L’Editoriale
Aiutare le persone a mantenersi in buona salute può essere complesso, soprattutto quando si ha a che fare con individui in prevenzione primaria e quindi è necessario convincere chi si sente bene a modificare aspetti specifici del proprio stile di vita per prevenire problemi futuri.
Le ricadute in termini di sanità pubblica di un intervento di questo tipo sono d’altra parte particolarmente rilevanti, come conferma la letteratura più recente; vanno in questo senso le raccomandazioni dell’American Heart Association che sottolineano la necessità di un’attenzione crescente da parte del medico ad almeno 8 pilastri fondamentali della salute dei propri pazienti (i cosiddetti Life’s Essential 8, probabilmente destinati ad aumentare nei prossimi anni) che comprendono il controllo di alcuni fattori di rischio (valori non ottimali del peso, della colesterolemia, della glicemia e della pressione arteriosa) e l’adozione di uno stile di vita caratterizzato da un’alimentazione equilibrata, esercizio fisico regolare, astensione dal fumo e una buona qualità del sonno.
Nell’Intervista a due voci Walter Marrocco, coordinatore scientifico della Società Italiana di Medicina di Prevenzione e degli Stili di Vita (SIMPeSV – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) e Tecla Mastronuzzi, responsabile della Macroarea Prevenzione di SIMG (Società Italiana di Medicina Generale) sottolineano valore aggiunto e criticità dell’approccio al paziente basato sui Life’s Essential 8, presentando la pubblicazione del documento in italiano al quale hanno contribuito: una guida pratica per i professionisti della salute, ma anche un’utile fonte di informazioni per la comunità.
Si parla invece di caffè nel Tema di questo numero di AP&B. Espresso o preparato con la moka, ottenuto per infusione o per filtrazione, secondo abitudini radicate nelle tradizioni locali, è una delle bevande più diffuse al mondo. Solo in Italia sii stima che ogni giorno se ne consumino circa 95 milioni di tazzine. Le principali motivazioni che spingono questo consumo sono la piacevolezza di gusto e aroma, l’occasione per una pausa, il ricorso all’effetto stimolante della caffeina, che è il componente più noto. Dalla ricerca scientifica, inoltre, continuano ad arrivare conferme dell’associazione tra consumo regolare ma moderato di caffè e salute cardiometabolica; come quelle che emergono da due studi recenti che supportano il ruolo di questa bevanda e dei composti bioattivi che la caratterizzano nel controllo dell’infiammazione sistemica, una delle condizioni con maggior impatto sulla comparsa delle malattie degenerative tipiche della nostra società.
Il Tema
Caffè: un alleato contro l'infiammazione
Evidenze particolarmente solide su questo tema emergono dalle revisioni sistematiche con metanalisi dei dati.
Effetti antinfiammatori: le evidenze più recenti
Una delle ultime si è focalizzata sul rapporto tra consumo di caffè e livelli circolanti di proteina C-reattiva (PCR), un indicatore chiave dello stato infiammatorio, valutando i dati raccolti da 11 studi, per un totale di 66.691 partecipanti. Nonostante una certa eterogeneità delle ricerche analizzate, soprattutto per le diverse modalità di preparazione e consumo della bevanda, i risultati hanno evidenziato complessivamente una relazione statisticamente significativa tra consumo di caffè da basso (0,5 tazze al giorno), a moderato (2,5 tazze al giorno) ad alto (4,5 tazze al giorno) e i livelli di PCR, e quindi con lo stato infiammatorio. La relazione è lineare e inversa: ai consumi più bassi di caffè si associano, in altre parole, le concentrazioni più elevate nel sangue di PCR, che viene prodotta a livello epatico in concomitanza di uno stato infiammatorio sistemico. Queste concentrazioni elevate sono associate a loro volta a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete e altre condizioni croniche.
I risultati della metanalisi suggeriscono che l’effetto antinfiammatorio del caffè sia più pronunciato con un consumo da moderato ad alto; non consentono tuttavia di definire un limite superiore in corrispondenza del quale tale effetto non aumenti ulteriormente. I benefici sembrerebbero essere maggiori nelle donne (ma senza differenze statisticamente significative tra i sessi) e nei fumatori, che per gli effetti del fumo sono in media caratterizzati da un’attività infiammatoria più elevata nell’organismo. A livello geografico, le differenze maggiori si sono osservate in Europa e negli Stati Uniti; l’Europa è l’area dove sono stati documentati i livelli più bassi di PCR associati al consumo di caffè, probabilmente per le tecniche più utilizzate per preparare la bevanda.
