Alimentazione e longevità: cosa emerge dallo studio degli ultranovantenni della “Zona Blu” in Sardegna?
09 Ottobre, 2026
Qual è il rapporto tra alimentazione e sopravvivenza nelle persone di almeno 90 anni di età che vivono nella “Zona Blu” della Sardegna centro-orientale, un’area nota per l’elevata presenza di persone molto longeve? Uno studio condotto su soggetti residenti in quest’area ha fornito risultati interessanti al proposito, nonché qualche sorpresa.
La ricerca ha coinvolto 200 persone, 100 uomini e 100 donne, con un’età media di circa 94 anni, reclutati in due fasi successive, a condizione che fossero di etnia sarda, e che avessero tutti e quattro i nonni nati nella Zona Blu. All’inizio dello studio i ricercatori hanno raccolto informazioni sulla salute e, mediante un questionario ad hoc, sulla frequenza di consumo di 17 alimenti o gruppi alimentari, tra cui carne, pesce, latte, formaggi, legumi, frutta, verdure, pane, pasta, olio d’oliva e vino. Il questionario non consentiva invece di quantificare le calorie assunte o l’apporto di proteine e altri nutrienti.
Tra i partecipanti, che sono stati seguiti per la durata residua della vita, fino a un massimo di sette anni, con un periodo medio di osservazione di poco superiore ai 3 anni, sono stati individuati quattro profili alimentari ricorrenti: uno basato su latticini tradizionali e grassi, il secondo sulla carne rossa, il terzo su pollame e carboidrati, il quarto su alimenti vegetali e cibi ricchi di amidi.
Le persone con abitudini più vicine al profilo basato su latte, formaggi e grassi tradizionali hanno mostrato la sopravvivenza successiva più lunga: nel gruppo con maggiore adesione, metà dei partecipanti era ancora in vita dopo circa 4,3 anni, contro i 2,3 anni nel gruppo con minore adesione. Considerando anche le differenze di età, sesso e numero di malattie diagnosticate, il gruppo con maggiore adesione a questo pattern mostrava un rischio di morte durante il periodo di osservazione inferiore del 32%, con una differenza al limite della significatività statistica. Gli altri tre profili alimentari non mostravano invece un’associazione chiara con la sopravvivenza.
Analizzando separatamente l’effetto dei singoli alimenti, si è osservato che un consumo più frequente di latte, formaggi e (in misura minore) pollame risultava associato a una minore mortalità, mentre un consumo più frequente di vino era associato a una mortalità maggiore. Consumi significativi di legumi e di vegetali verdi in foglia si associavano ad un aumento della mortalità che sfiorava la significatività statistica.
Secondo gli autori, una possibile spiegazione dei risultati è che, specie in età molto avanzata, diventa particolarmente importante mantenere un’alimentazione che sostenga la massa muscolare (e prevenga la sarcopenia) e la capacità dell’organismo di affrontare malattie e altri problemi di salute. Latte, formaggi e pollame forniscono proteine di buona qualità; i latticini apportano anche energia, calcio e altri nutrienti. Il loro consumo potrebbe quindi contribuire a preservare lo stato nutrizionale. È possibile anche una spiegazione inversa e cioè che chi era in condizioni migliori poteva avere più appetito e meno difficoltà a masticare, deglutire o alimentarsi autonomamente, consumando quindi più spesso determinati cibi. Al contrario, fragilità e malattie potevano aver già ridotto il consumo alimentare nelle persone destinate a vivere meno a lungo.
Il dato relativo al vino merita attenzione perché contrasta con l’idea che la sua assunzione contribuisca in modo significativo alla longevità sarda. In questa popolazione è emersa invece un’associazione sfavorevole: poiché tuttavia non erano disponibili informazioni sulle quantità effettivamente bevute, sulle abitudini precedenti o sulla distinzione tra ex bevitori e persone che non avevano mai bevuto, non è stato comunque possibile stabilire rapporti di causa ed effetto, particolarmente complessi da indagare per le bevande con un significativo contenuto di alcol.
Il messaggio centrale dell’articolo è quindi probabilmente che l’alimentazione dopo i 90 anni va interpretata alla luce delle esigenze e delle condizioni di salute proprie di questa fase della vita. Non necessariamente, per contro, il profilo dietetico emerso da questo studio è quello che conferisce maggiori probabilità di raggiungere un’età così avanzata. I risultati, che suggeriscono un possibile ruolo favorevole di alimenti molto nutrienti, soprattutto dei latticini, richiedono conferme ottenibili in studi più ampi e dettagliati.
Late-life dietary patterns and subsequent survival among adults aged 90 years or older in the Sardinian Blue Zone
Errigo A, Gómez G, Vindas-Meza L, Pes GM.
Nutrients. 2026;18(18):3072.
BACKGROUND: Dietary habits in long-lived populations are often interpreted as determinants of exceptional longevity, although most evidence is based on ecological or cross-sectional studies. In this study we examined whether diet measured after extreme old age was reached was associated with subsequent survival among Sardinian Blue Zone residents aged 90 years or older.
METHODS: The cohort included 200 participants aged 90–106 years who completed a qualitative food-frequency questionnaire covering 17 foods or food groups and were followed for up to seven years. A posteriori dietary patterns were derived using principal component analysis with Varimax rotation. Associations with all-cause mortality were assessed through Kaplan–Meier analysis and Cox models adjusted for age, sex, and comorbidity.
RESULTS: Four patterns were identified: dairy–traditional fat, red-meat, chicken–carbohydrate, and plant–starchy food. Greater conformity to the dairy–traditional-fat pattern was associated with lower mortality (HR per 1-SD increase, 0.839; 95% CI, 0.727–0.969, p = 0.017), although this pattern-level association did not meet the 5% false-discovery-rate (FDR) threshold (q = 0.066). The highest versus lowest tertile showed a similar association (HR, 0.682; 95% CI, 0.480–0.969). No other pattern was significantly associated with mortality. In secondary food-specific analyses, higher frequencies of milk, cheese, and chicken consumption were inversely associated with mortality, whereas wine consumption was positively associated with mortality; these four associations remained significant after FDR correction across the 17 foods examined.
CONCLUSIONS: In adults aged 90 years or older, greater conformity to a dairy-based late-life dietary pattern was associated with longer subsequent survival, although the pattern-level association did not remain significant after FDR correction. These findings concern diet in extreme old age and should not be extrapolated to lifelong dietary factors influencing exceptional longevity.
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