Dolce, ma non solo

Caratteristiche nutrizionali e proprietà del miele - Più carotenoidi per la riduzione del rischio neoplastico - Il basilico

L’Editoriale

Il Tema di questo numero di AP&B è dedicato al miele, un alimento naturale in uso da millenni eppure ancora oggetto di interesse per le sue proprietà nutrizionali e per il contenuto di composti funzionali. Infatti il miele è una matrice complessa, che non contiene solo zuccheri (per questo è una fonte energetica immediata) ma anche vitamine e minerali, enzimi e composti biologicamente attivi.

È noto ormai da tempo che il processo di produzione — dall’attività delle api bottinatrici alla maturazione e raccolta — e l’origine botanica e geografica (dalle quali dipendono colore, composizione e aroma) sono determinanti delle caratteristiche organolettiche del miele. La ricerca negli ultimi anni si è focalizzata sugli aspetti associati alle sue principali componenti, e cioè la frazione zuccherina, che determina indice glicemico e impatto metabolico, e quella polifenolica; infatti, gli studi più recenti da una parte confermano l’impiego del miele come fonte energetica, specie in condizioni specifiche (per esempio, per gli sportivi), e dall’altra riportano i potenziali effetti positivi associati alle proprietà che ne hanno favorito il consumo nella storia dell’uomo, come quella antimicrobica e antinfiammatoria.

Al centro dell’Intervista sono invece i risultati di un ampio studio caso-controllo italiano, che ha analizzato l’associazione tra consumo di carotenoidi e rischio di cancro colorettale. Livia Augustin, ricercatrice all’Istituto Nazionale Tumori “G. Pascale” di Napoli e tra gli autori dello studio, spiega che un’assunzione elevata di carotenoidi totali (e soprattutto di beta-carotene, alfa-carotene, luteina e zeaxantina), è associata a una riduzione del rischio (di circa il 40%), con effetti coerenti nei diversi sottogruppi di popolazione. Queste osservazioni confermano la validità della raccomandazione a variare e ottimizzare i consumi di frutta e verdura, le fonti principali di questi importanti nutrienti, anche per la prevenzione oncologica.

Buona lettura!

Franca Marangoni
Direttore Scientifico AP&B

Il Tema

Caratteristiche nutrizionali e proprietà del miele

Il miele accompagna la storia dell’uomo fin dall’antichità, non solo come alimento ma anche come simbolo culturale e strumento terapeutico. Già i Sumeri ne riconoscevano il valore come rimedio naturale, gli Egizi lo impiegavano per la conservazione degli alimenti, mentre i Greci e i Romani lo apprezzavano come dolcificante.

Oggi, nonostante la ricca disponibilità di alternative, il miele continua a occupare un posto rilevante non solo nell’alimentazione; basti pensare al suo utilizzo come rimedio casalingo per i sintomi del tratto respiratorio legati a stati influenzali, come raffreddore, mal di gola e tosse, soprattutto nei periodi più freddi. La ricerca scientifica più recente conferma che quello che potrebbe essere identificato semplicemente come uno dei tanti “rimedi della nonna”, in realtà presenta una composizione chimica e specifiche caratteristiche fisiche che motiverebbero i potenziali effetti positivi descritti per questo alimento in diversi ambiti della salute umana.

Come viene prodotto il miele

Il miele è il risultato di un processo naturale complesso, che combina il lavoro delle api (Apis mellifera) con la ricchezza del mondo vegetale. Questo alimento nasce infatti dall’incontro tra soluzioni zuccherine e il sofisticato sistema biologico delle api, che le trasformano in un prodotto ad alta densità energetica, stabile nel tempo e ricco di composti bioattivi.

Tutto comincia con le api bottinatrici che prelevano il nettare, che è una soluzione zuccherina secreta da ghiandole specializzate dei fiori, o la melata dalle piante. Quest’ultima deriva da secrezioni prodotte dagli insetti che, nutrendosi della linfa vegetale, trattengono le proteine ed eliminano gli zuccheri. La raccolta si svolge solitamente entro un raggio di 800 metri dall’alveare che però, in caso di necessità può raggiungere i tre chilometri.

