L’Editoriale
È dedicato alla cannella il Tema pubblicato in questo numero di AP&B, una spezia popolare che è già stata oggetto su queste pagine di articoli che hanno esaminato principalmente le evidenze a favore delle proprietà ipoglicemizzanti dei componenti caratteristici. Tuttavia, negli ultimi tempi si stanno accumulando dati, perlopiù sperimentali, a supporto del ruolo della cannella anche nel controllo dei meccanismi che regolano la pressione arteriosa.
L’effetto clinico descritto fino a oggi, relativamente modesto sul piano quantitativo, potrebbe tuttavia avere ricadute rilevanti in termini di mantenimento del parametro nel range di normalità e quindi di riduzione del rischio di eventi associati nella popolazione generale.
Il recupero dei sottoprodotti industriali è una delle strategie su cui anche l’Unione Europea punta per ridurre l’impatto ambientale della filiera produttiva alimentare, oltre alla prevenzione degli sprechi e al riutilizzo dei sottoprodotti stessi attraverso la ridistribuzione o la conversione in mangime. In particolare, rientra a pieno titolo tra gli elementi chiave dell’economia circolare l’utilizzo degli scarti vegetali come ingredienti per l’industria di alimenti e bevande, farmaceutica e cosmetica; infatti, foglie, bucce, radici contengono spesso molecole biologicamente attive di alto valore potenziale per l’uomo. Gli studi per caratterizzarle e analizzarne i meccanismi d’azione sono al centro dell’attività del gruppo di ricerca diretto dal Prof. Maurizio Battino, presso il Dipartimento di Scienze Cliniche Specialistiche e Odontostomatologiche dell’Università di Ancona. Rispondendo alle domande di Elena Mattioli ne parla nell’Intervista di questo mese Francesca Giampieri, ricercatrice e co-autrice di numerose pubblicazioni scientifiche sull’argomento, tratteggiando le possibili implicazioni pratiche di questa interessante area di studio.
Il Tema
Cannella e salute: le evidenze a supporto di un effetto sulla pressione
L’aroma caratteristico della cannella è facilmente riconoscibile. Ampiamente utilizzata nella preparazione di cibi dolci e salati, questa spezia si ricava dalla lavorazione della parte più interna della corteccia di due piante appartenenti alla famiglia delle Lauracee e al genere Cinnamomum: Cinnamomun zeylanicum, nativa dello Sri Lanka, più pregiata e dall’aroma più dolce, e Cinnamomum cassia, originaria della Cina, più economica e caratterizzata da un aroma più secco.
L’uso tradizionale
La cannella è in uso da secoli come spezia e nella medicina tradizionale come astringente e germicida. Storicamente l’utilizzo a fini curativi delle spezie era indistingibile da quello culinario. Numerosi studi, per lo più sperimentali, suggeriscono un ampio spettro di attività dei principi attivi contenuti nella cannella, che sarebbero dotati di effetti antimicrobici e antiparassitari, antinfiammatori, antiossidanti e anti-radicali liberi, antipertensivi, di riduzione del colesterolo nel sangue, antisecretagoghi e antiulcera.
Tuttavia, sono ancora numericamente limitati gli studi sull’uomo e ne saranno necessari altri mirati per comprendere in quale misura gli effetti rilevati in modelli sperimentali possano avere un impatto significativo sulla salute umana.
L’effetto favorevole associato al consumo della cannella attualmente più studiato riguarda il controllo della glicemia. Numerose ricerche, infatti, hanno dimostrato un aumento della sensibilità all’insulina, che si traduce in un blando effetto ipoglicemizzante.
Caratteristiche nutrizionali della cannella
100 g di cannella apportano circa 300 kcal che derivano soprattutto dai carboidrati solubili, che rappresentano più del 50% del peso, e circa 24 g di fibra.
Tra i micronutrienti si segnalano il calcio, il ferro e il manganese.
L’intensità del sapore, però, porta a consumarne quantitativi minimi e quindi non rilevanti per quanto riguarda l’apporto di calorie o nutrienti.
