I risultati di uno studio italiano ridimensionano la rilevanza dell’associazione tra caffeina e pressione arteriosa

07 Giugno, 2023

L’associazione tra il consumo di caffè e i livelli della pressione arteriosa è tuttora oggetto di dibattito nella comunità medico scientifica. Gli studi meno recenti suggerivano infatti che il consumo di caffè fosse associato all’aumento dei valori pressori, mentre più recenti metanalisi hanno concluso, al contrario, che a un’assunzione regolare di questa bevanda si associa una modesta ma significativa riduzione pressoria. La maggioranza dei dati disponibili deriva tuttavia da studi nei quali la pressione arteriosa era stata misurata dal medico in ambulatorio; gli autori dello studio italiano PAMELA hanno quindi valutato la relazione tra i consumi di caffè (con caffeina; il decaffeinato non è stato considerato) e i valori pressori rilevati anche mediante un sistema di monitoraggio attivo per 24 ore, che tiene traccia anche della variabilità dei valori pressori stessi (un importante fattore di rischio cardiovascolare indipendente).

I dati raccolti confermano che i valori della pressione sistolica rilevati ambulatorialmente dal medico sono inferiori tra chi consuma 3 tazze di caffè al giorno rispetto a chi non ne consuma. I dati delle 24 ore suggeriscono invece che il caffè non svolga significativi effetti di riduzione della pressione arteriosa; la diastolica risulterebbe anzi moderatamente ma significativamente aumentata (+2 mm Hg) durante la giornata ma non durante la notte. Nemmeno la variabilità pressoria sarebbe influenzata dall’abitudine a consumare questa bevanda.

L’assunzione di quantità non eccessive di caffè si associa d’altra parte, in altri studi di varia natura, a una riduzione del rischio di eventi cardiovascolari e di morte per qualunque causa, rispetto ai consumi molto bassi o nulli. Poiché tale effetto è invece indipendente dalla presenza o meno di caffeina nel caffè, si può ipotizzare che altri componenti del caffè stesso (presumibilmente la ricca componente polifenolica) possano spiegarne gli effetti protettivi.

I dati dello studio PAMELA confermano quindi che un moderato consumo di caffè contenente caffeina non si associa a variazioni significative della pressione arteriosa, evidenziando quindi che i dati sui quali poggia la frequente indicazione a eliminare il caffè per ridurre il rischio di ipertensione non sono in realtà conclusivi.

Coffee consumption, clinic, 24-hour and home blood pressure. Findings from the pamela study

Quarti-Trevano F, Dell’Oro R, Vanoli J, Facchetti R, Mancia G, Grassi G.
Nutr Metab Cardiovasc Dis. https://doi.org/10.1016/j.numecd.2023.05.017

BACKGROUND AND AIMS: Chronic coffee consuption has been reported to be associated with a modest but significant increase in blood pressure (BP), although some recent studies have shown the opposite. These data, however, largely refer to clinic BP and virtually no study evaluated cross-sectionally the association between chronic coffee consuption, out-of-office BP and BP variability.
METHODS AND RESULTs: In 2045 subjects belonging to the population of the Pressioni Arteriose Monitorate E Loro Associazioni (PAMELA) study, we analyzed cross-sectionally the association between clinic, 24-hour, home BP and BP variability and level of chronic coffee consumption. Results show that when adjusted for confounders (age, gender, body mass index, cigarette smoking, physical activity and alcohol drinking) chronic coffee consumption does not appear to have any major lowering effect on BP values, particulary when they are assessed via 24-hour ambulatory (0 Cup/day: 118.5±0.7/72.8±0.4 mmHg vs 3 cups/day: 120.2±0.4/74.8±0.3 mmHg, P=NS) or home BP monitoring (0 cup/day: 124.1±1.2/75.4±0.7 mmHg vs 3 cups/day: 123.3±0.6/76.4±0.36 mmHg, P=NS). However, daytime BP was significantly higher in coffee consumers (about 2 mmHg), suggesting some pressor effects of coffee which vanish during nighttime. Both BP and HR 24-hour HR variability were unaffected.
CONCLUSION: Thus chronic coffee consumption does not appear to have any major lowering effect either on absolute BP values, particulary when they are assessed via 24-hour ambulatory or home BP monitoring, or on 24-hour BP variability.

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