Il pesce grasso: un aiuto per la prevenzione e il controllo del dolore cronico

30 Settembre, 2022

Nonostante gli acidi grassi omega-3 esercitino un’azione di tipo antinfiammatorio, e quindi potenzialmente antidolorifica, non è del tutto chiara la relazione tra il consumo di pesce, e in particolare pesce grasso, che ne rappresenta la principale fonte alimentare, e la prevenzione o il controllo del dolore cronico, una condizione che colpisce il 25-35% degli adulti e fino al 60% delle persone di età superiore ai 65 anni.

Della relazione tra consumo regolare di pesce grasso, e comparsa, o evoluzione, del dolore cronico si sono occupati i ricercatori spagnoli che hanno analizzato i dati relativi a composizione della dieta e stato di salute di 950 soggetti con almeno 60 anni di età, arruolati nella coorte dello studio Seniors-ENRICA-1. La suddivisione della popolazione allo studio in base ai livelli di consumo di pesce ha permesso di rilevare che i soggetti nel quartile con le assunzioni più elevate di pesce grasso (acciughe, aringhe, sgombri, salmone, sardine, pesce spada, trota, tonno) presentavano un rischio significativamente inferiore di sviluppare un dolore cronicizzato, o di peggiorare la loro condizione dolorosa negli anni, rispetto a coloro che ne assumevano quantità più basse. Nello specifico, ad ogni incremento giornaliero di 25 g di pesce grasso (circa 1,5 porzioni in più a settimana) corrispondeva una riduzione del 30% circa della comparsa di un quadro di dolore cronico, o di un peggioramento dei sintomi dolorosi, durante un follow-up della durata media di cinque anni. Non emergeva al contrario alcuna associazione significativa con il consumo totale di pesce, o quello delle specie ittiche più magre come il merluzzo, la cernia, il nasello o l’orata.

La correlazione favorevole è stata confermata anche per i livelli di assunzione di omega-3, in particolare di EPA e DHA, con la riduzione del peggioramento dei sintomi, ma non con la probabilità di comparsa del dolore in soggetti sani: suggerendo un effetto superiore del consumo di pesce alla sola integrazione con omega-3. Infatti, oltre a essere ricco di omega-3, capace di contrastare l’azione di mediatori pro-infiammatori, questo alimento è anche un’importante fonte di altri nutrienti, come vitamine (tiamina, B12, D), minerali (zinco, selenio) e aminoacidi (metionina), che possono ulteriormente contribuire a controllare il dolore attraverso la modulazione dell’infiammazione e dello stress ossidativo. Gli autori sottolineano di non aver considerato il possibile ruolo degli integratori a base di omega-3, che erano assunti da circa lo 0,5% del campione.

In generale, sebbene il consumo di pesce non possa sostituire le cure mediche in caso di dolore cronico, gli effetti benefici che ne deriverebbero confermano l’importanza della raccomandazione di aumentarne il consumo nell’ambito di una dieta sana, anche come strategia preventiva al dolore, specialmente nella popolazione oltre i 60 anni.

Fish consumption, omega-3 fatty acid intake, and risk of pain: the Seniors-ENRICA-1 cohort

Carballo-Casla A, García-Esquinas E, Banegas JR, Rodríguez-Artalejo F, Ortolá R.
Clinical Nutrition, 2022, ISSN 0261-5614, https://doi.org/10.1016/j.clnu.2022.09.007.

BACKGROUND & AIMS: Omega-3 fatty acids have anti-inflammatory and analgesic (anti-nociceptive) actions. However, the relation of habitual omega-3 fatty acid intake and fish consumption -its main food source- with pain remains largely unknown. We examined the association of fish consumption and marine omega-3 fatty acid intake with pain incidence and worsening over 5 years among older adults.
METHODS: Data were taken from the Seniors-ENRICA-1 cohort, which included 950 individuals aged ≥60 years in Spain. Habitual fish consumption and marine omega-3 fatty acid intake during the previous year were assessed in 2008–2010 and 2012 with a validated diet history. Pain was assessed in 2012 and 2017 with a scale developed from the Survey on Chronic Pain in Europe, ranging from 0 (no pain) to 6 (highest pain), according to its severity, frequency, and number of locations. Analyses on pain incidence were conducted in the 524 participants free of pain at baseline, while those on pain worsening were performed in the overall cohort, and both were adjusted for sociodemographic variables, lifestyle, morbidity, and diet quality. RESULTS:Higher oily fish consumption was associated with reduced pain incidence and worsening over 5 years [fully adjusted odds ratios (95% confidence interval) = 0.68 (0.50,0.94) and 0.70 (0.55,0.88) for every 25 g/day increment (1.5 servings/week), respectively]. Total and white fish consumption were not associated with pain. Higher marine omega-3 fatty acid intake was inversely associated with pain worsening [odds ratio (95% confidence interval) per 0.5 g/day increment = 0.83 (0.72,0.96)]. The corresponding associations for eicosapentaenoic acid (EPA) and docosahexaenoic acid (DHA) were 0.53 (0.33,0.87) and 0.73 (0.57,0.94).
CONCLUSIONS: In this cohort of Spanish older adults, increased oily fish consumption was inversely associated with pain incidence and worsening over 5 years, while higher marine omega-3 fatty acid intake (and that of EPA and DHA) was linked to less pain worsening.

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