Il consumo di quantità limitate di alcol, specie se suddiviso in più occasioni nella settimana e ai pasti, si conferma associato a una riduzione del rischio di infarto

23 Aprile, 2018

L’analisi recente di 83 studi, condotti in 19 centri, coinvolgendo 599.912 soggetti adulti, consumatori di alcol, conferma l’associazione tra consumo moderato di alcol e riduzione del rischio di infarto miocardico.
Ma il nucleo di interesse per questi risultati – largamente ripresi dalla stampa non specializzata – deriva dalla scelta dei ricercatori di escludere dall’analisi i dati relativi agli ex-bevitori, e soprattutto ai soggetti astemi, che negli studi di questa natura rappresentano invece in genere il gruppo di riferimento.
Com’è noto, infatti, dagli studi condotti finora, che hanno confrontato i diversi livelli di consumo di alcol con l’assenza di consumo, è scaturita la ben nota “curva a J”, ripetutamente confermata, secondo la quale l’assunzione di quantità limitate di alcol, ripartita in più occasioni nella settimana e soprattutto in concomitanza con un pasto, dimostra un effetto protettivo su più parametri: il rischio cardiovascolare prima di tutto, con la riduzione del rischio di infarto miocardico e di ictus ischemico, ma anche di mortalità per tutte le cause. La massima protezione si associa al consumo di un drink (o unità alcolica, pari a 11-13 g di alcol) al giorno. In questi studi tra gli astemi, rispetto ai bevitori moderati, si osserva in genere un aumento più o meno generalizzato del rischio, paragonabile a quello di soggetti con consumo di alcol medio o medio alto, o di chi concentra l’assunzione settimanale in un paio di occasioni, spesso a stomaco vuoto.
Nell’analisi appena pubblicata su The Lancet, i dati riferiti agli astemi sono riportati solamente in una tabella supplementare, che riporta dati identici a quelli precedentemente pubblicati: la mortalità totale degli astemi è paragonabile a quella dei soggetti che consumano 300 g di alcol alla settimana; per gli ex-bevitori, il rischio è pari a quello di chi assume 500 g di alcol a settimana.
Nell’analisi principale dello studio pubblicato su Lancet non viene riportato un altro parametro fondamentale, vale a dire la distribuzione delle occasioni di consumo. Solo nelle tabelle supplementari emerge un’altra conferma a quanto già noto: la concentrazione in poche occasioni di consumo (per esempio nel week-end) tipica soprattutto della cultura anglosassone, specie se associata a consumi eccessivi (il cosiddetto “binge drinking”), rappresenta la principale componente e determinante dell’aumento di rischio.
I vantaggi associati al consumo moderato non devono ovviamente far scordare che chi è astemio non deve essere incoraggiato a bere per motivi di salute, e che l’assunzione di alcolici dev’essere proibita a bambini, adolescenti, donne in gravidanza e in allattamento.

Risk thresholds for alcohol consumption: combined analysis of individual-participant data for 599 912 current drinkers in 83 prospective studies.

Wood AM, Kaptoge S, Butterworth AS, Willeit P, Warnakula S, Bolton T et al. for the Emerging Risk Factors Collaboration/EPIC-CVD/UK Biobank Alcohol Study Group
The Lancet 2018;391:1513–23

BACKGROUND: Low-risk limits recommended for alcohol consumption vary substantially across different national guidelines. To define thresholds associated with lowest risk for all-cause mortality and cardiovascular disease, we studied individual-participant data from 599 912 current drinkers without previous cardiovascular disease.
METHODS: We did a combined analysis of individual-participant data from three large-scale data sources in 19 high income countries (the Emerging Risk Factors Collaboration, EPIC-CVD, and the UK Biobank). We characterised dose–response associations and calculated hazard ratios (HRs) per 100 g per week of alcohol (12·5 units per week) across 83 prospective studies, adjusting at least for study or centre, age, sex, smoking, and diabetes. To be eligible for the analysis, participants had to have information recorded about their alcohol consumption amount and status (ie, non-drinker vs current drinker), plus age, sex, history of diabetes and smoking status, at least 1 year of follow-up after baseline, and no baseline history of cardiovascular disease. The main analyses focused on current drinkers, whose baseline alcohol consumption was categorised into eight predefined groups according to the amount in grams consumed per week. We assessed alcohol consumption in relation to all-cause mortality, total cardiovascular disease, and several cardiovascular disease subtypes. We corrected HRs for estimated long-term variability in alcohol consumption using 152 640 serial alcohol assessments obtained some years apart (median interval 5·6 years [5th–95th percentile 1·04–13·5]) from 71 011 participants from 37 studies.
FINDINGS: In the 599 912 current drinkers included in the analysis, we recorded 40 310 deaths and 39 018 incident cardiovascular disease events during 5·4 million person-years of follow-up. For all-cause mortality, we recorded a positive and curvilinear association with the level of alcohol consumption, with the minimum mortality risk around or below 100 g per week. Alcohol consumption was roughly linearly associated with a higher risk of stroke (HR per 100 g per week higher consumption 1·14, 95% CI, 1·10–1·17), coronary disease excluding myocardial infarction (1·06, 1·00–1·11), heart failure (1·09, 1·03–1·15), fatal hypertensive disease (1·24,1·15–1·33); and fatal aortic aneurysm (1·15, 1·03–1·28). By contrast, increased alcohol consumption was loglinearly associated with a lower risk of myocardial infarction (HR 0·94, 0·91–0·97). In comparison to those who reported drinking >0–≤100 g per week, those who reported drinking >100–≤200 g per week, >200–≤350 g per week, or >350 g per week had lower life expectancy at age 40 years of approximately 6 months, 1–2 years, or 4–5 years, respectively.
INTERPRETATION: In current drinkers of alcohol in high-income countries, the threshold for lowest risk of all-cause mortality was about 100 g/week. For cardiovascular disease subtypes other than myocardial infarction, there were no clear risk thresholds below which lower alcohol consumption stopped being associated with lower disease risk. These data support limits for alcohol consumption that are lower than those recommended in most current guidelines.

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