioni del protocollo ERAS (Enhanced Recovery After Surgery, ovvero l’approccio multidisciplinare integrato che ha l’obiettivo di ridurre lo stress post intervento chirurgico), insieme a un apporto proteico non sempre adeguato e una limitata presenza di nutrienti con funzione immunomodulante.
Queste osservazioni evidenziano la necessità di un migliore allineamento tra lo sviluppo industriale degli ONS e le raccomandazioni delle linee guida cliniche, così da rendere disponibili formulazioni realmente mirate alle esigenze nutrizionali dei pazienti più fragili11.
L’ONS ottimale e le prospettive future
Alla luce delle criticità emerse, appare sempre più chiara la necessità di sviluppare formulazioni nutrizionali mirate, personalizzate e coerenti con le raccomandazioni delle linee guida specifiche per ciascuna patologia1. Un ONS ideale dovrebbe garantire un apporto energetico adeguato, sufficiente a contribuire al raggiungimento dei fabbisogni giornalieri, possibilmente anche con volumi ridotti1.
Un secondo aspetto fondamentale riguarda la qualità delle proteine che, se ad elevato valore biologico e facilmente digeribili, possono favorire il mantenimento della massa muscolare e sostenere i processi di recupero nei pazienti malnutriti. Anche le formulazioni contenenti proteine vegetali (ad es. proteine della soia) ad alto valore nutrizionale, oppure combinazioni bilanciate di fonti proteiche vegetali (ad es. legumi e cereali) e animali, possono rappresentare strategie utili per facilitare i processi di tipo ricostruttivo, con effetti positivi sul muscolo1,2,13.
Particolare attenzione dovrebbe inoltre essere rivolta al profilo amminoacidico, con un adeguato apporto di aminoacidi essenziali e di leucina, noti per il loro ruolo nella stimolazione della sintesi proteica muscolare. Tra i composti più promettenti, il β-HMB, un metabolita della leucina, può supportare il mantenimento della massa e della funzione muscolare1.
L’integrazione di nutrienti con possibili effetti antinfiammatori o immunomodulanti, come gli acidi grassi omega-3, e specifici micronutrienti e composti bioattivi di origine vegetale, potrebbe inoltre contribuire a modulare i processi infiammatori cronici frequentemente associati alle patologie dell’età avanzata1. Oltre alla composizione nutrizionale, l’ONS ideale dovrebbe garantire un elevato apporto di calorie e di proteine ed essere caratterizzato da una buona tollerabilità gastrointestinale e da un gusto per quanto possibile gradevole. Questi elementi sono fondamentali per favorire l’aderenza al trattamento nutrizionale nel lungo periodo1.
In prospettiva, lo sviluppo di formulazioni innovative nell’ambito della nutrizione personalizzata potrebbe contribuire a migliorare ulteriormente l’efficacia e la sostenibilità del supporto nutrizionale nei pazienti fragili. Tra le possibili direzioni del settore in evoluzione sono comprese l’introduzione di prodotti completamente di origine vegetale (plant-based), l’ampliamento dell’offerta di gusti salati, la riduzione del volume delle porzioni e l’ottimizzazione dell’osmolarità, per migliorare la tollerabilità e facilitare l’assunzione nei pazienti fragili1.
Punti chiave
- La malnutrizione nell’anziano è una condizione frequente e spesso sottodiagnosticata, associata a un peggioramento dello stato funzionale, a una maggiore frequenza di complicanze e a un maggiore impatto sui servizi sanitari.
- Lo screening nutrizionale precoce e una valutazione clinico-nutrizionale personalizzata sono essenziali per prevenire la fragilità, la perdita eccessiva di massa muscolare (con comparsa di sarcopenia) e la perdita di autonomia.
- Quando la sola alimentazione non è sufficiente, l’utilizzo appropriato di alimenti a fini medici speciali e supplementi nutrizionali orali rappresenta un intervento efficace per migliorare il decorso clinico e la qualità di vita.
- La malnutrizione correlata alla malattia, frequente negli anziani e nei pazienti con patologie croniche, richiede interventi nutrizionali mirati e precoci.
- Nonostante l’ampia disponibilità di prodotti, dall’analisi del mercato emergono alcune lacune che evidenziano la necessità di sviluppare ONS più mirati, tollerabili e personalizzati.
