Qual è il modello alimentare più efficace in prevenzione cardiovascolare?

08 Settembre, 2026

Numerosi elementi suggeriscono che le caratteristiche generali dell’alimentazione siano in grado di influenzare il rischio cardiovascolare, ma non c’è ancora consenso sul modello alimentare più efficace al proposito. Con l’obiettivo di aggiungere nuove informazioni sull’argomento, gli autori di questo articolo hanno confrontato gli effetti a lungo termine sul rischio cardiovascolare di tre modelli alimentari: una dieta a basso contenuto di grassi (ipolipidica), la dieta mediterranea e il modello raccomandato nel 2020 dall’American Heart Association (AHA).

Nell’analisi sono stati inclusi i dati del Nurses’ Health Study e dell’Health Professionals Follow-up Study, includendo nell’analisi principale 12.197 uomini e donne statunitensi, prevalentemente bianchi, di età compresa in genere tra 55 e 80 anni. Tutti erano inizialmente privi di malattie cardiovascolari, ma alcuni (il 15% circa) presentavano diabete oppure almeno tre importanti fattori di rischio, come ipertensione, colesterolo elevato, sovrappeso, fumo o familiarità, ed erano considerati ad alto rischia. Le abitudini alimentari sono state rilevate ogni quattro anni mediante questionari validati e gli eventi cardiovascolari sono stati registrati nel corso di vent’anni.

Poiché non si trattava, tuttavia, di uno studio di intervento randomizzato, nel quale le persone sono state assegnate casualmente alle diverse diete, i ricercatori hanno applicato una metodologia statistica definita “emulazione di un trial”, cercando di stimare che cosa sarebbe accaduto se tutti i partecipanti avessero seguito stabilmente uno dei tre modelli alimentari, tra i quali quello adottato nello studio Predimed.

Nel corso del periodo considerato si sono verificati 3.469 eventi cardiovascolari, comprendenti infarto, ictus, morte cardiovascolare e interventi come bypass e angioplastica. Nella popolazione ad alto rischio, la probabilità stimata di sviluppare un evento cardiovascolare nell’arco di vent’anni è risultata del 35,9% con la dieta povera di grassi, del 28,2% con la dieta mediterranea e del 31,2% con il modello AHA. Rispetto alla dieta a basso contenuto di grassi, la dieta mediterranea era quindi associata a una riduzione relativa del rischio del 21% e a una riduzione assoluta di 7,7 punti percentuali che, in termini semplici, si potrebbe tradurre in otto eventi cardiovascolari in meno ogni 100 persone che seguissero per vent’anni questo modello alimentare, rispetto a una dieta ipolipidica. Per la dieta basata sui principi dell’AHA, la riduzione relativa era del 13% e quella assoluta di 4,7 punti percentuali, equivalenti a circa cinque eventi in meno ogni 100 persone. La dieta mediterranea sembrava offrire un vantaggio anche rispetto al modello AHA, ma la differenza era al limite dell’incertezza statistica e non consentiva di affermarne con sicurezza la superiorità.

I risultati erano particolarmente favorevoli per la malattia coronarica e per la mortalità. Rispetto alla dieta povera di grassi, la dieta mediterranea era associata a una riduzione stimata del 28% della malattia coronarica, del 40% della mortalità cardiovascolare e del 23% della mortalità complessiva. Anche il modello AHA mostrava associazioni favorevoli, ma generalmente meno marcate. Nessuno dei due modelli risultava invece associato a una riduzione statisticamente convincente dell’ictus. Ripetendo l’analisi in una popolazione più generale, non selezionata per età o fattori di rischio, i risultati mantenevano la stessa direzione, ma le differenze assolute erano inferiori: circa due eventi cardiovascolari in meno ogni 100 persone con la dieta mediterranea e uno in meno con il modello AHA. Ciò è comprensibile, perché nelle persone con un rischio iniziale più basso anche il numero di eventi potenzialmente prevenibili è minore.