La cannella è particolarmente ricca di polifenoli, dotati di proprietà antiossidanti, e di altri composti bioattivi ai quali vengono attribuiti le molteplici funzionalità benefiche associate a questa spezia.
Le nuove evidenze disponibili
Dagli studi più recenti, invece, è emersa l’osservazione di un impatto positivo sulla pressione arteriosa, uno dei fattori di rischio principali per le patologie cardiovascolari. La pressione arteriosa elevata, specialmente se associata a stress ossidativo e infiammazione, aumenta infatti significativamente il rischio di infarto, ictus, insufficienza cardiaca e malattie renali. Anche se l’effetto della cannella può sembrare modesto, con una riduzione di pochi millimetri di mercurio, questo calo potrebbe comunque ridurre in modo significativo il rischio complessivo legato alla pressione elevata.
Questo è quanto emerge da una umbrella review basata su 11 tra revisioni della letteratura e metanalisi, 7 delle quali definite di qualità alta, che avevano incluso gli studi condotti tra il 2013 e il 2021 con l’obiettivo di valutare gli effetti della cannella sulla pressione arteriosa, sistolica e diastolica, sulla capacità antiossidante e sui marcatori infiammatori e di infiammazione. L’età media dei partecipanti variava da 53 a 58 anni, mentre le dosi di cannella utilizzate erano comprese tra 0,5 e 3,7 grammi al giorno per un periodo di tempo compreso tra le 10 e le 12 settimane.
Dall’analisi dei dati emerge che il consumo della cannella si associa a una riduzione media della pressione arteriosa sistolica (massima) di circa 2,4 mmHg e della pressione diastolica (minima) di circa 1,6 mmHg; gli effetti più significativi si sono osservati nei soggetti con età inferiore ai 55 anni che hanno assunto almeno 2,2 g/die di cannella sotto forma di integratore per oltre 10 settimane.
L’umbrella review mette in luce anche altri effetti positivi su diversi parametri della salute cardiovascolare e immunitaria. Si è per esempio osservato un miglioramento della capacità antiossidante totale dell’organismo, aumentata del 34% nei pazienti con diabete di tipo 2 e con sindrome dell’ovaio policistico, che potrebbe contribuire a proteggere le cellule dallo stress ossidativo. Per quanto riguarda i marcatori dell’infiammazione, è stata riscontrata una riduzione del 48% circa dell’interleuchina-6 (IL-6), una molecola chiave nelle risposte infiammatorie. Non sono invece stati osservati effetti significativi sui livelli di malondialdeide (MDA), un indicatore dello stress ossidativo, né su altri marcatori infiammatori come l’ICAM-1 o la proteina C-reattiva (PCR), un indicatore molto utilizzato dell’infiammazione.
Un effetto contenuto ma rilevante
Nell’insieme sembra che l’efficacia della cannella sia maggiore nei soggetti più giovani e quando le dosi impiegate erano più alte. Si tratta comunque di quantità considerate sicure: i dati di letteratura non indicano rischi per un’assunzione giornaliera fino a 6 grammi in adulti di 70 kg di peso.
Tornando all’effetto della cannella sui valori pressori, si può osservare che il decremento dei valori stessi derivante dall’assunzione di cannella è piccolo, e potrebbe sembrare ininfluente. Non si deve tuttavia dimenticare che, a livello di popolazione, una riduzione anche piccola della pressione arteriosa si può tradurre, nel tempo, in una significativa riduzione degli eventi cardio e soprattutto cerebrovascolari.
EpiCentro, il sito di epidemiologia per la sanità pubblica dell’Istituto Superiore di Sanità, per esempio, precisa che soli 10 mmHg in meno di pressione arteriosa sistolica o 5 mmHg in meno di pressione arteriosa diastolica comportano una riduzione del 40% del rischio di ictus e del 20-25% del rischio di infarto e delle altre patologie coronariche. Ridurre la media della pressione arteriosa nella popolazione anche di poco permette, quindi, di ridurre di molto il rischio di sviluppare queste gravi patologie, ma anche di scompenso cardiaco, fibrillazione atriale, malattie croniche legate all’invecchiamento (demenza e disabilità).
