Acidi grassi polinsaturi e rischio di demenza: il ruolo dell’acido linoleico

11 Febbraio, 2026

Il cervello è il secondo organo più ricco di lipidi nel corpo umano; tra questi, gli acidi grassi polinsaturi (PUFA: polyunsaturated fatty acids) svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione delle funzioni cerebrali critiche. Tuttavia, mentre per quanto riguarda i PUFA della serie omega-3 o n-3 (sia di origine vegetale come l’acido alfa-linolenico, che di origine marina come EPA e DHA) il loro ruolo a livello cerebrale è stato ampiamente esaminato, i PUFA della serie omega-6 o n-6 hanno ricevuto meno attenzione e sono stati spesso considerati negativamente a causa di un possibile ruolo pro-infiammatorio.

Si focalizza proprio sul ruolo degli omega-6 a livello del mantenimento della funzione cognitiva con l’età questo studio, basato sull’analisi dei dati raccolti in 273.795 partecipanti della coorte UK Biobank, che avevano un’età compresa tra 40 e 69 anni e non presentavano demenza al momento del reclutamento (2006-2010) e che sono stati seguiti per un periodo di circa 15 anni. I dati includevano informazioni raccolte mediante la compilazione di questionari, l’analisi di campioni biologici e misurazioni antropometriche. In particolare, le concentrazioni plasmatiche dei diversi acidi grassi sono state quantificate tramite spettroscopia di Risonanza Magnetica Nucleare (NMR) e le nuove diagnosi di demenza sono stati identificate dalle cartelle cliniche disponibili.

Durante il periodo di osservazione sono stati accertati 5.799 casi di demenza. Dall’esame della distribuzione dei partecipanti in base ai livelli di acido linoleico nel plasma, è emerso che il rischio di demenza era inferiore del 18% nei soggetti nel quintile più alto rispetto a quelli nel quintile più basso. L’analisi considerando le concentrazioni di linoleico come variabile continua ha confermato tale associazione inversa e statisticamente significativa (-9% passando da un quintile più alto a uno più basso). Al contrario, tra i partecipanti nel quintile più alto di livelli plasmatici di PUFA omega-6 totali il rischio di demenza era superiore del 21% rispetto a quelli nel quintile più basso.

L’associazione protettiva con l’acido linoleico è risultata significativamente più forte nei partecipanti più giovani (che avevano un‘età compresa tra 50 e 59 anni al basale) rispetto a quelli più anziani (≥60 anni). Le correlazioni sono state confermate anche dopo l’aggiustamento per numerosi fattori potenzialmente confondenti, tra cui il pattern genetico (APOE-ε4), lo stile di vita e i livelli circolanti di PUFA omega-3.

In conclusione, da questo studio emerge l’indicazione a valutare i singoli PUFA omega-6 e i relativi possibili effetti di salute e a non generalizzarne gli effetti considerandoli un gruppo omogeneo di composti. Infatti, i livelli plasmatici di acido linoleico riflettono principalmente l’assunzione di questo stesso acido grasso con l’alimentazione, mentre i livelli di altri omega-6 a più lunga catena e a più alto grado di insaturazione (come l’acido arachidonico) sono maggiormente influenzati dal metabolismo endogeno.

Dal punto di vista pratico, le osservazioni confermano l’assenza di prove scientifiche per limitare il consumo di oli di semi (che rappresentano la principale fonte di acido linoleico), noci e cereali integrali in relazione al rischio di demenza. Inoltre, anche se sono necessari studi clinici randomizzati per confermare la capacità effettiva di un intervento dietetico mirato all’aumento dell’acido linoleico di ridurre l’incidenza della demenza, emerge l’indicazione che un elevato apporto di questo acidi grasso polinsaturo possa essere salutare per la prevenzione della demenza, specialmente a partire dalla mezza età.

Plasma n6 polyunsaturated fatty acid levels and risk for dementia: A prospective observational study from the UK Biobank

Sala-Vila A, Tintle N, Westra J, DeJong E, Clark T, Miller P, et al.
Am J Clin Nutr. 2026 Jan 28:101220. Epub ahead of print.

BACKGROUND: Some recent observational studies have linked higher blood linoleic acid (LA) with lower risk of cardiometabolic diseases. However, these associations have not been observed for other n-6 polyunsaturated fatty acids (PUFAs) which, in some settings have been linked to higher disease risk, and thus the controversy over the health effects of n-6 PUFAs remains. Dementia is a paradigmatic case of it.
OBJECTIVES: To investigate the association of linoleic acid and non-LA n-6 PUFAs with the risk of incident dementia.
METHODS: We included 273,795 participants from the UK Biobank free of dementia at baseline for whom plasma n-6 PUFAs data were available. We modeled the relationships between LA and, separately, non-LA n-6 PUFAs and incident dementia by quintile (Q) and using continuous linear model using Cox proportional hazards models adjusting for variables reported to relate to incident dementia.
RESULTS: A total of 5,799 incident dementia cases were ascertained (median follow-up: 15.06 years; 25th and 75th percentiles: 14.22-15.80 years). Compared to participants at Q1 (lowest quintile) of LA, those at Q5 (highest quintile) showed a lower risk of dementia (adjusted hazard ratio [95% confidence interval] = 0.82 [0.74, 0.91]). In contrast, participants at Q5 of plasma non-LA n-6 PUFAs were at a higher risk of incident dementia when compared to Q1 (1.21 [1.10, 1.33]). Similar patterns were observed when considering LA and non-LA n-6 PUFAs continuously.
CONCLUSIONS: We observed heterogeneous associations between different types of n-6 PUFAs and risk of dementia, supporting the increasing view that n-6 PUFAs should not be treated homogeneously. Future research should investigate whether dietary LA (which drives plasma LA levels) may help reduce risk for dementia.

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