Un nuovo studio ribadisce l’assenza di effetti proinfiammatori per i polinsaturi omega-6
21 Aprile, 2026
L’ultima indagine sui consumi alimentari degli Italiani coordinata dal Centro di ricerca CREA-Alimenti e Nutrizione conferma che l’assunzione media di acidi grassi polinsaturi con la dieta è ancora al limite inferiore rispetto alle raccomandazioni nutrizionali per questi nutrienti: il 5-6% delle calorie nella popolazione adulta. Secondo i LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia) l’apporto dovrebbe essere compreso tra il 4 e l’8% dell’energia giornaliera per i soli polinsaturi omega-6 e tra lo 0,5 e il 2% per gli omega-3.
L’analisi trasversale condotta sui dati iniziali dello studio Aegis conferma che limitare il consumo di fonti di grassi polinsaturi, specificamente della serie omega-6, non solo non comporta benefici per la salute, ma può avere effetti sfavorevoli.
Infatti, elaborando i dati raccolti in un campione di 2.133 adulti statunitensi con un’età media di circa 50 anni e un indice di massa corporea medio di 29,2 kg/m2 (la coorte comprendeva soggetti sia normopeso che sovrappeso o obesi), gli autori dello studio hanno rilevato che le concentrazioni circolanti di omega-6 totali, e soprattutto di acido linoleico (l’acido grasso omega-6 essenziale predominante nella dieta umana), determinate utilizzando la spettroscopia di risonanza magnetica nucleare, sono risultate inversamente correlate con i livelli di diversi biomarcatori infiammatori. Nello specifico, all’aumentare delle concentrazioni sieriche di acido linoleico, i ricercatori hanno registrato una diminuzione progressiva e marcata dei livelli sia di proteina C reattiva – un marker validato di infiammazione che può presentare un’elevata variabilità anche nel breve periodo-, che di glicoproteine acetilate – considerate un indicatore stabile e a lungo termine dell’infiammazione cronica di basso grado – e di sICAM-1 (letteralmente molecole di adesione intercellulare solubile-1), un indicatore dell’attivazione dell’endotelio, il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni.
Anche l’utilizzo di un punteggio che sintetizzava l’andamento di tutti i biomarcatori esaminati, ha confermato una tendenza inversa molto solida, indicando un profilo infiammatorio globale decisamente più favorevole nei soggetti con livelli più alti di omega-6. La successiva analisi per sottogruppi basata sui livelli di trigliceridi conferma che l’associazione rimane valida sia nei soggetti con trigliceridi bassi che in quelli con valori elevati, escludendo quindi che i risultati siano stati influenzati da interferenze del metabolismo lipidico.
Ancora una volta quindi gli studi più recenti smentiscono l’ipotesi che gli acidi grassi omega-6 alimentari siano pro-infiammatori, suggerendo al contrario che essi possano avere proprietà anti-infiammatorie simili a quelle già note per gli omega-3. Questo studio avvalora le linee guida nutrizionali delle principali istituzioni scientifiche che promuovono il consumo di fonti di acidi grassi polinsaturi, sia omega-3 che omega-6, primi tra tutti oli vegetali non tropicali, in sostituzione dei grassi saturi, come parte di uno stile di vita sano per il cuore.
Inverse Associations of Serum Total Omega-6 Polyunsaturated Fatty Acids and Linoleic Acid with Biomarkers of Inflammation: A Cross-Sectional Analysis
Maki KC, Chen X, Wilcox ML, Kirkpatrick CF, Guarneiri LL, Palacios OM, et al.
J Nutr. 2026 Mar 11:101471. Epub ahead of print.
BACKGROUND: Observational evidence supports associations between higher consumption of omega-6 (n-6) polyunsaturated fatty acids (PUFAs) with reduced risks for cardiometabolic diseases. However, some have hypothesized that higher n-6 PUFA intake may be proinflammatory.
OBJECTIVES: The purpose of this cross-sectional analysis using baseline data from the Aegis cohort was to examine associations of serum total n-6 PUFA and linoleic acid concentrations with biomarkers of inflammation.
METHODS: Serum concentrations of high-sensitivity C-reactive protein (hs-CRP), glycoprotein acetyls, serum amyloid A (SAA), soluble intercellular adhesion molecule-1 (sICAM-1), and soluble vascular cell adhesion molecule-1 (sVCAM-1) were assessed as biomarkers of inflammation. Univariate Pearson correlation coefficients were calculated, and multivariate linear models were used to assess biomarker amounts across quintile categories of serum fatty acids with body mass index (BMI), age, sex, diabetes diagnosis, and n-3 PUFAs as covariates.
RESULTS: Analyses included 2133 participants, of which 63.3% were female and mean (SD) age and BMI were 50.4 (16.7) y and 29.2 (6.68) kg/m2, respectively. Circulating n-6 PUFA and linoleic acid concentrations were inversely correlated with all biomarkers of inflammation, r = -0.049 to -0.455 (each P ≤ 0.03). Least squares geometric means (95% confidence intervals) for quintile categories of circulating concentrations of both n-6 PUFAs and linoleic acid showed that, as these fatty acid concentrations increased, there were statistically significant decreases (P < 0.001) in hs-CRP, glycoprotein acetyls, and sICAM-1 concentrations. Neither SAA nor sVCAM-1 showed any significant trends across quintile categories. A composite sum of Z-scores of all 5 biomarkers of inflammation showed a statistically significant (P < 0.001) inverse trend across increasing quintile categories of n-6 PUFAs and linoleic acid.
CONCLUSIONS: These findings do not support the hypothesis that dietary n-6 PUFAs, including linoleic acid, are proinflammatory.
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