Meno del 50% dei pazienti ipertesi, inoltre, raggiungono il proprio target terapeutico assumendo la terapia farmacologica. I due fattori principali di questo insuccesso sono la mancata aderenza alla prescrizione e l’ipertensione resistente ai farmaci. Per questi motivi l’interesse nei riguardi del possibile ruolo di strategie non farmacologiche è crescente. Tra gli interventi nutrizionali è nota l’utilità di incrementare l’assunzione di frutta fresca, verdura, prodotti caseari a basso contenuto di grassi e di ridurre il sodio. L’interesse verso nutraceutici e integratori alimentari che possano aiutare a controllare la pressione arteriosa è elevato.
I possibili meccanismi d’azione dell’effetto ipotensivo
I meccanismi biologici che possono spiegare l’effetto ipotensivo della cannella non sono ancora completamente compresi, ma esistono diverse ipotesi al riguardo (Figura). Tra i principali composti bioattivi si annoverano la cinnamaldeide, l’acido cinnamico e l’eugenolo, presenti in diverse concentrazioni a seconda delle parti della pianta utilizzate. Ad esempio, la cinnamaldeide è abbondante nella corteccia, l’eugenolo nelle foglie, mentre la canfora si trova principalmente nella radice.
Tra i composti riconosciuti per i loro potenziali benefici c’è però anche la cumarina che, se consumata in quantità eccessivamente elevate, può avere effetti tossici anche su fegato e reni. Non superare le dosi già ricordate (meno di 6 g al giorno in soggetti di 70 kg di peso) permette di beneficiare delle proprietà della cannella senza incorrere in effetti collaterali indesiderati.
L’incremento della capacità antiossidante totale e la diminuzione dell’infiammazione, entrambi effetti favorevoli in prevenzione cardiovascolare, possono essere ricondotti al contenuto di polifenoli della spezia.
La riduzione della pressione sanguigna sarebbe mediata dalla capacità di migliorare la funzione endoteliale, come è stato osservato in particolare in pazienti con sindrome metabolica. Inoltre, la capacità di aumentare i livelli di cGMP (guanosina monofosfato ciclica), promuove il rilassamento della muscolatura liscia attraverso la produzione di ossido nitrico e di antagonizzare il Ca2+, favorendo la vasodilatazione.
Un altro meccanismo coinvolgerebbe l’aumento della filtrazione glomerulare renale grazie all’alta concentrazione di potassio che induce escrezione di sodio e abbassa la contrattilità della muscolatura liscia arteriosa.
Alcuni studi hanno mostrato anche una riduzione dell’uricemia che può essere correlata a un migliore controllo della pressione arteriosa tramite la mediazione del sistema renina-angiotensina.
Punti chiave
- La cannella è una spezia comunemente utilizzata in cucina, in uso da secoli nella medicina tradizionale, ricca di composti bioattivi dotati di interessanti proprietà (antibatterica, antiossidante, antinfiammatoria) che sono state evidenziate in ricerche di base.
- Tra i possibili effetti sulla salute quello più esplorato è a livello del metabolismo glucidico. Tuttavia, recenti studi suggeriscono che possa modulare, seppur in maniera lieve, anche la pressione arteriosa sia sistolica che diastolica, con ricadute positive per la salute cardiovascolare.
- Infatti, riduzioni anche modeste della pressione arteriosa a livello di popolazione, mantenute nel tempo, possono tradursi in una significativa riduzione del rischio di eventi cardiovascolari.
- Una umbrella review basata su 11 metanalisi e revisioni sistematiche della letteratura ha confermato che l’assunzione di cannella è associata a una riduzione della pressione arteriosa, oltre che a una maggiore capacità antiossidante e una diminuzione dei livelli di interleuchina-6, un marcatore dell’infiammazione.
- L’effetto della cannella sulla pressione può essere spiegato da interazioni a diversi livelli, compreso il miglioramento della funzione endoteliale, l’aumento dei livelli di cGMP con ripercussioni sulla vasodilatazione e l’incremento della filtrazione glomerulare.