Gli autori hanno attribuito l’azione antinfiammatoria del caffè alle capacità antinfiammatorie e antiossidanti dei componenti bioattivi che lo caratterizzano. La stessa caffeina interverrebbe bloccando e regolando i recettori dell’adenosina (implicati nel rilascio di neurotrasmettitori, nonché nei sistemi cardiovascolare e immunitario), che a loro volta giocano un ruolo importante nella formazione delle specie reattive dell’ossigeno (ROS: Reactive Oxygen Species). Quando la produzione di ROS supera la capacità fisiologica degli antiossidanti di neutralizzarle, si crea infatti una condizione di elevato stress ossidativo, che comporta una sofferenza a livello delle cellule e dei tessuti, che a sua volta favorisce la comparsa di fenomeni reattivi di natura infiammatoria.
Infiammazione cronica e salute
È risaputo che l’insorgenza di malattie cardiovascolari, di diabete di tipo 2 e di alcuni tipi di tumore è strettamente legata a uno stato di infiammazione cronica e che i valori della proteina C-reattiva (PCR) rappresentano un utile biomarcatore di questa condizione.
Da una metanalisi di 54 studi prospettici nel lungo termine è emerso che ad ogni incremento di una deviazione standard (che fornisce un’indicazione di quanto i valori di un insieme si discostino dalla loro media aritmetica) dei livelli di PCR circolante corrisponde un aumento del rischio di malattie cardiovascolari del 37%. Il ruolo dell’alimentazione in questo contesto è suggerito dalla correlazione tra l’apporto di specifici composti biologicamente attivi e i marker dell’infiammazione, come la PCR.
Dal controllo dell’infiammazione alla prevenzione delle comorbidità cardiometaboliche
La riduzione dell’infiammazione sistemica non è solo indice di benessere generale, ma ha probabilmente un impatto significativo sul rischio di sviluppare le malattie cardiometaboliche, come il diabete di tipo 2, la cardiopatia coronarica e l’ictus. Queste condizioni, che spesso coesistono nello stesso individuo, rappresentano una sfida crescente per i sistemi sanitari a livello globale, specie in una società con età media sempre più elevata; la loro presenza contemporanea in un individuo (spesso definita multimorbidità cardiometabolica), infatti, è associata a una riduzione significativa della qualità della vita e a un aumento esponenziale del rischio di mortalità.
Proprio il rischio di sviluppare più patologie cardiometaboliche in relazione all’assunzione di caffè, oltre che di tè, e più in generale di caffeina, è stato oggetto di uno studio prospettico condotto su oltre 188.000 soggetti appartenenti alla coorte britannica UK Biobank, che è stato disegnato allo scopo di identificare eventuali biomarcatori metabolici associati al rischio e alle abitudini alimentari.
I livelli di consumo di caffè e tè sono stati rilevati grazie alla compilazione di questionari dietetici dettagliati, dai quali è stato possibile stimare l’assunzione di caffeina, considerando una tazza di caffè equivalente a 75 mg e una tazza di tè equivalente a 40 mg di questo alcaloide. Durante un follow-up mediano di poco meno di 12 anni gli autori hanno osservato che a un consumo moderato di caffè (3 tazze al giorno) corrispondeva un rischio di multimorbidità cardiometabolica inferiore del 48% rispetto al non consumo; in particolare, per coloro che dichiaravano un’assunzione giornaliera media di caffeina compresa tra 200 e 300 mg il rischio era più basso del 41%. Il rischio si riduceva anche per i consumatori di almeno 5 tazze al giorno di tè. Questi benefici potrebbero avere ricadute in termini sia di prevenzione cardiometabolica e sia di sviluppo di più condizioni patologiche. Nella figura sono riportati i numeri di unità di consumo delle diverse bevande corrispondenti a circa 250 mg di caffeina. L’analisi metabolomica ha inoltre consentito di individuare una serie di metaboliti plasmatici associati al consumo di caffè e tè e alla riduzione del rischio cardiovascolare
Gli autori sottolineano che caffè e tè sono tra le maggiori fonti alimentari di acidi fenolici e polifenoli, che agiscono come antiossidanti, inibendo le specie reattive dell’ossigeno e riducendo lo stress ossidativo: il sinergismo di questi composti sarebbe responsabile di una efficacia antiossidante maggiore rispetto a quella attribuibile ai singoli agenti, e potrebbe avere un ruolo importante sull’effetto complessivo del consumo della bevanda.
