Indice e carico glicemico e rischio di malattia coronarica

10 Luglio, 2020

I dati di uno studio prospettico osservazionale condotto in Europa confermano come la scelta preferenziale di alimenti in grado di indurre un ridotto aumento della glicemia dopo il loro consumo si associ, nel tempo, ad un minore rischio di eventi coronarici. L’indagine, condotta nell’amplissima popolazione dello studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), ha seguito per un periodo medio di 13 anni circa 340.000 soggetti, di ambo i sessi, di età tra i 35 ed i 70 anni all’arruolamento, residenti nel continente europeo (inclusa una coorte italiana). Durante il follow-up gli autori hanno osservato nella coorte circa 6300 eventi coronarici (fatali e non fatali).
I ricercatori hanno calcolato sia l’indice glicemico medio della dieta dei soggetti arruolati (calcolato come media ponderata degli indici glicemici degli alimenti consumati) e sia il suo carico glicemico medio (che tiene conto anche delle quantità dei carboidrati disponibili presenti nei vari alimenti consumati), e hanno quindi valutato l’incidenza degli eventi coronarici nei quintili con valori crescenti dell’indice glicemico e del carico glicemico della dieta.
I dati rilevati forniscono non pochi spunti di interesse. L’indice glicemico medio della dieta non risulta infatti correlato, in questo studio, con il rischio coronarico. Correla invece, come si è anticipato, il carico glicemico: che tenendo conto sia della qualità e sia della quantità dei carboidrati consumati risulta un predittore molto più accurato dell’evoluzione della glicemia post-prandiale nei soggetti arruolati. I soggetti nel quintile più elevato di carico glicemico vanno infatti incontro, nel tempo, ad un aumento del 16% circa dell’incidenza di eventi coronarici, se raffrontati al quintile con valori basali più bassi del carico glicemico stesso. In termini assoluti, tale incremento è in realtà molto piccolo: l’aumento assoluto degli eventi associato all’aumento del carico glicemico dietetico è infatti solamente dello 0,15% (con un eccesso di 3 casi per 2.000 soggetti seguiti per 9 anni). In un’analisi che teneva conto del livello del BMI, l’eccesso di rischio si rilevava solamente tra le persone in sovrappeso o obese (probabilmente caratterizzati ad un certo grado di insulino-resistenza), e non tra i soggetti normopeso.
È anche interessante osservare che i soggetti nel quintile più elevato di carico glicemico sono caratterizzati da un migliore stile di vita (maggiore attività fisica, minore frequenza di fumo di sigaretta) e da un minore BMI; per quanto concerne i parametri metabolici, l’unica differenza di interesse è il rilievo, in questo gruppo, di un valore significativamente inferiore della colesterolemia HDL, sempre rispetto ai soggetti del primo quintile. La proteina C reattiva ed i trigliceridi plasmatici sono invece significativamente maggiori nei soggetti con maggiore indice glicemico della dieta.
Gli autori hanno anche rilevato un aumento del rischio del 9% associato all’aumento di 50 g del consumo giornaliero di consumo di zucchero, dell’11% per un aumento della stessa ampiezza del consumo di carboidrati disponibili e del 6% (non significativo) per un aumento del consumo degli amidi.
Lo studio, nel complesso, conferma quindi come le caratteristiche dei carboidrati, e specificamente il loro impatto sulla glicemia, concorrano a determinare il rischio coronarico delle persone. L’effetto appare tuttavia di ampiezza modesta, e la sua rilevanza pratica appare quindi limitata.

Glycemic index, glycemic load, and risk of coronary heart disease: a pan-European cohort study

Sieri S, Agnoli C, Grioni S, Weiderpass E, Mattiello A et al.
Am J Clin Nutr. 2020;nqaa157. [published online ahead of print, 2020 Jul 3]. doi:10.1093/ajcn/nqaa157

BACKGROUND: High carbohydrate intake raises blood triglycerides, glucose, and insulin; reduces HDLs; and may increase risk of coronary heart disease (CHD). Epidemiological studies indicate that high dietary glycemic index (GI) and glycemic load (GL) are associated with increased CHD risk.
OBJECTIVES: The aim of this study was to determine whether dietary GI, GL, and available carbohydrates are associated with CHD risk in both sexes.
METHODS: This large prospective study—the European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition—consisted of 338,325 participants who completed a dietary questionnaire. HRs with 95% CIs for a CHD event, in relation to intake of GI, GL, and carbohydrates, were estimated using covariate-adjusted Cox proportional hazard models.
RESULTS: After 12.8 y (median), 6378 participants had experienced a CHD event. High GL was associated with greater CHD risk [HR 1.16 (95% CI: 1.02, 1.31) highest vs. lowest quintile, p-trend 0.035; HR 1.18 (95% CI: 1.07, 1.29) per 50 g/day of GL intake]. The association between GL and CHD risk was evident in subjects with BMI (in kg/m2) ≥25 [HR: 1.22 (95% CI: 1.11, 1.35) per 50 g/d] but not in those with BMI <25 [HR: 1.09 (95% CI: 0.98, 1.22) per 50 g/d) (P-interaction = 0.022). The GL–CHD association did not differ between men [HR: 1.19 (95% CI: 1.08, 1.30) per 50 g/d] and women [HR: 1.22 (95% CI: 1.07, 1.40) per 50 g/d] (test for interaction not significant). GI was associated with CHD risk only in the continuous model [HR: 1.04 (95% CI: 1.00, 1.08) per 5 units/d]. High available carbohydrate was associated with greater CHD risk [HR: 1.11 (95% CI: 1.03, 1.18) per 50 g/d]. High sugar intake was associated with greater CHD risk [HR: 1.09 (95% CI: 1.02, 1.17) per 50 g/d].
CONCLUSIONS: This large pan-European study provides robust additional support for the hypothesis that a diet that induces a high glucose response is associated with greater CHD risk.

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