Bibliografia di riferimento
Zhang K, Li Y, Lin X, et al. Effect of cinnamon supplementation on blood pressure, oxidative stress, and inflammatory biomarkers in adults: An umbrella review of the meta-analyses of randomized controlled trials. Nutr Metab Cardiovasc Dis 2024 Aug 24:S0939-4753(24)00306-5.
Ranasinghe P, Pigera S, Premakumara GA, et al. Medicinal properties of ‘true’ cinnamon (Cinnamomum zeylanicum): a systematic review. BMC Complement Altern Med 2013;13:275. doi: 10.1186/1472-6882-13-275.
Gruenwald J, Freder J, Armbruester N. Cinnamon and Health. Crit Rev Food Sci Nutr 2010;50:822-834.
L'Intervista all'esperto: Francesca Giampieri
Nuove opportunità di utilizzo dei sottoprodotti del settore agroalimentare
Negli ultimi decenni la richiesta di prodotti alimentari è cresciuta in modo esponenziale di pari passo con l’aumento della popolazione mondiale, che ha superato gli 8 miliardi di individui. Per soddisfare le esigenze il concetto di economia lineare, che era stato introdotto dalla rivoluzione industriale, è stato progressivamente sostituito da un nuovo approccio, quello dell’economia circolare. L’obiettivo è di ridurre gli sprechi in numerosi settori produttivi, trovando il modo di riutilizzare o riciclare per quanto possibile in modo utile i sottoprodotti e gli scarti, biologici e non, dando loro nuova vita.
Di recente l’attenzione di alcuni gruppi di ricerca si è rivolto all’utilizzo delle foglie degli alberi da frutto (generalmente inutilizzate) e di altri scarti vegetali (come semi, bucce, grani, chicchi, polpa, vinaccioli), come fonte di sostanze biologicamente attive, dotate di effetti potenzialmente favorevoli per la salute (come, ad esempio, i fenoli, i terpeni, gli alcaloidi) che potrebbero trovare impiego nell’industria alimentare, farmaceutica e cosmetica. Ne parliamo con Francesca Giampieri, ricercatrice del gruppo del prof. Maurizio Battino al Dipartimento di Scienze Cliniche Specialistiche e Odontostomatologiche dell’Università Politecnica delle Marche di Ancona, che da anni studia le proprietà delle sostanze bioattive di origine vegetale, co-autrice di una ampia review pubblicata su Frontiers in Nutrition che indaga a fondo questo argomento1.
Domanda: La review è focalizzata sul concetto di “fruit and vegetable waste”: che cosa si intende esattamente con questo termine e cosa, invece, per “by-products”?
Risposta: Letteralmente si tratta di rifiuti di frutta e verdura, che comprendono tutte le parti non commestibili normalmente scartate durante i processi di raccolta, manipolazione, trasporto e lavorazione dei prodotti vegetali. Alcuni esempi sono i semi, le radici, le foglie, le bucce. I by-products, invece, letteralmente sottoprodotti, sono tutti quei prodotti secondari risultanti dalla produzione del prodotto principale, spesso con un valore di mercato. Esempi di by-products sono l’olio di arancia e di limone, sottoprodotti della trasformazione degli agrumi in succhi, o la segatura che deriva dall’industria del legname. Tuttavia, bisogna sottolineare che in agricoltura i termini fruit and vegetable waste e by-products sono spesso sinonimi, in quanto i prodotti di scarto frequentemente sono sottoprodotti della lavorazione, come le bucce, i semi o le foglie.
Quali differenze ci sono tra le caratteristiche e proprietà dei composti bioattivi contenuti negli scarti e nei sottoprodotti vegetali non edibili rispetto a quelli che si trovano nella frutta e nella verdura che consumiamo abitualmente?
Scarti e sottoprodotti contengono le stesse sostanze che si ritrovano nella frutta e nella verdura e che esercitano effetti benefici per la salute umana: parliamo di fibre, enzimi, acidi organici, proteine, ma soprattutto di composti fenolici (Figura 1). Il consumo di questi composti bioattivi è stato associato a un rischio ridotto di sviluppare alcune delle patologie cronico-degenerative più comuni che affliggono l’uomo moderno, come le malattie cardiovascolari, metaboliche e neurodegenerative e alcune forme tumorali.
