I benefici dei derivati del latte per la depressione potrebbero essere modulati dal loro grado di fermentazione

20 Giugno, 2022

Numerose evidenze supportano l’esistenza di un’associazione tra livelli di consumo di latte e derivati e differente prevalenza della sintomatologia depressiva: una condizione che suscita una crescente attenzione da parte di clinici ed esperti in nutrizione, sia per la sua elevata diffusione e sia perché la depressione clinicamente manifesta ha un impatto molto negativo sulla qualità della vita delle persone colpite. Questa recente analisi, condotta su una popolazione composta da 2.603 uomini finlandesi di mezza età, che all’inizio dello studio erano consumatori abituali di quantità piuttosto elevate di latte e prodotti lattiero-caseari e che sono stati seguiti in media per 24 anni, aggiunge interessanti informazioni al proposito.

Nel campione totale non è stata osservata alcuna associazione significativa tra livelli di assunzione di tutti i prodotti della filiera del latte e sintomi depressivi. Tuttavia, analizzando i dati in base ai consumi dei vari derivati del latte con differente stato di fermentazione, è emerso che i soggetti con un maggior apporto di prodotti fermentati, come yogurt, kefir, panna acida, latticello e alcuni formaggi (fino a 378 grammi al giorno, pari a 3 porzioni giornaliere di yogurt da 125 g) avevano il 30% in meno di probabilità di essere portatori di sintomi depressivi rispetto a coloro che di questi stessi prodotti ne consumavano meno (10 g/die); il rapporto favorevole tra assunzione di latticini fermentati e protezione dalla sintomatologia depressiva era di tipo dose-dipendente. Al contrario, rispetto ai soggetti con i consumi più bassi di latte e latticini non fermentati (192 g/die), quelli con i livelli di consumo più alti (836 g/die, pari a 6 bicchieri e mezzo di latte da 125 ml) mostravano una maggiore probabilità (+42%) di presentare sintomi depressivi, e avevano un rischio due volte maggiore di sviluppare depressione nel tempo.

Questi risultati  non possono essere ritenuti conclusivi considerando il disegno dello studio, osservazionale e trasversale, che non consente quindi di escludere che la sintomatologia depressiva possa aver influenzato in qualche modo le scelte alimentari delle persone (secondo la cosiddetta “reverse causation”); essi si sommano  tuttavia al corpo di prove secondo le quali il processo di fermentazione contribuirebbe agli effetti positivi del latte sulla salute, suggerendo che il rapporto tra latticini e depressione possa essere in parte mediato proprio dallo stato di fermentazione del prodotto di partenza.

I meccanismi biologici che potrebbero sottendere a questi risultati sono vari. In primo luogo, è noto che il consumo di alimenti fermentati, compresi i derivati del latte, influenza positivamente il microbiota intestinale arricchendolo di specie (in particolare, Lactobacillus e Bifidobacterium) generalmente associate a una buona salute mentale. Inoltre, già in altri studi il consumo di questi prodotti è risultato correlato favorevolmente con le concentrazioni di alcuni marker di infiammazione e con la riduzione dello stress ossidativo, che è coinvolto sia nella comparsa che nella progressione dei disturbi depressivi.

Non-Fermented Dairy Intake, But Not Fermented Dairy Intake, Associated with a Higher Risk of Depression in Middle-Age and Older Finnish Men

Hockey M, Hoare E, Mohebbi M, Tolmunen T, Hantunen S, Tuomainen TP, Macpherson H, Staudacher H, Jacka FN, Virtanen JK, Rocks T, Ruusunen A.
J Nutr. 2022 Jun 2:nxac128. doi: 10.1093/jn/nxac128. Epub ahead of print.

BACKGROUND: Despite the putative health benefits of fermented dairy products, evidence on the association between fermented dairy and non-fermented dairy intake and depression incidence is limited.
OBJECTIVES: This study examined cross-sectional and prospective associations between total dairy, fermented dairy, and non-fermented dairy intake with 1) the presence of elevated depressive symptoms and 2) the risk of a future hospital discharge or outpatient diagnosis of depression.
METHODS: Data from 2603 Finnish men (aged 42-60 years), recruited as part of the Kuopio Ischaemic Heart Disease Risk Factor Study, were included. Multivariable logistic regression models were used to examine odds ratios (ORs) and 95% confidence intervals (CIs) for elevated depressive symptoms (Human Population Laboratory Scale ≥ 5 points) at baseline. Cox proportional hazard’s regression models were used to estimate hazards ratios (HRs) and 95% CIs between dairy categories and risk of depression diagnoses.
RESULTS: In cross-sectional analyses, fermented dairy intake in the highest (vs lowest) tertile was associated with lower odds for having elevated depressive symptoms (adjusted-OR 0.70, 95% CI 0.52-0.96). Each 100g increase in non-fermented dairy intake was associated with higher odds for having elevated depressive symptoms (adjusted-OR 1.06, 1.01-1.10). During a mean follow-up time of 24 years, 113 males received a diagnosis of depression. After excluding cheese intake, higher fermented dairy intake was associated with a lower risk of depression diagnosis (adjusted-HR 0.62, 0.38-1.03), which was strengthened after excluding those with elevated depressive symptoms at baseline (adjusted-HR 0.55, 0.31-0.99). Whereas non-fermented dairy intake in the highest tertile was associated with a two-fold higher risk of depression (adjusted-HR 2.02, 1.20-3.42).
CONCLUSIONS: Fermented dairy and non-fermented dairy intake were differentially associated with depression outcomes when examined cross-sectionally and over a mean period of 24 years. These findings suggest that dairy fermentation status may influence the association between dairy intake and depression in Finnish men.

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