La comunicazione all’interno della colonia è fondamentale per ottimizzare il lavoro: le api esploratrici segnalano la posizione e la qualità delle fonti di nettare tramite una sequenza di movimenti capace di trasmettere informazioni precise su distanza e direzione; le api operaie, con la loro lunga lingua tubolare, localizzano quindi le fonti e le raccolgono. Una volta ingerito, il nettare subisce una prima trasformazione nella borsa melaria, dove le secrezioni salivari delle api iniziano a scindere i carboidrati complessi, come il saccarosio, negli zuccheri semplici glucosio e fruttosio; inoltre, il passaggio da un’ape all’altra arricchisce la soluzione di enzimi e ne modifica progressivamente la composizione. La miscela zuccherina viene poi deposta nelle cellette di cera vergine, all’interno dei favi dove, grazie al battito delle ali delle api, viene fatta evaporare l’acqua in eccesso, concentrando il prodotto e prevenendone la fermentazione. Quando il miele ha raggiunto il giusto grado di maturazione, le api sigillano le celle con un sottile strato di cera, garantendone la conservazione durante l’inverno. A questo punto, con la raccolta, il lavoro passa nelle mani dell’apicoltore e il miele grezzo viene filtrato per eliminare cera, propoli, insetti e altre impurità. Qualora cristallizzi, può essere riportato a consistenza fluida mediante un riscaldamento delicato a non più di 45 °C, temperatura che preserva enzimi, vitamine e antiossidanti. Questo trattamento può essere utilizzato a livello industriale per uniformare mieli di diversa origine e creare miscele equilibrate per aroma e profumo.

Le caratteristiche del miele infatti possono variare profondamente in base all’origine botanica del nettare, alla sottospecie cui appartiene l’ape che lo produce e anche al metodo di estrazione e conservazione. Per esempio, i prodotti del nettare dei fiori sono mieli delicati, come quelli di acacia o di tiglio, mentre dalla melata delle piante si ottengono mieli più scuri e intensi, come quelli di abete o di quercia. In un vasetto di miele è possibile poi che si trovi miele ottenuto da una sola fioritura, che viene definito uniflorale, da due fioriture della stessa area, definito biflorale, oppure da più fioriture (il cosiddetto millefiori). Il colore riflette spesso la concentrazione di composti fenolici, che sono maggiormente presenti nei mieli più scuri. Il grado di dolcezza e l’indice glicemico dipendono invece dal rapporto tra fruttosio e glucosio, che determina anche la tendenza del miele a cristallizzare: i mieli più ricchi in fruttosio restano liquidi e omogenei più a lungo, mentre quelli con una maggiore presenza di glucosio, che essendo meno solubile in acqua tende a separarsi, tendono a formare in breve tempo dei granuli di dimensione e consistenza variabile. Anche l’umidità è un parametro cruciale, tanto che il Codex Alimentarius fissa il limite massimo al 20%: un contenuto di acqua superiore, infatti, aumenterebbe il rischio che il prodotto possa fermentare durante la conservazione.

Il miele, che si può trovare in commercio in diverse forme (in favo, torchiato, filtrato, cremoso), non è l’unico prodotto del lavoro delle api; ci sono anche la cera, la propoli, la pappa reale, il polline e il veleno (Tabella 1).

Composizione chimica e caratteristiche nutrizionali

Il miele è dunque un alimento complesso, con specificità compositive che dipendono da molteplici fattori. L’origine botanica è la variabile più rilevante, in grado di determinare aroma, colore, viscosità, presenza dei diversi zuccheri e contenuto di composti bioattivi. Anche l’origine geografica gioca un ruolo significativo, soprattutto per quanto riguarda il tipo di suolo e le condizioni climatiche. Infine, il profilo chimico del miele può essere influenzato anche dai processi di lavorazione e conservazione.

Nutrizionalmente, il miele è una fonte di energia rapidamente disponibile: 100 g corrispondono a circa 300 kcal, per la maggior parte da carboidrati, che rappresentano il 75-80% del prodotto, mentre per il 15-20% è composto da acqua. Le concentrazione dei due zuccheri principali il fruttosio e il glucosio, sono comprese tra il 30 e il 45% e tra il 19 e il 40% del peso rispettivamente. A questi si aggiungono disaccaridi come il saccarosio, il maltosio e l’isomaltulosio e una varietà di oligosaccaridi, tra cui melezitosio e raffinosio, che hanno dimostrato un potenziale prebiotico. La composizione zuccherina influenza direttamente l’indice glicemico del miele, che può variare da 32 a 85: è più basso nei prodotti più ricchi di fruttosio, mentre i mieli con maggiore concentrazione di glucosio producono un innalzamento glicemico più rapido.