- L’ONS ideale dovrebbe unire un’elevata densità calorica e di proteine, buona tollerabilità e una composizione nutrizionale in grado di sostenere la massa muscolare e la risposta infiammatoria, nel rispetto delle diverse raccomandazioni cliniche.
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L'Intervista all'esperto: Hellas Cena
Come contrastare la malnutrizione: il valore di una ricerca che dialoga con la pratica
La malnutrizione che, come vedremo, non è sinonimo di “denutrizione”, rappresenta uno degli obiettivi più sfidanti per gli interventi di salute pubblica, perché intreccia aspetti clinici, sociali e culturali che richiedono approcci nuovi e integrati ed è molto più diffusa di quanto si possa immaginare. OnFoods è un grande progetto di ricerca finanziato dal PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – che si inserisce in questo scenario con l’obiettivo di generare conoscenze scientifiche solide e trasferibili nella pratica clinica.
Ne parliamo con la prof.ssa Hellas Cena, Responsabile del Laboratorio di Dietetica e Nutrizione Clinica presso l’Università di Pavia, e dell’Unità Operativa di Nutrizione Clinica all’ICS Maugeri IRCCS, Presidente di ANSiSA (Associazione Nazionale Specialisti in Scienza dell’Alimentazione) e Direttore Scientifico della Fondazione per il Futuro delle Città (Presidenza del Consiglio dei Ministri), che è coordinatrice dello Spoke 6 di OnFoods.
Quest’area tematica ha come finalità il contrasto alla malnutrizione in tutte le sue forme: da quella presente nell’obesità infantile e dell’adulto alla fragilità nutrizionale degli anziani, dalle carenze di chi soffre di patologie croniche intestinali a quelle di popolazioni particolari come le persone con autismo o le future mamme in gravidanza. Attraverso un approccio multidisciplinare e tecnologico, la ricerca mira a sviluppare piani nutrizionali personalizzati e protocolli sostenibili, che possano restituire resilienza alle fasce di popolazione più vulnerabili. Per massimizzare l’efficacia di questo ambizioso progetto e diffondere le pratiche volte a contrastare la malnutrizione in modo uniforme sul territorio nazionale, è indispensabile disseminare i dati dei risultati che emergeranno dalla ricerca. Gli articoli dedicati che troverete su tre numeri successivi di AP&B a partire da questo si inseriscono appunto in un percorso editoriale di divulgazione al pubblico.
Domanda: Professoressa Cena, può spiegare ai nostri lettori che cos’è lo Spoke 6 di OnFoods, da quale esigenza concreta nasce, quali sono i punti essenziali su cui si focalizza?
Risposta: Lo Spoke 6 di OnFoods è il ramo della ricerca che si dedica in modo specifico al tema della malnutrizione, affrontata in un’accezione ampia e clinicamente rilevante. Con questo termine, infatti, si fa riferimento non solo a uno stato di denutrizione dovuto a una carenza di cibo, più facilmente individuabile, ma anche alle carenze nutrizionali di elementi essenziali che possono essere presenti, ma nascoste, anche in persone con peso normale, in sovrappeso o con obesità. Questa condizione può verificarsi per un’alimentazione poco equilibrata, ricca di calorie ma povera di nutrienti essenziali, oppure per la presenza di patologie che interferiscono con l’assorbimento dei nutrienti, per esempio a livello intestinale. Gli squilibri nutrizionali possono creare deficit poco visibili e condizioni che aumentano la vulnerabilità delle persone lungo tutto l’arco della vita. Lo Spoke 6, quindi, nasce dall’esigenza concreta di superare un limite che finora ha reso poco efficace il contrasto alla malnutrizione: la mancanza di un approccio davvero integrato. Abbiamo formato un gruppo di lavoro multidisciplinare che ha messo in rete competenze diverse – medici, nutrizionisti, dietisti, biologi, economisti, ingegneri – con l’obiettivo non solo di comprendere meglio il problema e le sue dimensioni reali, ma anche di valutarne l’impatto sul sistema sanitario e di costruire risposte più tempestive, condivise e utili per il benessere delle persone.