Anche l’acido clorogenico, pure presente nel caffè (anche decaffeinato) ha dimostrato di mitigare lo stress ossidativo e la risposta infiammatoria a livello del fegato in alcuni studi condotti su animali. Presi insieme, questi dati forniscono nuove informazioni sui meccanismi molecolari implicati negli effetti del consumo di caffeina e nell’importanza della dieta nella prevenzione e incidenza di malattie multiple.
Aspetti generali: consumo sicuro e raccomandazioni
Sebbene si vadano accumulando sempre nuove informazioni a supporto degli effetti favorevoli del caffè, e più in generale della caffeina, non bisogna dimenticare che i consumi delle bevande che la contengono vanno contestualizzati nell’ambito di un’alimentazione sana ed equilibrata e improntati alla moderazione. Secondo l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA), il limite giornaliero di caffeina da non superare per gli adulti sani è di 400 mg al giorno, pari a circa 4-5 tazze di caffè. Tale limite è ridotto a 200 mg per le donne in gravidanza, per evitare qualsiasi possibile effetto avverso sul feto.
A questo proposito vale la pena di ricordare che non tutti i caffè sono uguali in termini di apporto di caffeina, il cui contenuto dipende dal metodo di preparazione: per esempio, una tazza da 200 ml di caffè filtrato ne contiene 90 mg; il caffè espresso, che è più concentrato, ne apporta 80 mg in 30 ml circa.
Per le persone sensibili alla caffeina, il caffè decaffeinato rappresenta un’opzione valida; pur contenendo l’alcaloide in quantità trascurabili (2-4 mg per porzione), mantiene il contenuto di acido clorogenico e diterpeni (che possono comunque variare a seconda del metodo di estrazione, ma anche dell’uso di filtri o della bollitura) e di conseguenza le proprietà antiossidanti e antinfiammatorie.
Conclusioni
In conclusione, le prove a favore di un ruolo del caffè, insieme a una dieta equilibrata e a uno stile di vita sano, per contrastare le comorbidità cardiometaboliche e l’infiammazione cronica, sono sempre più convincenti. La combinazione di proprietà antiossidanti e antinfiammatorie suggerisce per questa bevanda possibili effetti positivi nella prevenzione primaria e secondaria delle malattie croniche. Sono comunque necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi causali alla base della relazione tra caffè e salute e per identificare tutti i possibili fattori confondenti. In particolare, dovrebbero essere considerate le caratteristiche delle varie tipologie di questa bevanda, le varianti genetiche delle isoforme del Citocromo P-450, come il CYP1A2, che influenzano il metabolismo e l’assorbimento dei vari componenti bioattivi del caffè, le differenze in base al genere e in relazione al fumo di sigaretta.
Punti chiave
- Una revisione sistematica con metanalisi dei dati conferma la relazione inversa tra consumo di caffè e livelli di proteina C reattiva, soprattutto nella popolazione femminile e nei fumatori.
- A questa relazione contribuirebbero alcuni specifici composti che caratterizzano il caffè, come l’acido clorigenico e i diterpeni, dei quali sono giù state studiate le proprietà antiinfiammatorie e antiossidanti.
- Il ruolo dei componenti del caffè nei processi che regolano l’infiammazione sistemica è uno dei possibili meccanismi alla base degli effetti favorevoli per la salute descritti nella letteratura più recente tra i consumatori di questa bevanda.
- Lo studio prospettico (UK Biobank) dimostra che il rischio di sviluppare comorbidità cardiometabolica è significativamente ridotto tra i consumatori di 3 tazze al giorno di caffè o 200-300 mg di caffeina o 5 tazze di tè.
