Benefici e rischi del digiuno intermittente in adulti in sovrappeso o obesi

03 Marzo, 2026

Il sovrappeso e l’obesità costituiscono, in maniera sempre più evidente, condizioni ad alta prevalenza e di rilevante impatto clinico poiché associate a un aumento del rischio cardiometabolico e a importanti conseguenze sanitarie e sociali. Nonostante la restrizione calorica continui a rappresentare il cardine della terapia dietetica, la sostenibilità a lungo termine dei regimi ipocalorici tradizionali è spesso limitata. In questo scenario si colloca il crescente interesse per il digiuno intermittente, termine ombrello che comprende diversi schemi alimentari basati sull’alternanza fra periodi di marcata restrizione energetica (o digiuno) e periodi di alimentazione abituale.

La recente revisione sistematica Cochrane ha analizzato 22 studi controllati randomizzati condotti in Nord America, Australia, Cina, Europa e Brasile, su un totale di 1995 adulti con sovrappeso o obesità, con o senza comorbilità, che hanno valutato gli effetti del digiuno intermittente per un periodo minimo di quattro settimane, con un follow-up minimo di sei mesi, confrontandolo con interventi dietetici standard e con nessun tipo di intervento (o soggetti in lista d’attesa). Gli interventi analizzati includevano i diversi approcci identificati come “digiuno intermittente”, e cioè, l’alimentazione limitata nel tempo (a una determinata finestra temporale nell’arco della giornata, con digiuno notturno esteso ad almeno 14 ore), il digiuno periodico (ovvero in uno-due giorni a settimana, con consumo illimitato di cibo nei restanti cinque o sei giorni) e il digiuno a giorni alterni (con apporto calorico limitato o drasticamente ridotto nei giorni di digiuno e alimentazione regolare nei giorni nei restanti).

In particolare, per valutare l’efficacia sul dimagrimento e la sicurezza dell’intervento, gli Autori della revisione hanno considerato la perdita di peso, sia come variabile continua (differenza percentuale dal basale), sia in termini di raggiungimento di soglie clinicamente rilevanti (perdita almeno del 5% del peso iniziale), la qualità della vita e gli eventi avversi (nausea, cefalea, capogiri, fame, stipsi, dispepsia, intolleranza al freddo, irritabilità, insonnia e difficoltà di concentrazione, ecc.) come indicatori di tollerabilità e sicurezza, oltre a indicatori di rischio cardiometabolico, in particolare il colesterolo totale e HDL e i trigliceridi.

Per quanto riguarda il calo ponderale, l’effetto medio del digiuno intermittente rispetto ai consigli dietetici regolari è risultato sostanzialmente nullo ( −0,33%, ovvero circa 0,33 kg ogni 100 kg di peso iniziale) con evidenza di bassa certezza. Anche la probabilità di raggiungere una perdita di peso clinicamente significativa e pari o superiore al 5% del peso iniziale è risultata simile tra i gruppi (rischio relativo pari a 0,98), così come l’effetto sulla qualità della vita (la stima complessiva indica una differenza media standardizzata pari a 0,11, con evidenza molto bassa). Sul versante della sicurezza, gli eventi avversi sono stati riportati solo in una parte degli studi e le stime sono state definite altamente incerte e caratterizzate da ampia eterogeneità: nel confronto con i consigli dietetici standard, il rischio relativo di eventi avversi è risultato pari a 1,45, con un livello di evidenza molto basso. Per quanto concerne il profilo lipidico, i risultati suggeriscono sostanziale neutralità per il colesterolo totale (1,26 mg/dL in meno con il digiuno intermittente) e per i trigliceridi (differenza media di 1,44 mg/dL) e un aumento molto modesto della colesterolemia HDL (+1,71 mg/dL).

Il confronto con nessun intervento (o con i gruppi in lista d’attesa), ha evidenziato una perdita di peso media maggiore nel gruppo sottoposto a digiuno intermittente, con una differenza media del −3,42% (IC 95% da -4,95 a -1,90): nonostante questo dato sia statisticamente significativo, il calo non raggiunge la soglia clinica del 5% considerata ottimale dagli autori. Per quanto riguarda il profilo lipidico, si è osservato l’aumento statisticamente significativo del colesterolo HDL di 1,99 mg/dL (IC 95% da 0,76 a 3,22) rispetto a nessun intervento, in assenza di differenze significative per il colesterolo totale e i trigliceridi. In questo stesso confronto non sono stati rilevati miglioramenti significativi nella qualità della vita, né differenze significative tra gli eventi avversi riportati dai due gruppi, sebbene i dati siano molto incerti.