La gestione efficiente degli sprechi è una delle sfide più importanti del ventunesimo secolo nel settore agroalimentare. Quali sono i motivi principali e come se ne stanno occupando le istituzioni, le organizzazioni internazionali e il mondo produttivo?La comunità scientifica e le organizzazioni globali riconosciute, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), concordano ampiamente sul fatto che l’industria alimentare sia uno dei maggiori produttori di rifiuti e sottoprodotti: circa 931 milioni di tonnellate ogni anno che, secondo la FAO, costano all’economia globale 936 miliardi di dollari. Secondo il rapporto sull’indice dei rifiuti alimentari del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) del 2021, il 61% di questi rifiuti proviene dalle famiglie, il 26% dai servizi di ristorazione e il 13% dalla vendita al dettaglio.
Uno dei principali obiettivi dell’Unione Europea contro lo spreco alimentare e verso lo sviluppo sostenibile coincide proprio con la gestione e la valorizzazione dei rifiuti. La direttiva quadro sui rifiuti (Waste Framework Directive) della Commissione Europea stabilisce che la gestione dei rifiuti debba essere realizzata senza mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l’ambiente, senza rischi per l’acqua, l’aria, il suolo, le piante o gli animali, senza rumori o odori fastidiosi e senza arrecare danno al paesaggio o ai luoghi di particolare interesse. Inoltre, la stessa direttiva stabilisce quando i rifiuti cessano di essere rifiuti e diventano materie prime secondarie, e come distinguere tra rifiuti e sottoprodotti. Infine, introduce il principio secondo il quale “chi inquina paga” e la “responsabilità estesa del produttore”. Il fondamento della gestione dei rifiuti nell’UE è la “gerarchia dei rifiuti” in cinque fasi: prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, altro recupero (es. energia), smaltimento.
Che problemi ambientali possono creare in generale gli scarti alimentari?
La produzione di rifiuti e sottoprodotti ha un forte impatto sui settori economico, sociale e ambientale, soprattutto perché sono i principali fattori che contribuiscono alla perdita di biodiversità, all’inquinamento e al cambiamento climatico. Infatti, lo spreco alimentare contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra e gran parte di questo biomateriale inutilizzato finisce nelle discariche cittadine, causando gravi problemi ambientali. Dal punto di vista economico, l’impatto negativo è associato ai costi legati alla gestione dei rifiuti solidi e delle discariche.
Qual è la strategia prevista dalla Commissione Europea per limitare l’impatto economico e ambientale della loro gestione?
La Commissione Europea ha definito lo spreco alimentare come uno degli ambiti prioritari del Piano d’Azione per la Strategia Europea per l’Economia Circolare.
Il concetto di economia circolare nasce dall’idea di emulare la natura, creando cicli completi applicabili a un sistema economico funzionale e sostenibile. L’economia circolare si basa sulle classiche 3R (Ridurre, Riutilizzare e Riciclare), a cui negli ultimi anni si sono aggiunte altre 3R: Riprogettare, Ricostruire e Recuperare. L’obiettivo infatti è ridurre l’immissione di materie prime nel sistema produttivo, riutilizzare, riciclare o recuperare i residui prodotti dalle industrie e quindi creare nuovi modelli di produzione economicamente vantaggiosi. Limitando l’uso eccessivo di materie prime ed energia, ed evitando al contempo la generazione di rifiuti inutili, l’economia circolare ha cambiato radicalmente il paradigma “Prendi, Produci, Smaltisci” verso un sistema di recupero e rigenerazione.
La transizione all’economia circolare influenzerà molte aree sociali, economiche e ambientali, creando opportunità di rivitalizzazione, rinnovamento e innovazione nel settore agroalimentare e proteggendo le scarse risorse. In altre parole, un obiettivo importante del ciclo economico è una migliore gestione delle risorse naturali.