- L’analisi di metabolomica ha permesso di individuare metaboliti associati sia al rischio di sviluppare più condizioni patologiche e sia all’assunzione di caffè, tè e caffeina.
- In futuro, sarà necessario condurre ulteriori studi per analizzare più in dettaglio il rapporto caffè-salute, considerando le caratteristiche delle varie tipologie di questa bevanda e tutti gli aspetti genetici e individuali che possono modulare tale relazione.
Bibliografia di riferimento
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L'Intervista all'esperto: Walter Marrocco e Tecla Mastronuzzi
Gli otto pilastri della salute cardiovascolare
I “Life’s Essential 8” rappresentano gli 8 aspetti fondamentali per la salute cardiovascolare, per i quali l’American Heart Association ha sviluppato una serie di raccomandazioni, con l’obiettivo di fornire un approccio più completo alla valutazione e al mantenimento della salute cardiovascolare, a livello individuale, in tutta la popolazione e a tutte le età.
Riflettendo gli sviluppi e i progressi della ricerca in ambito epidemiologico e preventivo, i LE8 presentano alcuni significativi elementi di innovazione rispetto alla versione precedente, descritti più in dettaglio nel box.
In sintesi, ecco quali sono gli otto pilastri, che in quattro casi riguardano aspetti di natura comportamentale e negli altri quattro parametri di salute:
Dieta equilibrata Il modello alimentare di riferimento è basato su alimenti come frutta, verdura, cereali integrali, legumi, fonti proteiche magre e grassi insaturi, come le diete DASH o mediterranea, contenendo i livelli di assunzione di zuccheri, sale e grassi saturi
Attività fisica Si raccomanda di dedicare almeno 150 minuti a settimana all’attività fisica moderata o vigorosa (camminata veloce, corsa, ciclismo o altre attività aerobiche); l’esercizio regolare contribuisce alla salute del cuore e riduce il rischio di malattie cardiovascolari.
Evitare l’esposizione alla nicotina La raccomandazione include l’astensione dal fumo di sigarette e dai prodotti a base di nicotina inalabili, come le sigarette elettroniche, oltre a evitare l’esposizione al fumo passivo.
Qualità del sonno Introdotto come un nuovo pilastro per la prevenzione cardiovascolare, un sonno di qualità per la maggior parte degli adulti dovrebbe corrispondere a 7-9 ore di riposo per notte.
Indice di massa corporea (BMI) Un indice di massa corporea inferiore a 25 kg/m² si associa in genere a una buona salute cardiometabolica; mantenere il peso corporeo nella norma aiuta a prevenire l’insorgenza di condizioni come obesità e diabete.
Profilo lipidico Tenere sotto controllo i livelli di lipidi nel sangue, specialmente il colesterolo non-HDL, è fondamentale per prevenire l’aterosclerosi e altre malattie cardiache. Un livello ottimale di colesterolo non-HDL è inferiore a 130 mg/dL.
Glicemia È importante mantenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue, soprattutto prevenendo l’insorgenza di diabete o ottimizzando la gestione del diabete conclamato, con livelli ideali di glicemia a digiuno inferiori a 100 mg/dL.
Pressione arteriosa Mantenere una pressione arteriosa inferiore a 120/80 mmHg è essenziale per prevenire l’ipertensione, una delle principali cause di malattie cardiovascolari.
Il documento americano dedicato ai LE8 affronta questi punti chiave, come è naturale, prestando particolare attenzione alla loro diffusione nella società statunitense, e ad alcuni aspetti tipici che la loro gestione richiede in quello specifico contesto di popolazione; ci è quindi sembrato importante chiedere a esperti di riconosciuta competenza di esaminare criticamente la sua applicabilità alla realtà nazionale italiana. Il fascicolo che è nato da questa collaborazione è disponibile online (www.nutrition-foundation.it).
A questo progetto hanno collaborato in modo essenziale, di fatto coordinandone la struttura, due esperti nell’ambito delle medicine di famiglia: Walter Marrocco coordinatore scientifico della Società Italiana di Medicina di Prevenzione e degli Stili di Vita (SIMPeSV – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) e Tecla Mastronuzzi responsabile della Macroarea Prevenzione di SIMG (Società Italiana di Medicina Generale).