I diversi regimi basati sul digiuno intermittente sono risultati comparabili in termini di effetto sul calo ponderale, nel confronto sia con i consigli dietetici che con l’assenza di intervento. Alcune differenze statisticamente rilevanti sono emerse solo per gli eventi avversi, che sono apparsi aumentati con il digiuno a giorni alterni rispetto ai consigli dietetici tradizionali, e ridotti con l’alimentazione limitata nel tempo. Tuttavia, nel confronto con nessun intervento, anche quest’ultima forma di digiuno intermittente è risultata associata a un numero maggiore di eventi avversi rispetto alle altre tipologie. Meno chiari sono invece gli effetti dei diversi approcci sul profilo lipidico.

Nel loro insieme, queste osservazioni indicano che, negli adulti con sovrappeso o obesità, il digiuno intermittente non offre un vantaggio misurabile rispetto agli interventi dietetici standard in termini di perdita di peso nel medio-breve termine (12 mesi), riduzione del rischio cardiovascolare e miglioramento della qualità della vita. Anche il modesto beneficio rispetto a nessun intervento dietetico, sostenuto da evidenza di certezza moderata, è mediamente al di sotto della soglia del 5% del peso iniziale, frequentemente considerata di riferimento per valutane l’efficacia. Sul piano della sicurezza, la review non consente conclusioni definitive: i dati relativi agli eventi avversi sono imprecisi e, soprattutto nei confronti con la dieta standard, emerge un’eterogeneità elevata; la possibile diversa tollerabilità tra i vari schemi di digiuno è un segnale interessante, ma non conclusivo. Infine, l’assenza di dati su grado di soddisfazione dei pazienti, eventuale diagnosi di diabete e comorbilità globale limita la valutazione dell’utilità clinica complessiva. In conclusione, poiché il digiuno intermittente non è superiore alla dieta standard, la scelta tra i due approcci dovrebbe basarsi sulla sostenibilità individuale e sulle preferenze del paziente. Sono inoltre necessari studi che includano popolazioni diverse e che monitorino la perdita di massa magra e la gestione del diabete sul lungo periodo per chiarire efficacia, sicurezza, aderenza e sostenibilità nel tempo degli interventi dietetici basati sul digiuno intermittente.

Intermittent fasting for adults with overweight or obesity

Garegnani LI, Oltra G, Ivaldi D, Burgos MA, Andrenacci PJ, Rico S, et al.
Cochrane Database Syst Rev. 2026 Feb 16;2(2):CD015610.