L’uso e il miglioramento dei sottoprodotti agricoli come foglie, semi, bucce e radici sono molto importanti per prevenire l’uso eccessivo delle risorse naturali. Questi materiali possono essere visti come fonti ampiamente disponibili e poco costose di composti a valore aggiunto, per esempio in campo energetico, per produrre biocarburanti, ma anche in campo nutraceutico/cosmetico per produrre integratori o nutraceutici.
Per quali Paesi gli scarti di cibo rappresentano un problema maggiore? Ci sono differenze in base ai livelli di reddito?
Negli ultimi anni, lo spreco alimentare dei consumatori, comprese le perdite durante la produzione, lo stoccaggio e il trasporto, è stato considerato un problema esclusivo dei Paesi sviluppati. Tuttavia, secondo l’ultimo rapporto dell’UNEP, lo spreco alimentare domestico pro-capite è simile nei Paesi ad alto, medio-alto e medio-basso reddito. I numeri, infatti, non evidenziano grandi differenze tra lo spreco che si ha nei Paesi più poveri e in quelli più ricchi (una differenza di soli 7 kg pro capite l’anno).
La produzione di scarti di frutta e verduta in realtà avviene in tutte le fasi della filiera alimentare, ma la quantità prodotta in ogni fase varia notevolmente da Paese a Paese, a seconda del livello di sviluppo dell’area considerata. La raccolta e la lavorazione sono le fasi più importanti nella produzione di scarti di frutta e verdura nei Paesi in via di sviluppo.
Alla luce di quanto detto, gli scarti di cibo e i sottoprodotti della lavorazione dell’industria agroalimentare possono rappresentare una fonte per ricavare composti bioattivi utili in diversi campi di applicazione. Quali?
I composti bioattivi presenti negli scarti alimentari e nei sottoprodotti possono avere diverse applicazioni (Figura 2): nell’industria alimentare, come additivi per mantenere e migliorare la qualità dei prodotti, prevenendo l’ossidazione e inibendo la crescita di patogeni o per la produzione di alimenti funzionali; nell’industria farmaceutica, come fonte di nuovi antimicrobici (visto l’aumento della resistenza a quelli in uso) o per la produzione di integratori o nutraceutici, e in campo cosmetico per la realizzazione di prodotti sempre più naturali.
Quali sono le proprietà benefiche di questi composti bioattivi descritte in letteratura e quali principali applicazioni nel campo della salute?
Le proprietà benefiche dei composti bioattivi estratti dagli scarti alimentari e dai sottoprodotti sono ampiamente descritte nella letteratura scientifica. Diversi studi hanno evidenziato proprietà antitumorali, antidiabetiche, antipertensive, antinfiammatorie, antibatteriche, antiossidanti, immunomodulatorie o neuroprotettive dei metaboliti secondari vegetali estratti da prodotti agricoli, sottolineandone l’importanza nella dieta umana. Le nostre ricerche condotte presso l’Università Politecnica delle Marche, in collaborazione con Università spagnole e cinesi, hanno dimostrato un effetto protettivo dei sottoprodotti della lavorazione dei broccoli e delle foglie di ulivo nella malattia di Alzheimer2,3, un’attività antiossidante e antiinfiammatoria della buccia di agrumi4, della vinaccia di mirtillo5, dei sottoprodotti della cera d’api6,7 e dei semi di lampone8.
Tra tutte le sostanze contenute negli scarti alimentari, i composti fenolici rappresentano una delle principali classi responsabili delle proprietà organolettiche delle piante e del valore nutrizionale di frutta e verdura. I composti polifenolici sono suddivisi in diverse classi come flavonoidi (con le relative sottoclassi: flavoni, flavonoli, isoflavoni, flavanoni, antocianidine, flavanoli), stilbeni, tannini, acidi fenolici e lignani. Numerosi studi hanno dimostrato che i composti fenolici esercitano un effetto protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari, metaboliche e neurodegenerative e in alcune forme tumorali.