Abbiamo quindi chiesto loro di approfondire ulteriormente il tema della prevenzione cardiovascolare nel nostro Paese, immaginando anche le possibili evoluzioni di questo tema nel prossimo futuro.
Che cosa è cambiato rispetto al documento precedente
Rispetto al documento del 2010, il più recente aggiornamento dell’American Heart Association ha introdotto alcune modifiche significative nel concetto di salute cardiovascolare, ampliando e migliorando i parametri originari. Ecco i principali cambiamenti:
1. Da “Life’s Simple 7” a “Life’s Essential 8”: il numero di pilastri della salute cardiovascolare è passato da 7 a 8 con l’aggiunta della qualità del sonno come nuovo fattore cruciale. Studi recenti hanno evidenziato come il sonno giochi un ruolo fondamentale nella salute del cuore, contribuendo alla riduzione del rischio di malattie cardiovascolari.
2. Valutazione dei fattori L’aggiornamento si propone di riflettere meglio le conoscenze attuali: per la dieta, il ruolo del pattern alimentare rispetto ai gruppi di alimenti; per l’esposizione alla nicotina, l’inclusione di sigarette elettroniche, svaping e fumo passivo; per il profilo lipidico, il colesterolo non-HDL anziché il colesterolo totale.
3. Inclusione di fattori psicologici e sociali Il nuovo approccio riconosce l’importanza di fattori contestuali come la salute psicologica e i determinanti sociali della salute, che possono influenzare fortemente la capacità di un individuo di mantenere una buona salute cardiovascolare. Non sono stati inclusi formalmente, ma vengono riconosciuti come fondamentali per migliorare o mantenere la salute cardiovascolare.
4. Algoritmo aggiornato Il nuovo approccio utilizza un sistema di punteggio più dinamico e continuo che consente di monitorare meglio i cambiamenti in termini di salute cardiovascolare nel tempo, sia a livello individuale che di popolazione. Ogni parametro contribuisce ora a un punteggio composito della salute cardiovascolare che va da 0 a 100.
5. Promozione della prevenzione precoce Il nuovo documento enfatizza ancora di più l’importanza di intervenire precocemente e mantenere alti livelli di salute cardiovascolare, a partire dall’infanzia e per tutto il corso della vita. Inoltre, si sottolinea come anche piccoli miglioramenti in uno o più determinanti possano portare a benefici significativi per la salute.
In sintesi, l’aggiornamento del 2022 amplia l’approccio originario riconoscendo il ruolo critico dei fattori sociali e psicologici nella prevenzione cardiovascolare.
Domanda: In che misura ritenete che i concetti base dei Life’s Essential 8 (LE8) siano applicabili al nostro contesto nazionale volendone sviluppare una versione italiana, sarebbe opportuno introdurre qualche parametro differente? Pensate che ce ne sia qualcuno di gestione particolarmente complessa per il medico di medicina generale italiano?
Risponde Walter Marrocco: Ritengo che i concetti base dei LE8 siano generalmente applicabili in Italia, poiché affrontano aspetti della salute (come l’alimentazione equilibrata, l’attività fisica, il controllo del fumo, ecc.), rilevanti per la prevenzione delle malattie croniche anche nel contesto italiano. Tuttavia, i LE8 potrebbero essere integrati con altri fattori emergenti specifici del contesto locale, come il benessere psicologico e la personalizzazione delle linee guida in base alle abitudini culturali italiane.
Per esempio, si potrebbe dare maggiore rilievo alla dieta mediterranea e all’educazione alimentare fin dall’infanzia. Inoltre, sarebbe utile considerare anche aspetti di supporto psicologico, data la crescente attenzione al benessere mentale e alla gestione dello stress, e il coinvolgimento di tecnologie digitali per facilitare la gestione quotidiana della salute.
In sintesi, una versione italiana dei LE8 dovrebbe mantenere i principi fondamentali ma adattarsi a livello pratico e culturale per rispondere meglio alle esigenze della popolazione e del sistema sanitario nazionale.
Alcuni aspetti dei LE8 sono considerati più difficili da gestire dai medici italiani, in particolare la qualità del sonno e la promozione di una dieta equilibrata, come indicato dai risultati di un’indagine condotta su un campione dei medici stessi. Mentre gli interventi contro il fumo sono ben strutturati, altri, come il supporto dietologico e l’educazione all’attività fisica, richiedono un impegno continuo e talvolta una formazione aggiuntiva per i medici.