RATIONALE: Weight loss remains the primary strategy for reducing health risks and societal consequences associated with overweight and obesity. The most common dietary interventions are calorie-restricted diets, including various permutations of energy restriction, macronutrients, foods, and dietary intake patterns, which achieve initial but often unsustained weight loss. Intermittent fasting involves eating patterns during which individuals take little or no energy for extended time periods, alternated with periods of normal food intake. The mechanism for weight loss is related to caloric restriction, increased fat metabolism, enhanced insulin sensitivity, and improved glucose metabolism. Intermittent fasting has been publicised in blogs and news articles but studies show inconsistent effects on health, highlighting the uncertainty faced by physicians and people with overweight or obesity when considering intermittent fasting as a feasible approach for sustained weight loss.
OBJECTIVES: To evaluate the benefits and harms of intermittent fasting versus regular dietary advice, no intervention or waiting list for adults with overweight or obesity.
SEARCH METHODS: We searched CENTRAL, MEDLINE (Ovid), and two trials registers up to 5 November 2024, as well as reference checking, citation searching and contact with study authors to identify additional studies.
ELIGIBILITY CRITERIA: We included randomised controlled trials (RCTs) and cluster-RCTs that compared intermittent fasting (including time-restricted feeding, periodic fasting, alternate-day fasting, and modified alternate-day fasting) with regular dietary advice, no intervention or waiting list in men and women with overweight or obesity, with or without associated comorbid conditions. The minimum duration of the intervention was four weeks, and the minimum duration of follow-up was six months. We excluded cross-over and quasi-RCTs.
OUTCOMES: Our outcomes were weight loss, quality of life, participant satisfaction, diabetes status, and adverse events. We considered outcomes measured up to and including 12 months after randomisation as short-term, and longer than 12 months as long-term.
RISK OF BIAS: We used the Cochrane risk of bias tool (RoB 2) and the RoB2 extension for cluster-RCTs.
SYNTHESIS METHODS: We synthesised results for each outcome using meta-analysis where possible, using random-effects models to calculate risk ratios (RR) and 95% confidence intervals (CI) for dichotomous outcomes, and mean differences (MD) or standardised mean differences (SMD) for continuous outcomes. Where this was not possible due to the nature of the data, we would have synthesised results using narrative synthesis, including the summary of effect estimates. We used GRADE to assess the certainty of evidence for each outcome.
INCLUDED STUDIES: We included 22 studies with 1995 participants. All studies were conducted in an outpatient setting in North America, Australia, China, Denmark, Germany, Norway, and Brazil and were published between 2016 and 2024.
SYNTHESIS OF RESULTS: Compared to regular dietary advice, intermittent fasting may result in little to no difference in percentage from baseline weight loss (MD -0.33, 95% CI -0.92 to 0.26; 21 studies, 1430 participants; low-certainty evidence due to risk of bias). Intermittent fasting may have little to no effect on achieving a 5% reduction in body weight, but the evidence is very uncertain (RR 0.98, 95% CI 0.82 to 1.18; 4 studies, 472 participants; very low-certainty evidence due to risk of bias and imprecision). Intermittent fasting may result in little to no difference in quality of life (SMD 0.11, 95% CI -0.27 to 0.49; 3 studies, 106 participants; low-certainty evidence due to risk of bias and imprecision). Intermittent fasting may have little to no effect on adverse events but the evidence is very uncertain (RR 1.45, 95% CI 0.64 to 3.28; 7 studies, 619 participants; very low-certainty evidence due to risk of bias, inconsistency and imprecision). Compared to no intervention or waiting list, intermittent fasting likely results in little to no difference in percentage weight loss from baseline (MD -3.42, 95% CI -4.95 to -1.90; 6 studies, 427 participants; moderate-certainty evidence due to risk of bias). Intermittent fasting may result in little to no difference in quality of life, but the evidence is very uncertain (MD 3.49, 95% CI -49.35 to 56.33, 1 study, 60 participants; very low-certainty evidence due to extreme concerns about imprecision). Intermittent fasting may result in little to no difference in adverse events, but the evidence is very uncertain (RR 1.84, 95% CI 0.88 to 3.85; 2 studies, 189 participants; very low-certainty evidence due to risk of bias and imprecision). None of the included studies reported participant satisfaction, diabetes status or overall measure of comorbidity.
AUTHORS’ CONCLUSIONS: Compared to regular dietary advice, intermittent fasting may result in little to no difference in weight loss or quality of life. Intermittent fasting may result in little to no difference in adverse events, but the evidence is very uncertain. These approaches did not differ in achieving weight loss, producing no clinically meaningful changes in most of the outcomes considered in this review. Compared to no intervention or waiting list, intermittent fasting likely results in little to no difference in weight loss and may result in little to no difference in quality of life or adverse events, but the evidence is very uncertain. Physicians and patients may need to evaluate willingness and readiness to implement intermittent fasting as a treatment strategy, based on individual practicality and sustainability. The included studies focused on short-term effects of the intervention (up to 12 months), limiting the applicability of the evidence in this review to inform decision-making for longer durations. It would be beneficial for future studies to extend follow-up periods beyond 12 months to build a stronger evidence base for the long-term effects. Further research is needed to address the effect of intermittent fasting on several outcomes, including participant satisfaction, diabetes status and overall measures of comorbidities. These studies must consider different populations where obesity and overweight have different burdens, like those from low- and middle-income countries and high-income countries, men or women separately, and different body mass index categories.

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