Qual è l’impatto dell’esposizione al gusto dolce su preferenze sensoriali, scelte alimentari e marcatori di salute?

05 Dicembre, 2025

Il ruolo della preferenza per il gusto dolce nel determinare la qualità dell’alimentazione è da tempo oggetto di discussione. È radicata, anche a livello istituzionale, l’idea che l’esposizione quotidiana a cibi e bevande dolci possa, nel tempo, influenzare il gradimento e quindi la ricerca di alimenti di questo gusto, e quindi l’apporto di zuccheri e calorie e l’andamento del peso corporeo e del rischio cardiometabolico. Tuttavia, a differenza di quanto osservato per il gusto salato, per il quale l’esposizione dietetica può influenzare la sensibilità e la preferenza individuale, nel caso del dolce non esistevano finora evidenze solide.

Per colmare questa lacuna, un gruppo di ricercatori ha condotto un rigoroso studio clinico randomizzato e controllato su 180 adulti olandesi sani, di età compresa tra 18 e 65 anni, seguiti per sei mesi durante i quali erano stati assegnati a diete caratterizzate da tre diversi livelli di dolcezza: bassa (nella quale cibi e bevande dolci apportavano il 14% dell’energia totale), media (nella quale il 21% delle calorie proveniva da alimenti dolci), o elevata (nella quale i dolci apportavano il 27% della quota calorica). L’obiettivo era verificare se un’esposizione prolungata (bassa o alta) al gusto dolce potesse influenzare le preferenze e le scelte alimentari, ma anche il peso e la composizione corporea e i livelli di alcuni marcatori cardiometabolici.

Al termine dei sei mesi di intervento, i partecipanti di tutti e tre i gruppi hanno mantenuto lo stesso livello di gradimento per il dolce, e la stessa capacità di percepirne l’intensità, rilevati all’inizio dello studio. Anche il comportamento alimentare spontaneo e l’introduzione energetica totale sono rimasti invariati, così come gli indicatori di salute cardiometabolica – peso e composizione corporea (indice di massa corporea, massa grassa e massa magra), glicemia, insulinemia, emoglobina glicata e profilo lipidico, per i quali non sono emerse differenze tra i gruppi. L’unica variazione significativa rilevata è stata una lieve riduzione del colesterolo totale, pari a circa 11 mg/dL, nel gruppo a bassa esposizione al dolce, dopo uno e tre mesi; tale cambiamento, tuttavia, è risultato non stabile e di rilevanza clinica limitata.

Questo studio offre un contributo importante a un dibattito spesso fondato più su ipotesi che su dati sperimentali. I risultati mostrano infatti che l’esposizione quotidiana al gusto dolce, anche quando modificata in modo sostanziale, non altera la preferenza per questo gusto e le scelte alimentari; il peso corporeo e i principali marcatori cardiometabolici si mantengono stabili. In questo senso, lo studio invita a riconsiderare alcune raccomandazioni di sanità pubblica che propongono di ridurre globalmente il gusto dolce come strategia per migliorare la qualità della dieta, suggerendo che la relazione tra gusto, comportamento alimentare e salute sia più complessa di quanto comunemente ipotizzato.

The Sweet Tooth Trial: A Parallel Randomized Controlled Trial Investigating the Effects of A 6-Month Low, Regular, or High Dietary Sweet Taste Exposure on Sweet Taste Liking, and Various Outcomes Related to Food Intake and Weight Status

Čad EM, Mars M, Pretorius L, van der Kruijssen M, Tang CS, de Jong HBT et al.
Am J Clin Nutr. 2025:101073. Epub ahead of print.

BACKGROUND: Public health organizations currently recommend lowering the consumption of sweet-tasting foods, on the assumption that a lower exposure to sweet-tasting foods lowers preferences for sweet taste, decreasing sugar and energy intake, and aiding obesity prevention. However, empirical data supporting this narrative are lacking.
OBJECTIVES: The objective of this study was to assess the effects of a 6-mo low, regular, and high dietary sweet taste exposure on liking for sweet taste.
METHODS: In a parallel-groups randomized controlled intervention study, 180 healthy adults (female/male: 123/57; aged: 35 ± 15 y; body mass index (in kg/m2): 23 ± 3) were provided with dietary advice and ∼50% daily energy needs for 6 mo, where 7% (low sweet taste exposure, n = 61), 35% (regular sweet taste exposure, n = 60), or 80% (high sweet taste exposure, n = 59) provided foods and beverages were sweet tasting from sugars, low-calorie sweeteners, fruits and dairy. Before, at 6 mo, and at a 4-mo follow-up, sweet taste liking, sweet taste intensity perception, food choice, energy intake, body weight, markers for diabetes and cardiovascular disease, and adverse events were assessed.
RESULTS: Sweet food consumption varied between groups over the intervention period (self-reported dietary measures (percentage energy, percentage weight): smallest χ2(16) = 59.4, P < 0.001; urinary markers for sucrose, sucralose, and saccharin: smallest χ2(10) = 21.0, P = 0.02). However, from baseline to month 6, no differences between groups were found in sweet taste liking ( χ2(40) = 37.9, P = 0.56), sweet taste intensity perception (χ2(40) = 20.7, P = 0.99), sweet food choice (χ2(10) = 10.1, P = 0.43), energy intake (χ2(10) = 12.7, P = 0.24), body weight (χ2(10) = 14.3, P = 0.16), markers for diabetes and cardiovascular disease (largest χ2(10) = 15.9, P = 0.10) or adverse events. After the intervention, participants also spontaneously returned to baseline levels of sweet food intake.
CONCLUSIONS: In the current trial, altering exposure to sweet-tasting foods did not change sweet taste liking, nor other outcomes. These results do not support public health advice to reduce exposure to sweet-tasting foods, independent of other relevant factors such as energy density and food form.

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