Risponde Tecla Mastronuzzi: I concetti di base dei LE8 sono certamente applicabili a un contesto come quello italiano in cui il Sistema Sanitario è pesantemente gravato dalle spese di assistenza derivanti da patologie croniche. Ovviamente in un contesto simile sembrerebbe assai conveniente applicare la prevenzione delle malattie croniche tramite il LE8. Tuttavia, ci sono da considerare alcuni aspetti rilevanti fortemente legati alle peculiarità specifiche e territoriali della nostra nazione. I nostri pazienti vivono scelte alimentari fortemente collegate a tradizioni e cultura, in assenza di una solida cultura dell’attività fisica. Inoltre, molte città hanno una mobilità molto problematica e strettamente legata all’uso degli autoveicoli privati. Questi elementi possono essere un ostacolo all’applicazione dei LE8 ma sono convinta che siano fondamentali per il futuro della salute della nostra popolazione; va quindi iniziato un percorso di consapevole scelta di opportuni comportamenti che comporterà il raggiungimento progressivo di risultati significativi.
C’è qualche fattore che i pazienti non riconoscono come fattore di rischio cardiovascolare, o di cui non percepiscono correttamente l’importanza?
WM: I pazienti italiani spesso non riconoscono come fattori di rischio cardiovascolare elementi come la qualità del sonno, il mantenimento di un peso ideale e la gestione della glicemia. Questi aspetti sono frequentemente percepiti come meno rilevanti, nonostante il loro impatto significativo sulla salute cardiovascolare.
Quali fattori emergenti, non ancora parte dei LE8 (come quelli psicologici e sociali, potrebbero essere inclusi in futuro per una prevenzione più efficace?
WM: Ritengo che, in futuro, nei LE8 si dovrebbe dare maggiore attenzione a fattori quali il benessere psicologico e sociale, poiché elementi come lo stress e il supporto sociale hanno un’influenza comprovata sul rischio cardiovascolare. L’aggiunta di questi elementi rifletterebbe un approccio più olistico e completo alla prevenzione della salute, alla prevenzione cardiovascolare, rendendoli più efficaci e personalizzati.
Pensa che interventi di natura legislativa o comunque normativa (come la proibizione di fumare nei luoghi aperti al pubblico) potrebbe giocare un ruolo nella riduzione del rischio cardiovascolare nel nostro paese?
WM: Ritengo che alcuni interventi normativi, come quelli citati, potrebbero ridurre in modo significativo il rischio cardiovascolare. Inoltre, risultati migliori potrebbero essere ottenuti favorendo politiche che promuovano un facile accesso a un’alimentazione equilibrata e spazi per l’attività fisica, facilitando così uno stile di vita salutare e contribuendo alla prevenzione delle malattie croniche.
In sintesi, promuovere tutte quelle iniziative utili ad ampliare l’approccio alla prevenzione cardiovascolare, includendo sia fattori psicologici e sociali sia politiche di supporto ambientale e normativo.
In che modo la personalizzazione dei consigli nutrizionali può aumentare l’efficacia degli interventi preventivi rispetto ai LE8?
TM: Direi che la personalizzazione dei consigli nutrizionali è fondamentale per rendere fattibile un miglioramento dei comportamenti alimentari. È necessario partire dall’analisi delle abitudini alimentari, dell’attività lavorativa, del tempo libero, delle risorse economiche, delle scelte etiche e religiose per costruire dei consigli alimentari idonei a configurare una dieta “sana”. Il Medico di Medicina Generale ha un ruolo insostituibile in quanto conosce le famiglie, spesso gira nelle case dei pazienti e ha accesso a informazioni indispensabili per analizzare il “contesto alimentare”.
Che ruolo ha l’interazione tra i vari elementi nel mantenimento della salute generale? Ritiene che gli interventi prospettati dal LE8 abbiano effetti favorevoli anche sul rischio di tumori o di malattie degenerative (come le demenze) o pensa che per ottimizzare la prevenzione di queste patologie siano necessari interventi specifici?
