Nuove evidenze a supporto della relazione tra consumo giornalieri di tè nero e riduzione del rischio coronarico

03 Ottobre, 2025

La prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari, che rappresentano tutt’oggi una delle principali cause di morte nel mondo, con milioni di decessi ogni anno e un impatto rilevante anche in termini di disabilità e costi sanitari, rimane un obiettivo prioritario di salute pubblica. Tra i fattori modificabili su cui è possibile intervenire occupano un ruolo centrale le abitudini alimentari nel loro complesso, ma anche alcuni aspetti specifici, come il consumo di tè, che è stato più volte studiato per i suoi potenziali effetti protettivi a livello cardiovascolare. Se, tuttavia, per il tè verde esistono prove consolidate di un’associazione favorevole con la riduzione del rischio di malattie coronariche, per il tè nero le evidenze disponibili sono tuttora controverse.

Nuove informazioni al proposito giungono da questa revisione sistematica con metanalisi di 14 studi di coorte prospettici, per un totale di quasi un milione di partecipanti, tra i quali sono stati documentati oltre 16.000 casi di malattia coronarica. Tra i consumatori abituali di tè nero è emersa una riduzione complessiva dell’11% del rischio rispetto a coloro che invece non assumevano la bevanda: l’effetto protettivo si è rivelato particolarmente evidente negli studi condotti in Europa, mentre negli Stati Uniti non sono emerse associazioni significative: un dato che lascia aperta la possibilità che differenze culturali, dietetiche o genetiche possano influenzare in maniera molto netta gli effetti della bevanda sul rischio cardiovascolare. Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda la dimostrazione dell’esistenza di una chiara relazione dose-risposta: all’aumentare dei livelli di consumo di tè nero il rischio di malattia coronarica tendeva a ridursi progressivamente, con una diminuzione del 5% già con due tazze al giorno, del 9% con quattro tazze, dell’11% con sei tazze, del 14% con otto tazze e fino al 16% nei soggetti che ne bevevano quotidianamente dieci tazze. Questo andamento non lineare ma chiaramente correlato alla quantità consumata, suggerisce un effetto protettivo cumulativo, plausibilmente attribuibile alla presenza dei polifenoli caratteristici del tè nero (teaflavine). Le proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e antiaterosclerotiche di queste molecole sono già state documentate in studi precedenti; come, del resto la capacità del tè nero di contribuire alla riduzione della pressione arteriosa e dei livelli di colesterolo LDL, entrambi fattori di rischio per la cardiopatia ischemica.

La metanalisi conferma dunque l’esistenza di un’associazione favorevole tra il consumo abituale di tè nero e la riduzione del rischio di malattia coronarica. Sebbene i risultati derivino da studi osservazionali e non si possa quindi escludere il possibile ruolo di fattori confondenti, la robustezza metodologica degli studi, la numerosità delle coorti analizzate e la coerenza delle osservazioni, nonché la plausibilità biologica che deriva dalla conoscenza degli effetti dei polifenoli del tè, rendono credibile l’effetto protettivo osservato. In attesa che futuri studi clinici randomizzati forniscano prove definitive, il tè nero può essere considerato una bevanda sicura e potenzialmente utile all’interno di un modello dietetico equilibrato e mirato alla protezione coronarica.

Black tea consumption and the risk of coronary heart disease: a systematic review and meta-analysis of cohort studies

Wang ZM, Lian XQ, Long QQ, Wu B, Wang LS.
Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2025; Epub ahead of print.

BACKGROUND AND AIMS: During the past four decades, the relationship between black tea consumption and coronary heart disease (CHD) risk has been assessed in numerous studies, with conflicting results. We aimed to perform a meta-analysis to systematically examine the data published on the association in cohort studies.
METHODS AND RESULTS: We searched the PubMed and EMBASE databases for studies conducted from 1966 to August 2024. Study-specific risk estimates were combined by using a random-effects model. Dose-response relationship was assessed by a 2-stage random-effects dose-response meta-analysis. A total of 14 studies, with 16,990 CHD cases among 958,477 participants, were included. The overall results showed a significant 11% reduction in CHD risk with the highest black tea consumption [summary relative risk (RR): 0.89; 95% confidence interval (CI): 0.79, 0.99]; there was a significant heterogeneity (P = 0.007, I2 = 50.6%). In the subgroup analysis by region, the protective effect was observed in the European, but not in the USA. We observed a nonlinear association between black tea consumption and CHD risk (P for nonlinearity = 0.0011). Compared with non-consumers, the RRs (95% CI) of CHD across levels of black tea consumption were 0.95 (0.91, 0.99) for 2 cups/day, 0.91 (0.86, 0.96) for 4 cups/day, 0.89 (0.83, 0.95) for 6 cups/day, 0.86 (0.78, 0.96) for 8 cups/day, and 0.84 (0.72, 0.98) for 10 cups/day.
CONCLUSIONS: This meta-analysis demonstrates that black tea consumption was associated with a reduced CHD risk. Our results support recommendations for black tea consumption to the primary prevention of CHD.

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