Quando si parla di malnutrizione, spesso si pensa a un problema di entità limitata, facilmente definibile e rilevabile. Il vostro lavoro, invece, restituisce un quadro molto più articolato. Quali sono oggi, secondo lei, gli aspetti più urgenti da far comprendere meglio sia alla comunità scientifica che alla popolazione?
L’aspetto più urgente da chiarire è che la malnutrizione è un fenomeno complesso, trasversale e spesso poco riconosciuto. Non riguarda, infatti, soltanto le situazioni più evidenti di denutrizione, ma anche, come già anticipato, quelle forme meno visibili legate, per esempio, alla carenza di micronutrienti o a diete energeticamente ricche ma nutrizionalmente povere. È importante spiegare che una condizione di malnutrizione nel tempo può contribuire allo sviluppo di malattie croniche non trasmissibili, influenzate da numerosi fattori modificabili tra i quali l’alimentazione rappresenta uno dei principali determinanti. Un altro punto cruciale è che la malnutrizione assume volti diversi nelle diverse popolazioni. Oggi, per esempio, emergono con forza l’eccesso nutrizionale nella popolazione generale, l’obesità infantile, la malnutrizione per difetto negli anziani e le condizioni di malassorbimento nei soggetti con malattie infiammatorie croniche intestinali. Comprendere questa articolazione è essenziale sia per la ricerca sia per una comunicazione al pubblico più corretta.
Uno degli elementi più interessanti di Spoke 6 è il dialogo tra prospettive diverse: dati clinici, nutrizionali, omici (vedi Box) e informazioni legate agli stili di vita. In che modo questa integrazione può tradursi in una conoscenza realmente utile, capace di uscire dai confini dell’accademia e del laboratorio e di arrivare alla pratica?
L’integrazione tra dati clinici, biochimici, omici, nutrizionali e relativi agli stili di vita permette di descrivere la malnutrizione in modo realistico, andando oltre le definizioni astratte. Da un lato consente di identificare meglio i soggetti a rischio o già in stato di malnutrizione, di comprendere i meccanismi coinvolti e di identificare e studiare biomarcatori utili. Dall’altro rende possibile tradurre questa conoscenza in protocolli nutrizionali più efficaci, personalizzati e sostenibili. Il punto decisivo, però, è che questa integrazione non deve restare confinata al laboratorio: deve servire a migliorare la diagnosi precoce, l’organizzazione dei percorsi di cura, gli esiti delle terapie e anche la qualità di vita dei pazienti, riducendo al tempo stesso i costi diretti e indiretti a carico del sistema sanitario. In questo senso, la ricerca su microbiota, nutrizione di precisione e nutrizione personalizzata non ha un valore solo teorico, ma può diventare uno strumento concreto per interventi più appropriati e più aderenti alla realtà delle persone.
Le scienze omiche
Sono quelle discipline (es. genomica, proteomica, metabolomica, microbiomica…) che, utilizzando approcci ad alta produttività, analizzano migliaia di componenti molecolari simultaneamente, ottenendo i dati utili per descrivere e interpretare l’insieme completo delle molecole di un sistema biologico.
È possibile fare una sintesi dei risultati più interessanti che avete ottenuto fino ad oggi?
Lo Spoke 6 ha già prodotto oltre cento output scientifici (su un totale di 452 dell’intero progetto OnFoods) sul tema della malnutrizione, la maggior parte dei quali consiste in articoli pubblicati su riviste scientifiche. Uno dei risultati metodologici più importanti è stata l’armonizzazione del linguaggio tra professionisti di settori diversi (medici, economisti, ingegneri, biologi), per consentire un approccio finalmente trasversale e interconnesso a questa condizione. È stata avviata la creazione di un database che integra dati biochimici, omici, nutrizionali e di stile di vita per definire meglio la malnutrizione, sia essa visibile o “invisibile”. La ricerca ha evidenziato dati allarmanti sulla popolazione italiana, come l’alto tasso di obesità infantile e una prevalenza di malnutrizione stimata intorno all’11%, un dato significativamente più elevato rispetto a quello riportato in alcuni Paesi del Nord Europa. Un terzo gruppo ad alta criticità è la popolazione con una patologia cronica intestinale, che è ad alto rischio di malnutrizione a causa del malassorbimento dei nutrienti assunti con la normale alimentazione. Il progetto BIOPROCOM ha identificato numerose molecole bioattive estratte da prodotti vegetali o dai sottoprodotti dell’industria alimentare, per creare nuovi alimenti funzionali in un’ottica di economia circolare. Inoltre sono stati finanziati progetti esterni focalizzati sulla salute dell’intestino e sulla valorizzazione delle proteine dei legumi, alimenti pilastro della dieta mediterranea, oggi spesso trascurati. Stiamo poi testando l’efficacia di un protocollo nutrizionale personalizzato e sostenibile sugli anziani, nella terza fase dello studio clinico SENIOR, confrontandolo con le cure standard. È stata anche promossa l’importanza del concetto di “preabilitazione”, ovvero un intervento nutrizionale e fisico che preceda le terapie farmacologiche o chirurgiche (modello già in uso nel Regno Unito per l’oncologia), per stimolare la resilienza del paziente, migliorare gli outcome e ridurre i costi sanitari. In generale, riassumendo, la ricerca sta passando da una fase di osservazione e raccolta dati a una fase applicativa, con l’obiettivo di fornire prototipi di alimenti funzionali e protocolli condivisi pronti per essere utilizzati nel sistema sanitario nella pratica quotidiana, quando ritenuti utili.