TM: I LE8 fanno bene a tutti e fanno bene a tutto. I vari elementi si intrecciano perfettamente per il mantenimento della salute generale e di una buona funzionalità complessiva. È prevedibile una enorme ricaduta in ambito oncologico se si considera che secondo l’American Cancer Society un tumore su cinque è correlato all’eccesso di peso, alla scarsa attività fisica, alla dieta e all’eccessivo consumo di alcol.
Scelte alimentari sane hanno dimostrato una associazione con una più bassa incidenza di declino cognitivo e demenze. Considerando che il numero di pazienti affetti da queste patologie è destinato a crescere a dismisura nei prossimi 20 anni, costituendo una minaccia crescente per i sistemi sanitari e di assistenza sociale globali, è fondamentale guidare i nostri cittadini di ogni età verso scelte alimentari salutari e supportate da solide evidenze.
Come possono le tecnologie digitali e le applicazioni supportare l’adozione dei LE8 nella vita quotidiana dei pazienti?
TM: Possono aiutarci tantissimo: la disponibilità di strumenti poco costosi e di facile utilizzo consente di monitorare l’attività fisica e i parametri cardiocircolatori di base. Abbiamo semplicissime app che aiutano nella scelta dei prodotti alimentari oppure che guidano verso una corretta idratazione, possiamo utilizzare app per teleconsulti, interfacciarci con i dati dei nostri pazienti, per esempio, per il controllo glicemico o per la composizione corporea. Il mondo tecnologico è immenso e offre soluzioni che di giorno in giorno diventano alla portata di tutti. Dobbiamo solo farci venire la voglia di utilizzare la tecnologia per coinvolgere di più i nostri pazienti.
La Scheda
La farina di mais, è uno dei prodotti principali della coltivazione di Zea mays, una pianta annuale appartenente alla famiglia delle Graminacee è il cereale più prodotto a livello mondiale, grazie allo sviluppo di varietà ad alto rendimento e a genotipi adattati a differenti condizioni climatiche. Il 3% del mais prodotto in Italia è destinato alla produzione di farina per il consumo umano diretto e quindi di cereali pronti per la prima colazione, prodotti da forno, snack, preparazioni per polenta, alimenti senza glutine, salse, e persino alcune birre.
Che cosa contiene
Il valore energetico dipende principalmente dall’elevata presenza di carboidrati sotto forma di amido e dal più modesto contenuto di proteine, con un profilo aminoacidico carente soprattutto di lisina e triptofano. Apporta anche vitamine del gruppo B, tiamina, B6, niacina (a bassa biodisponibilità nella farina di mais prodotta nel nostro paese) oltre a zinco, magnesio, rame, selenio e manganese e i carotenoidi zeaxantina e luteina. I prodotti derivati mostrano un valore energetico variabile: nella preparazione della polenta il volume della farina aumenta e la densità energetica (come le concentrazioni di micronutrienti) si riduce a circa 1/5 ; è più elevato invece per i nachos, che sono fritti.
Cosa c’è da sapere
I limiti nutrizionali della farina di mais sono stati osservati nelle popolazioni per le quali rappresentava l’ingrediente base della dieta nelle quali aumentava il rischio di manifestare la pellagra, una patologia derivante dalla scarsa biodisponibilità della niacina e dalla carenza di triptofano, l’aminoacido dal quale l’organismo umano è in grado di sintetizzare la vitamina, nella farina di mais. per questo i popoli dell’America Centrale avevano introdotto la nixtamalizzazione del mais, e cioè un processo che consiste nella sua cottura in una soluzione alcalina di acqua e calce, seguita da un riposo e lavaggio prima della macinazione, che rende le proteine più assimilabili, aumenta la biodisponibilità della niacina e arricchisce di calcio.
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Uno studio retrospettivo evidenzia che la familiarità per l'obesità raddoppia il rischio di recuperare il peso perso dopo una dieta a basso tenore di carboidrati, mentre un riposo notturno regolare tra le sei e le otto ore rappresenterebbe un potente fattore di protezione.
In due grandi coorti statunitensi, le persone che adottavano una dieta mediterranea avevano un rischio sensibilmente ridotto di eventi vascolari rispetto a coloro che seguivano semplicemente una dieta a basso tenore lipidico. La dieta dell’American Heart Association si collocava a un livello intermedio di efficacia.





