Microbiota intestinale e declino cognitivo: nuovi dati da una rassegna sistematica della letteratura
27 Gennaio, 2026
La ricerca sul microbiota intestinale e sulle sue interazioni con l’organismo ospite ha fornito nel tempo evidenze consistenti che suggeriscono come intestino e cervello siano funzionalmente collegati, attraverso il cosiddetto gut-brain axis (letteralmente, asse intestino-cervello). Il ruolo reale di questa connessione funzionale, tuttavia, non è ben noto, specie in relazione alla possibilità che essa possa influenzare il declino cognitivo che si osserva frequentemente nelle persone di età avanzata.
Per indagare se e in che misura interventi sul microbiota intestinale basati sulla modificazione della dieta in senso prebiotico, o sulla somministrazione diretta di probiotici, o ancora mediante il trapianto del microbiota fecale, possano indurre benefici misurabili su parametri cognitivi ben definiti, gli autori di questo articolo hanno effettuato una revisione sistematica della letteratura clinica disponibile.
La ricerca ha incluso 15 studi (in prevalenza trial randomizzati controllati) per un totale di 4.275 partecipanti di età superiore ai 45 anni, con iniziale declino cognitivo, o con malattia di Alzheimer moderata o allo stadio iniziale, o portatori di profili a rischio per questa patologia. La qualità metodologica degli articoli esaminati è risultata globalmente moderata–alta, anche se gravata da criticità ricorrenti: eterogeneità degli interventi, in termini di durata ed endpoint; difficoltà nel mantenimento della cecità nei trial dietetici, follow-up di durata spesso limitata e campioni di dimensioni ridotte in alcuni sottogruppi (in particolare per gli studi basati sul trapianto fecale).
I risultati degli studi esaminati suggeriscono che le indicazioni di efficacia più consistenti si osservano nelle fasi precoci delle patologie considerate e nelle fasi preventive nei soggetti a rischio, mentre negli stadi più avanzati dell’Alzheimer gli effetti sui punteggi cognitivi tendono ad attenuarsi. Tra gli interventi dietetici, la dieta mediterranea (anche in varianti arricchite con olio di oliva extravergine o frutta secca) è risultata associata a esiti cognitivi migliori rispetto alle diete di controllo (in genere ipolipidiche). Regimi alimentari più specifici (come alcune forme di dieta chetogenica) mostrano segni di efficacia interessanti, ma meno facili da generalizzare. Omega-3 e formule multi-nutrienti ottengono invece risultati modesti o selettivi, anche se talvolta, in certi contesti e su domini specifici (es. memoria, funzioni esecutive) emergono indicazioni positive.
Per quanto riguarda i probiotici, numerosi studi riportano miglioramenti su test cognitivi o su specifiche funzioni; in alcuni contesti si osserva una possibile protezione dal calo cognitivo dopo interventi chirurgici. In tutti questi studi, tuttavia, i risultati dipendono da ceppi, dose, durata e dal tipo di pazienti coinvolti, e non sono quindi facilmente generalizzabili.
Le evidenze relative al trapianto fecale sono invece del tutto preliminari: l’esiguità dei campioni studiati e l’assenza di procedure accurate di standardizzazione costituiscono i limiti principali alle conclusioni relative a efficacia e sicurezza nel medio-lungo periodo.
Quanto ai possibili meccanismi degli effetti osservati, gli autori riportano che alcune osservazioni ricorrono in più studi. Aumentano frequentemente, per esempio, la diversità microbica e la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA), associati a una migliore funzionalità della barriera intestinale, a un minore grado di infiammazione e a segnali metabolici potenzialmente “protettivi”. Tendono poi a ridursi la neuroinfiammazione e lo stress ossidativo: meno segnali infiammatori possono quindi raggiungere (direttamente o indirettamente) il cervello. Sono descritte anche influenze su neurotrasmettitori e neuromodulatori (es. vie legate al GABA) e su fattori trofici (es. BDNF in alcuni contesti), o interazioni con il metabolismo dei lipidi (colesterolo, acidi biliari, segnali metabolici), che nel cervello sono cruciali per un corretto funzionamento di membrane, sinapsi e neuroni. Va ricordato che molti di questi meccanismi sono plausibili, ma che l’esistenza di una connessione causale tra le modificazioni del microbiota, quelle di specifici marcatori e miglioramenti clinici stabili non è ancora dimostrata in modo definitivo.
In prospettiva, la revisione sostiene la necessità di trial più lunghi e meglio armonizzati, anche per distinguere gli effetti specifici mediati dal microbiota, da quelli indiretti, di natura metabolica e vascolare.
The association between gut microbiota and cognitive decline: a systematic review of the literature
Libriani S, Facchinetti G, Marti F, Tolentino Diaz MY, Sandri E.
Nutr Res. 2026. Epub ahead of print.
Increasing evidence implicates the gut–brain axis in the pathogenesis of neurodegenerative disorders. Age-related alterations in gut microbiota composition may influence cognitive decline and dementia progression; however, the efficacy of microbiota-targeted interventions in improving cognitive outcomes remains unclear. A systematic review of randomized controlled trials and quasi-experimental studies published up to June 2025 was conducted through comprehensive searches of PubMed, COCHRANE, CINAHL, Web of Science and EMBASE. Eligible studies included participants aged over 45 years with cognitive impairment or at risk of developing dementia and evaluated the cognitive effects of gut microbiota modulation through probiotics, faecal microbiota transplantation, or dietary interventions. Data extraction and quality appraisal were conducted using the JBI Critical Appraisal Checklist. Methodological quality ranged from moderate to high. Data were synthesized narratively and cognitive outcomes were measured using validated assessment tools, including the MMSE, MoCA, and RBANS. Fifteen studies comprising 4,275 participants from Europe, Asia, North America, and the Middle East met the inclusion criteria. Interventions such as Mediterranean and ketogenic diets, probiotic supplementation and faecal microbiota transplantation (FMT) demonstrated improvements in memory, executive function, and global cognition, particularly in individuals with early cognitive impairment. Cognitive benefits were associated with enhanced microbial diversity, increased short-chain fatty acid (SCFA) production, and reduced neuroinflammation. Effects were minimal in advanced Alzheimer’s disease. Gut microbiota modulation emerges as a promising non-pharmacological approach to support cognitive function, especially in prodromal or mild cognitive impairment. Early intervention appears to be key to optimizing outcomes. Further large-scale, longitudinal RCTs are warranted to validate these findings and elucidate underlying mechanisms.
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