Lo studio va interpretato correttamente: il suo principale messaggio è che la qualità complessiva della dieta e la scelta delle fonti di grassi sembrano contare più della semplice riduzione dei grassi totali. La dieta mediterranea comprende infatti olio d’oliva, frutta a guscio e pesce, alimenti che apportano grassi prevalentemente insaturi, insieme a frutta, verdura, legumi e cereali integrali. Come il modello AHA, che pure privilegia alimenti vegetali, cereali integrali e pesce e limita bevande zuccherate, sodio e carni lavorate, propone quindi un miglioramento complessivo della qualità alimentare, a differenza del modello “low-fat” che si concentra soprattutto sulla riduzione dei grassi.

Lo studio è rafforzato dall’elevato numero di partecipanti, dal lungo periodo di osservazione, dalle valutazioni ripetute della composizione della dieta e dalla possibilità di tenere conto dei cambiamenti nel peso, nel fumo, nell’attività fisica e nelle condizioni cliniche. Rimangono però limiti importanti. Trattandosi di uno studio osservazionale, non si può escludere che chi segue un’alimentazione più salutare segua anche altri comportamenti favorevoli, non completamente controllabili con le analisi statistiche. L’alimentazione era inoltre autoriportata, e pochi partecipanti rispettavano contemporaneamente tutti i criteri delle diete; la popolazione infine era costituita soprattutto da professionisti sanitari bianchi, con una particolare attenzione alla salute. Le riduzioni osservate non devono quindi essere interpretate come una prova causale definitiva né come una previsione precisa per ogni individuo. Nel complesso, tuttavia, i risultati sostengono l’idea che un modello alimentare ricco di alimenti vegetali e fonti di grassi insaturi, come la dieta mediterranea, sia probabilmente più favorevole alla prevenzione cardiovascolare rispetto a una strategia concentrata prevalentemente sulla riduzione indiscriminata dei grassi.

Cardiovascular disease risk under low-fat, Mediterranean, and American Heart Association diets: a target trial emulation in United States adults

Li Y, Stern D, Martínez-González MA, Yang S, Chavarro JE, Manson JE, et al.
Am J Clin Nutr. 2026 Aug;124(2):101404.  

BACKGROUND: The Mediterranean diet reduces cardiovascular disease (CVD) risk in European populations, but its long-term effectiveness in United States adults, particularly relative to the American Heart Association (AHA)-2020 dietary goals, remains uncertain.
OBJECTIVES: We compared 20-y CVD risk in United States adults under sustained adherence to a low-fat diet, a Mediterranean diet, and the food-based AHA-2020 dietary goals.
METHODS: We emulated a target trial using data from the Nurses’ Health Study and Health Professionals Follow-up Study among 12,197 United States adults aged 55 to 80 y with diabetes or ≥3 major CVD risk factor. Diet was assessed every 4 y via validated food frequency questionnaires. The primary outcome was CVD, defined as nonfatal myocardial infarction, coronary revascularization, stroke, and CVD death, confirmed by medical records. We applied the parametric g-formula to estimate 20-y CVD risk under each dietary strategy.
RESULTS: Over 20 y, 3469 CVD cases occurred (1451 men and 2018 women). Pooled absolute risks of CVD were 35.9% (95% CI: 33.1%, 38.5%) under the low-fat diet, 28.2% (95% CI: 25.8%, 31.4%) under the Mediterranean diet, and 31.2% (95% CI: 29.1%, 33.4%) under the AHA-2020 dietary goals. Compared with the low-fat diet, estimated risk ratios were 0.79 (95% CI: 0.70, 0.91) for the Mediterranean diet and 0.87 (95% CI: 0.79, 0.96) for the AHA-2020 dietary goals. In a general population not selected for age, diabetes, or CVD risk factors, the corresponding risk ratios were 0.90 (95% CI: 0.84, 0.95) and 0.94 (95% CI: 0.90, 0.99), respectively.
CONCLUSIONS: Sustained adherence to the Mediterranean diet and the AHA-2020 dietary goals is estimated to have a lower 20-y risk of CVD than a low-fat diet in United States adults.

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