La composizione del microbioma dipende dai livelli di assunzione e dalla varietà degli alimenti vegetali più che dal pattern dietetico vegano, vegetariano o onnivoro
27 Gennaio, 2025
I potenziali benefici per la salute e per l’ambiente giustificano l’interesse crescente per gli effetti di salute delle diete basate sugli alimenti di origine vegetale. Tra gli aspetti di maggiore novità in questo filone di ricerca vi è senz’altro il possibile ruolo del microbioma intestinale nella modulazione degli effetti favorevoli attribuibili ai vegetali, come conferma questo studio che ha analizzato la composizione del microbioma intestinale, la composizione della dieta e i livelli di alcuni marcatori di salute cardiometabolica in 21.561 persone appartenenti a cinque coorti provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia.
Dall’analisi emerge che gli onnivori (19.817) i vegetariani (1.088) e i vegani (656) si differenziavano nettamente per composizione microbica e che la distinzione era particolarmente marcata tra onnivori e vegani. In particolare, negli onnivori il consumo di carne rossa è risultato associato alla presenza di batteri come Ruminococcus torques, Bilophila wadsworthia e Alistipes putredinis, che correla con esiti cardiometabolici meno favorevoli; le diete vegane erano associate alla presenza di batteri considerati invece benefici, come Lachnospiraceae e Butyricicoccus sp., produttori di acidi grassi a catena corta. Inoltre i ricercatori hanno individuato delle associazioni tra la composizione del microbioma intestinale e la presenza dei ceppi di microorganismi tipici dei diversi alimenti: per esempio, nelle persone che assumevano diete ricche di latte e derivati era più alta la presenza di Streptococcus thermophilus e altri batteri lattici (come Lactobacillus acidophilus, paracasei e lactis), mentre il microbioma dei vegani aveva la maggiore prevalenza di batteri presenti nella frutta e nella verdura (e nel suolo dei terreni destinati alla coltivazione), come Escherichia hormaechei e alcuni ceppi di Klebsiella.
Gli autori concludono che, in base a questi risultati, la presenza degli alimenti vegetali nella dieta e la loro varietà sono determinanti degli effetti positivi per la salute intestinale e cardiometabolica; è meno rilevante invece che il consumo di vegetali rientri in una dieta basata esclusivamente sui vegetali o onnivora, purché sia nutrizionalmente equilibrata. Le implicazioni di queste osservazioni sono di evidente carattere pratico: infatti, se confermate, potrebbero aiutare a sviluppare strategie nutrizionali personalizzate e interventi dietetici mirati. Resta tuttavia da chiarire il ruolo specifico di alcuni batteri nel mantenimento della salute umana e i potenziali effetti della trasmissione dei diversi ceppi dagli alimenti al tratto intestinale.
Gut microbiome signatures of vegan, vegetarian and omnivore diets and associated health outcomes across 21,561 individuals
Fackelmann G, Manghi P, Carlino N, Heidrich V, Piccinno G, Ricci L et al.
Nat Microbiol. 2025 Jan;10(1):41-52.
As plant-based diets gain traction, interest in their impacts on the gut microbiome is growing. However, little is known about diet-pattern-specific metagenomic profiles across populations. Here we considered 21,561 individuals spanning 5 independent, multinational, human cohorts to map how differences in diet pattern (omnivore, vegetarian and vegan) are reflected in gut microbiomes. Microbial profiles distinguished these common diet patterns well (mean AUC = 0.85). Red meat was a strong driver of omnivore microbiomes, with corresponding signature microbes (for example, Ruminococcus torques, Bilophila wadsworthia and Alistipes putredinis) negatively correlated with host cardiometabolic health. Conversely, vegan signature microbes were correlated with favourable cardiometabolic markers and were enriched in omnivores consuming more plant-based foods. Diet-specific gut microbes partially overlapped with food microbiomes, especially with dairy microbes, for example, Streptococcus thermophilus, and typical soil microbes in vegans. The signatures of common western diet patterns can support future nutritional interventions and epidemiology.
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