Seguono poi i terpeni, chiamati anche terpenoidi o isoprenoidi, che costituiscono una grande famiglia di prodotti naturali molto diversi per funzione, struttura e proprietà. I terpenoidi presenti in tutte le piante includono pigmenti (clorofille, carotenoidi), trasportatori di elettroni (plastochinone, ubichinone), componenti di membrana (steroli) e ormoni (gibberelline, acido abscissico, steroidi, strigolattoni). Questi composti possono avere una vasta gamma di funzioni nelle piante, come attrarre gli impollinatori e proteggere i tessuti danneggiati dagli attacchi di insetti, parassiti ed erbivori.
Infine, ci sono gli alcaloidi, un vasto gruppo di composti fitochimici con molteplici attività farmacologiche, tossicologiche, cosmetiche e nutrizionali. Tuttavia, la presenza e la distribuzione di questi metaboliti, che si accumulano in diversi organi, come le foglie, dipendono dalla fase del ciclo di vita della pianta e variano notevolmente tra le specie vegetali. Gli alcaloidi sono coinvolti nella protezione e nell’attrazione degli impollinatori. In alcuni casi sono tossici per vari organismi, proteggono le piante dai patogeni e impediscono il pascolo da parte di erbivori non specializzati.
Il potenziale di utilizzo delle foglie per l’estrazione di sostanze bioattive consentirebbe di “risparmiare” frutta per poterla riservare esclusivamente all’uso alimentare? Quali altri benefici deriverebbero dall’avanzamento di questo filone di ricerca?
L’utilizzo di materiale di scarto per l’estrazione dei composti bioattivi può avere un duplice effetto positivo: in primo luogo, può consentire di “salvare” i frutti dal processo di estrazione per tutti quei composti attualmente destinati all’industria cosmetica e/o farmaceutica, lasciandoli esclusivamente per il settore alimentare e delle bevande. In secondo luogo, può rappresentare un’opportunità importante per i coltivatori per dare valore aggiunto e possibilità di riutilizzo a uno scarto agricolo, eliminando, o almeno riducendo, alcuni problemi legati alla gestione dei rifiuti.
Qual è il primo importante passo da intraprendere nel futuro prossimo per promuovere questi nuovi sistemi organizzativi per il recupero e successivo riutilizzo dei materiali di scarto agroalimentare?
Per promuovere e intensificare l’utilizzo dei composti bioattivi estratti dai prodotti di rifiuto, agricoltura, industria e scienza dovrebbero stringere un’alleanza, da un lato per sviluppare nuovi sistemi organizzativi per il recupero e il successivo riutilizzo dei materiali di scarto, che ora mancano, dall’altro per approfondire i benefici per la salute derivanti dall’utilizzo di scarti agricoli come fonte di composti bioattivi, considerando più specie di piante da frutto, tenendo conto di scarti agricoli diversi (semi, buccia, radici, ecc.) e cercando di individuare un uso finale specifico per ogni scarto alimentare. Tutto ciò porterebbe a soddisfare sempre più le richieste dei consumatori, che negli ultimi anni hanno iniziato a interessarsi e a chiedere prodotti “naturali”, portando l’industria a ridurre l’uso di composti sintetici e a cercare nuove fonti di composti naturali.
Bibliografia
1Regolo L, Giampieri F, Battino M, et al. From by-products to new application opportunities: the enhancement of the leaves deriving from the fruit plants for new potential healthy products. Front Nutr 2024;11:1083759.
2Navarro-Hortal MD, Romero-Márquez JM, López-Bascón MA, et al. In Vitro and In Vivo Insights into a Broccoli Byproduct as a Healthy Ingredient for the Management of Alzheimer›s Disease and Aging through Redox Biology. J Agric Food Chem 2024;72:5197-5211.
3Romero-Márquez JM, Forbes-Hernández TY, Navarro-Hortal MD, et al. Molecular Mechanisms of the Protective Effects of Olive Leaf Polyphenols against Alzheimer’s Disease. Int J Mol Sci 2023;24:4353.
4Mamy D, Huang Y, Akpabli-Tsigbe NDK, Battino M, Chen X. Valorization of Citrus Reticulata Peels for Flavonoids and Antioxidant Enhancement by Solid-State Fermentation Using Aspergillus niger CGMCC 3.6189. Molecules 2022;27:8949.