Oltre a mettere a punto e a portare avanti la ricerca per produrre nuovi dati, avete molto a cuore la circolazione e la valorizzazione dei risultati che emergono. A quale target vi rivolgete in particolare: ai professionisti della salute o alla popolazione generale, ai pazienti?
Il target è inevitabilmente duplice. Da una parte ci sono i professionisti della salute e, più in generale, tutti gli attori coinvolti nei percorsi di presa in carico del paziente, perché una corretta informazione nutrizionale, a cui consegue un’analisi approfondita del paziente, deve cominciare a monte del processo di cura e tradursi in protocolli condivisi, valutazioni tempestive e maggiore uniformità nella pratica clinica a livello nazionale. Dall’altra parte, però, c’è anche la società, composta da cittadini, pazienti, caregiver e opinione pubblica, che non deve essere trascurata. La divulgazione scientifica è una delle missioni centrali dell’università (Terza Missione) e dovrebbe avere sempre più spazio. I ricercatori, attraverso i risultati del loro lavoro, devono dialogare con chi si occupa di comunicazione, professionisti in grado di trasferire, con un linguaggio chiaro e comprensibile a tutti, concetti anche complessi. Solo così si potrà informare e coinvolgere la società in modo corretto, evitando eccessive semplificazioni o la diffusione di messaggi scientificamente deboli.
Pensando ai tre numeri di AP&B dedicati al progetto, quali contenuti ritiene più importanti da disseminare e con quale obiettivo nei confronti dei professionisti che leggeranno questa serie?
I contenuti più importanti da disseminare attraverso gli articoli pubblicati su AP&B sono almeno tre. Il primo, come abbiamo già sottolineato, è una definizione aggiornata e completa di malnutrizione, che aiuti i professionisti a riconoscerne le diverse forme, comprese quelle meno evidenti che spesso passano inosservate e, di conseguenza, non vengono trattate. Il secondo è il valore dell’approccio integrato di Spoke 6: osservazione clinica, dati omici, stili di vita, microbiota, nutrizione sostenibile e personalizzata sono tutti elementi che concorrono a costruire una lettura più precisa del rischio nutrizionale. Il terzo è la ricaduta pratica: l’importanza di una valutazione nutrizionale precoce, dell’attivazione di protocolli condivisi e dell’adozione di modelli alimentari sostenibili o di nuovi alimenti funzionali da proporre ai gruppi più fragili, come anziani, bambini e pazienti con patologie croniche intestinali. Il nostro obiettivo nei confronti dei professionisti non è solo quello di favorire la conoscenza, ma anche di promuoverne l’applicabilità nella vita reale. Considerare la nutrizione come parte strutturale del percorso di cura e riconoscere un eventuale problema di malnutrizione in modo precoce significa poter intervenire meglio per correggerlo, migliorando la salute e il benessere della persona e, spesso, anche gli esiti di terapie mediche o di interventi chirurgici. Il recupero di un paziente senza significative carenze nutrizionali si è rivelato più rapido ed efficace.
