Una restrizione degli alimenti ultra-processati contribuisce al controllo dell’eccesso ponderale?
07 Novembre, 2025
Un tema molto discusso in ambito nutrizionale negli ultimi anni può essere sintetizzato in questo modo: è importante, nella gestione del sovrappeso e del rischio cardiometabolico, ridurre il consumo dei cibi che secondo la classificazione NOVA appartengono al gruppo 4, i cosiddetti cibi “ultra-processati”? Una loro elevata presenza nella dieta è spesso associata a un eccesso ponderale negli studi di epidemiologia osservazionale; tuttavia, in letteratura sono praticamente assenti studi che abbiano valutato gli effetti di una riduzione del loro consumo sul peso corporeo.
Questo studio è stato condotto in Brasile con l’intenzione di rispondere proprio a questa domanda. I ricercatori hanno seguito per un anno 148 adulti con obesità, o un’eccessiva circonferenza addominale, o ancora un eccesso di grasso nella composizione corporea, dopo averli suddivisi in modo randomizzato in due gruppi: ad uno è stata prescritta una semplice restrizione calorica, e al secondo la restrizione calorica è stata associata alla indicazione a ridurre il consumo di alimenti ultra-processati (UPF). Il contributo calorico di questi alimenti, nelle intenzioni dei ricercatori, non avrebbe dovuto superare il 5% delle calorie totali. I soggetti di entrambi i gruppi sono stati poi sottoposti, nel corso dello studio, al controllo periodico del peso e a una serie di determinazioni di vari fattori di rischio cardiometabolico, della composizione corporea, del consumo energetico a riposo.
I risultati dello studio compongono un quadro di interpretazione incerta. Il gruppo che avrebbe dovuto limitare il consumo degli UPF non è innanzitutto riuscito a raggiungere l’obiettivo prescritto: il calo delle calorie da UPF (in media dal 21% al 13–14%) si è fermato ben lontano dal 5% previsto dal protocollo dello studio (nel gruppo di controllo, la percentuale è passata dal 23% al 20% circa). Il peso si è ridotto in entrambi i gruppi, seppure modestamente: ma la differenza tra il gruppo a ridotto apporto di UPF e il gruppo di controllo, per quanto statisticamente significativa sul piano formale, è apparsa di fatto clinicamente irrilevante (il calo, rispetto ai valori basali, è risultato di 1,2 e di 0,6 kg rispettivamente). Nessun altro parametro (colesterolemia, glicemia, insulinemia, composizione corporea, metabolismo basale) ha mostrato vantaggi di rilievo nel gruppo a basso apporto di UPF.
Gli autori sottolineano che i partecipanti partivano da un consumo di UPF già relativamente moderato, intorno al 20%, e argomentano che in contesti nei quali questi prodotti rappresentano il 40–50% dell’alimentazione (come gli Stati Uniti o il Regno Unito) gli effetti avrebbero potuto essere più evidenti. I valori di partenza, tuttavia, sono molto simili a quelli determinati nella popolazione italiana, alla quale i risultati dello studio sarebbero quindi, invece, ben applicabili.
In conclusione, lo studio aggiunge un tassello importante al dibattito sugli alimenti che NOVA classifica come UPF: la riduzione del loro consumo non ha prodotto benefici aggiuntivi, rispetto alla semplice riduzione calorica, nell’indurre un miglioramento del peso corporeo o di altri parametri di rischio cardiometabolico. Inoltre, “tagliare” drasticamente la quota degli UPF si è rivelato difficile per la maggior parte dei partecipanti. Nuovi e ben disegnati studi di intervento sono essenziali per poter avere risposte più chiare ai quesiti relativi al ruolo di salute degli alimenti classificati nel gruppo 4 secondo NOVA.
Effectiveness and metabolic impacts of restricting the consumption of ultra-processed foods in individuals with obesity submitted to energy restriction: a randomized clinical trial
Macena ML, Pereira MR, Silva DR, Silva AE, Oliveira ADS et al.
Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Diseases, 2025; 104426.
BACKGROUND AND AIMS: To evaluate the effectiveness and metabolic effects of restricting UPF consumption in individuals with obesity undergoing energy restriction.
METHODS AND RESULTS: Randomized, parallel clinical trial, lasting 12 months. Participants were randomly allocated into two groups: (a) generic energy restriction (ER-G) and (b) energy restriction associated with UPF restriction (ER-UPF). Energy requirements were determined using calorimetry and accelerometry data. Anthropometric, dietary, body composition, metabolic, and biochemical data were collected. 148 individuals were included. The baseline intake of UPF was 21.16 [18.42; 23.90]% in the ER-UPF group and 23.70 [20.92; 26.48]% in the ER-G group, and, at 12 months, decreased to 13.86% in the ER-UPF and to 20.02% in the ER-G (p = 0.08). The ER-UPF group reduced the NOVA-UPF Score (from 2.74 [2.28; 3.20] to 1.86 [1.18; 2.53] at 12 months) compared to the ER-G (from 2.62 [2.15; 3.09] to 2.47 [1.76; 3.17]; p=0.03). The monthly bodyweight data analysis showed that the ER-UPF group lost more weight compared to the ER-G group (final values: 82.9 [79.6; 86.2] kg vs. 86.3 [83.0; 89.7] kg; p = 0.01). Despite these findings, no changes were observed in the other outcomes.
CONCLUSIONS: The proposed intervention resulted in significantly smaller decreases in UPF intake than expected and induced only a statistically, but non-clinically significant, greater weight loss compared to the ER-G. These findings may be partially explained by the fact that individuals had low UPF intake in the baseline. Future studies should focus on populations with higher basal UPF intake.
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