5Yan Y, Zhang F, Chai Z, Liu M, Battino M, Meng X. Mixed fermentation of blueberry pomace with L. rhamnosus GG and L. plantarum-1: Enhance the active ingredient, antioxidant activity and health-promoting benefits. Food Chem Toxicol 2019;131:110541.
6Giampieri F, Gasparrini M, Forbes-Hernández TY, et al. Beeswax by-Products Efficiently Counteract the Oxidative Damage Induced by an Oxidant Agent in Human Dermal Fibroblasts. Int J Mol Sci 2018;19:2842.
7Giampieri F, Quiles JL, Orantes-Bermejo FJ, et al. Are by-products from beeswax recycling process a new promising source of bioactive compounds with biomedical properties? Food Chem Toxicol 2018;112:126-133.
8Teng H, Lin Q, Li K, et al. Hepatoprotective effects of raspberry (Rubus coreanus Miq.) seed oil and its major constituents. Food Chem Toxicol. 2017;110:418-424.
La Scheda
Lo spinacio (Spinacia oleracea L.) è una pianta annua a foglia verde delle Amarantacee originaria del sud-est asiatico. Introdotta in Spagna dagli Arabi nell’XI secolo si è diffusa nel resto d’Europa anche grazie alle alte rese produttive. Il contenuto di ferro è molto più basso di quanto spesso si pensi: tutto nacque probabilmente da un errore di trascrizione, che si fa risalire agli anni 30, quando la concentrazione di questo minerale in una pubblicazione fu moltiplicato per dieci. Gli spinaci vengono consumati freschi, ma si prestano molto bene anche alla surgelazione; sono così disponibili tutto l’anno e possono contribuire all’apporto, spesso inadeguato, di verdure in foglia nell’alimentazione anche dei bambini, specie in autunno e inverno.
Valori nutrizionali
Dal punto di vista nutrizionale, gli spinaci sono costituiti per oltre il 90% del peso da acqua, contengono quantità modeste di carboidrati (che si riducono ulteriormente negli spinaci surgelati e in quelli cotti) e una discreta quota di fibra (circa 2-3 g per 100 g, pari a circa il 10% della quantità giornaliera indicata per una dieta standard da 2000 kcal). L’aspetto più interessante a livello nutrizionale è probabilmente l’importante contenuto di micronutrienti nell’ortaggio fresco: tra le vitamine, soprattutto la A, i folati, che si mantengono negli spinaci in scatola e surgelati, la C e la riboflavina e tra i minerali potassio e calcio.
Cosa c’è da sapere
Gli spinaci somo particolarmente ricchi di fitocomposti, sostanze non essenziali dotate di proprietà potenzialmente importanti nella prevenzione e nel miglioramento della salute generale, come i carotenoidi (come la luteina e la zeaxantina), il cui consumo si associa a una riduzione del rischio di malattie come la degenerazione maculare legata all’età, i composti fenolici, come l’acido ferulico e l’acido p-cumarico, che sono potenti antiossidanti e aiutano a contrastare lo stress ossidativo. Specifici flavonoidi presenti negli spinaci, come la patuletina, la spinacetina e lo spinatoside, mostrano poi proprietà antinfiammatorie. La biodisponibilità del calcio contenuto negli spinaci è bassa per la presenza di antinutrienti, gli ossalati, che ne riducono l’assorbimento; la presenza di questi composti si riduce tuttavia con la lessatura.
Download
News
Le proteine del pisello possiedono un buon profilo nutrizionale e potrebbero contribuire al mantenimento della massa muscolare e al controllo della glicemia in età avanzata. Per gli altri possibili effetti sulla salute, tuttavia, le evidenze derivano soprattutto da studi cellulari e animali e devono essere confermate nell’uomo.
Modelli alimentari bilanciati si associano a una minore vulnerabilità ai danni dell’inquinamento atmosferico, secondo i dati di un’ampia metanalisi della letteratura. Tuttavia, l'esistenza di un diretto rapporto di causa-effetto deve ancora essere provata.







