Evidenze sull’associazione tra aderenza alla dieta giapponese aggiornata e longevità
19 Settembre, 2025
La popolazione giapponese si conferma da diversi anni a questa parte una delle più longeve a livello globale. Tra i fattori che contribuiscono a questo primato, la dieta tradizionale giapponese occupa una posizione centrale. Questo modello alimentare, basato sul consumo prevalente di riso, pesce, verdure, soia, funghi, frutta e tè verde, è stato infatti associato a un minore rischio di malattie croniche e a una più lunga aspettativa di vita. Tuttavia, negli ultimi decenni, si è osservato un cambiamento delle abitudini alimentari della popolazione anche in Giappone, con una progressiva riduzione del consumo di alimenti eccessivamente salati, come ortaggi sottaceto e pesce conservato, mentre sono aumentati i livelli di assunzione di latticini e caffè.
Questi cambiamenti hanno spinto i ricercatori ad analizzare i risultati di un ampio studio prospettico, che ha seguito oltre 93.000 uomini e donne di età compresa tra i 45 e i 74 anni per quasi 19 anni, indagando gli effetti della “nuova” dieta giapponese rispetto alla versione tradizionale. Il grado di adesione a diverse varianti della dieta giapponese è stato valutato creando 4 indici specifici per i 4 modelli principali: tradizionale (caratterizzato dal consumo prevalente di alimenti tipici), con basso contenuto di cibi salati, “nuovo” (che aggiunge al modello tradizionale i latticini e il caffè) e un quarto che unisce il basso apporto di sale a una significativa presenza di latticini e del caffè.
I risultati hanno mostrato che un’alta adesione alla dieta giapponese, in tutte le sue versioni, era correlata a un minor rischio di mortalità totale e cardiovascolare, in entrambi i sessi. Tuttavia, la variante che appariva più vantaggiosa era quella che combinava un ridotto apporto di alimenti salati con il consumo regolare di latticini e caffè. Negli uomini, in particolare, questo schema alimentare si associava a una riduzione ancora più marcata del rischio di morte per tutte le cause (-17%) e per malattie cardiovascolari (-27%) rispetto al modello tradizionale. Nelle donne, l’effetto protettivo era più uniforme tra le diverse versioni della dieta (la riduzione del rischio era compresa tra il 13% e il 21%), con benefici evidenti associati alla limitazione del sale. Lo studio non ha evidenziato associazioni significative tra dieta e rischio di morte per cause tumorali, mentre per le malattie respiratorie ha mostrato una riduzione del rischio, soprattutto nelle donne, attribuibile al maggiore apporto di flavonoidi da frutta e tè verde e agli effetti protettivi del consumo moderato di caffè.
I risultati di questa ricerca confermano che la dieta giapponese rappresenta un modello alimentare positivo, con elementi potenzialmente efficaci per la salute nel tempo, soprattutto in termini di prevenzione cardiovascolare. Suggeriscono inoltre che una versione aggiornata del modello alimentare tradizionale, caratterizzata da un minore consumo di alimenti salati e dall’inclusione di latticini e caffè, possa offrire benefici maggiori, soprattutto per gli uomini. Nel complesso, lo studio dimostra come le tradizioni culinarie possono continuare a sostenere salute e longevità, mantenendo saldo il legame tra cultura alimentare e benessere della popolazione, specie se adattate ai cambiamenti dello stile di vita e alle conoscenze nutrizionali moderne.
Japanese Diet Index score and cause-specific mortality in Japanese men and women: the Japan Public Health Center-based Prospective Study
Murai U, Ishihara J, Takachi R, Kito K, Ishii Y, Yamagishi K, et al.
J Nutr. 2025 Sep 10:S0022-3166(25)00546-2. Epub ahead of print.
BACKGROUND: Previous research has found that the Japanese dietary pattern is associated with lower mortality risk. However, the Japanese diet has been changing, such as increased intake of coffee and dairy products and reduced salt intake, which may affect the long lifespan of Japanese people.
OBJECTIVE: We investigated the association between adherence to the new low salty food Japanese diet, with the addition of components of dairy products, coffee and salty foods, and all-cause and cause-specific mortality.
METHODS: We included 93,049 participants aged 45-74 years without serious disease who were enrolled in a population-based prospective study. The score for adherence to a traditional Japanese diet index score (T-JDIs), consisting of 13 components (high intake of rice, miso soup, seaweeds, pickles, vegetables, non-salty seafood, salty seafood, green tea, fruits, soy products, mushrooms, salt by seasoning and low intake of beef and pork) was assessed using energy-adjusted median intakes. We created low salty food JDIs (LS-JDIs) with lower salty food intake. In addition, scores of coffee and dairy products were added as new JDIs and new LS-JDIs (NLS-JDIs, 15-component). With the four JDIs, hazard ratios (HRs) and 95% confidence intervals (CIs) for all-cause and cause-specific mortality were estimated using a Cox proportional hazards model.
RESULTS: During a median follow-up of 18.9 years, we documented 23,338 deaths. An inverse association was found between higher adherence to four JDIs and all-cause and CVD mortality in both genders. Especially for men, the point estimate with the highest adherence to NLS-JDIs was lower for all-cause and CVD mortality than that of T-JDIs.
CONCLUSIONS: High adherence to all JDIs was associated with lower all-cause mortality in both genders. Especially, high adherence to NLS-JDIs was decreased with all-cause and CVD mortality risk more than that of T-JDIs in men.
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