Infine, sul piano della comunicazione scientifica, quali risultati ritiene siano più significativi: aumentare la conoscenza del progetto, la consapevolezza circa i diversi stati di malnutrizione, contribuire a cambiare il modo in cui se ne parla o favorire un uso più concreto e più consapevole delle evidenze prodotte dalle vostre ricerche?
Il risultato più significativo sarebbe probabilmente riuscire a cambiare il modo in cui si parla di malnutrizione, facendola uscire da una visione riduttiva e promuovendo al tempo stesso un uso più concreto e consapevole delle evidenze prodotte dalla ricerca. La ricerca scientifica, infatti, ha valore se, attraverso una buona comunicazione divulgativa, riesce a trasformare i risultati in cultura condivisa, in maggiore sensibilità clinica, in dialogo tra ricerca e società e, infine, in pratiche più efficaci. Gli obiettivi della nostra ricerca saranno pienamente raggiunti se riusciremo ad avviare una piccola rivoluzione culturale che metta in relazione università, professionisti della salute, cittadini e sistema socio-economico, rafforzando il ruolo della nutrizione come determinante fondamentale di salute.
La Scheda
La noce è il frutto degli alberi del genere Juglans. La più comune è Juglans regia L., una pianta originaria del Kirghizistan (dove cresce fino a 1.000-2.000 metri di altitudine) e diffusa soprattutto nell’Europa sud-orientale e, in Asia, fino all’Himalaya e alla Cina sud-occidentale. Il seme o gheriglio rappresenta il 30-40% del peso della noce e ha un eccellente valore nutrizionale. Le diverse parti del noce, tra cui il seme, il frutto verde fresco, il mallo, il guscio, la buccia, la corteccia, le foglie e la radice, sono studiate per il contenuto di composti bioattivi e per valutare la possibilità di impiegarle nelle industrie alimentare, cosmetica e farmaceutica.
Cosa contiene
La noce combina un alto valore energetico (come tutta la frutta secca a guscio) con un tenore elevato di grassi polinsaturi (circa il 60% dell’energia) e fibra; apporta inoltre una buona quota di proteine oltre a vari micronutrienti e polifenoli. Tra i frutti a guscio le noci si distinguono per il maggiore contenuto di acidi grassi essenziali: l’omega-6 acido linoleico (34 g/100 g) e soprattutto l’omega-3 acido alfa-linolenico (6,6 g/100g), del quale sono l’alimento più ricco dopo gli oli vegetali. Le noci sono inoltre una fonte importante di vitamine, soprattutto del gruppo B (tiamina e B6) e di alcuni minerali (come fosforo, magnesio, zinco, manganese e rame), oltre che di polifenoli e di fitosteroli.
Cosa c’è da sapere
Le noci sono tra i frutti a guscio di cui le linee guida per una sana alimentazione raccomandano un consumo regolare (la porzione standard 30 g, pari a 7-8 gherigli). Molti studi hanno mostrato che l’inserimento delle noci in un’alimentazione equilibrata si associa a importanti benefici, soprattutto a livello cardiovascolare. Il tenore elevato di grassi polinsaturi e la presenza di alte concentrazioni di antiossidanti di natura polifenolica sono tra i fattori determinanti degli effetti di salute favorevoli. Alla luce delle evidenze scientifiche disponibili, l’Autorità europea per la sicurezza degli alimenti (EFSA) ha riconosciuto che “Le noci contribuiscono al miglioramento dell’elasticità dei vasi sanguigni”, mettendo in relazione questa indicazione di salute con un apporto giornaliero di 30 g di noci. Un aspetto da considerare con attenzione sono le forme allergiche alla frutta a guscio (noci comprese), che riguardano peraltro una minoranza della popolazione; le reazioni gravi, fortunatamente poco frequenti, possono essere pericolose.
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Uno studio retrospettivo evidenzia che la familiarità per l'obesità raddoppia il rischio di recuperare il peso perso dopo una dieta a basso tenore di carboidrati, mentre un riposo notturno regolare tra le sei e le otto ore rappresenterebbe un potente fattore di protezione.
In due grandi coorti statunitensi, le persone che adottavano una dieta mediterranea avevano un rischio sensibilmente ridotto di eventi vascolari rispetto a coloro che seguivano semplicemente una dieta a basso tenore lipidico. La dieta dell’American Heart Association si collocava a un livello intermedio di efficacia.