L’informazione sull’indice glicemico dei mieli commercializzati in Italia sono limitate; sono tuttavia disponibili dati di composizione che permettono di stimare il rapporto tra fruttosio e glucosio e individuare i prodotti con indice glicemico più basso (Tabella 2). Per esempio, il miele di castagno può contenere un quantitativo quasi 3 volte superiore di fruttosio rispetto al glucosio; l’impatto glicemico sarà quindi inferiore rispetto a quello del miele di melo e tarassaco che ne contiene poco più del doppio. È importante però considerare che, poichè nel miele si trovano anche altri zuccheri, questa stima può essere solo approssimativa.

Il miele contiene anche piccole quantità di proteine (0,1-0,4%), oltre a diversi aminoacidi liberi (0,3-1%), tra i quali spicca la prolina, che rappresenta fino all’85% degli aminoacidi totali. Tra le vitamine che sono presenti in quantità modeste (e quindi con un contributo nutrizionale limitato), prevalgono quelle del gruppo B, oltre alla vitamina C e alla vitamina A. Lo 0,02-0,9% del prodotto è costituito infine dda minerali, potassio, seguito da sodio, magnesio e calcio.

Come è già stato accennato, la ricerca scientifica si è focalizzata negli ultimi anni sulle sostanze bioattive contenute nel miele. Si tratta di enzimi diversi, come invertasi, diastasi e glucosio ossidasi, che sono essenziali per la trasformazione del nettare in miele e nel garantirne la stabilità. La loro attività, oltre a essere funzionale al prodotto stesso, è considerata un indicatore di freschezza e qualità. Un ruolo particolarmente rilevante è svolto dai polifenoli, che conferiscono parte delle proprietà funzionali. Il contenuto di flavonoidi (quercetina, luteolina, crisina, rutina, catechina e apigenina, kaempferolo) e di acidi fenolici (acidi caffeico, ferulico, cinnamico, gallico, antociani, carotenoidi, tannini e molti altri) provenienti dalle piante varia in funzione dell’origine botanica e geografica, delle condizioni climatiche e persino della modalità di conservazione.

Utilizzo a scopo energetico

Essendo un alimento nutrizionalmente energetico, il miele viene spesso utilizzato in ambito sportivo, come alternativa naturale ai classici gel glucidici. Per chi pratica sport, infatti, insieme all’idratazione l’energia fornita dai carboidrati rappresenta un elemento fondamentale. In questo contesto, una recente revisione sistematica, che ha valutato gli effetti della supplementazione con miele in combinazione con l’esercizio fisico sulla base di 9 studi clinici, suggerisce che l’assunzione acuta prima, durante o immediatamente dopo l’esercizio, induca risposte metaboliche, ormonali e immunitarie paragonabili a quelle osservate con altre fonti di carboidrati. In particolare, gli effetti su glicemia e insulinemia si sono rivelati simili a quelli ottenuti in risposta a maltodestrine, destrosio o soluzioni commerciali a base di carboidrati, sebbene alcune evidenze suggeriscano una maggiore stabilità glicemica post-esercizio, verosimilmente legata al basso indice glicemico di alcune varietà dell’alimento. Inoltre, nel recupero, l’assunzione di miele potrebbe favorire il ripristino del glicogeno, contribuendo a mantenere una glicemia più stabile.
Gli studi che hanno previsto una supplementazione protratta nel tempo (8-16 settimane) hanno riportato riduzioni significative delle citochine infiammatorie (IL-6, TNF-α) e dei marker di stress ossidativo e l’aumento della capacità antiossidante totale, attribuibile alla frazione polifenolica. Questi risultati sono stati rilevati soprattutto in relazione all’esercizio ad alta intensità, suggerendo un potenziale effetto mitigatorio nei confronti delle perturbazioni spesso associate all’allenamento molto intenso. Per quanto riguarda la performance fisica, i risultati sono inconcludenti: benefici modesti in termini di mantenimento della potenza o della distanza percorsa sono stati registrati quando il miele è stato confrontato con placebo, non con altre fonti glucidiche.

Componenti del miele e salute: alcune evidenze scientifiche

In quella matrice biologica complessa che è il miele, zuccheri, acidi organici, enzimi e una ricca dotazione di molecole bioattive interagiscono in sinergia conferendogli proprietà che vanno oltre il semplice valore nutritivo. Negli ultimi anni, numerosi studi hanno iniziato a chiarire come queste componenti possano agire insieme, con effetti di interesse in diversi ambiti della salute. Il quadro non è sempre univoco, ma le evidenze disponibili delineano un potenziale funzionale non trascurabile.

Una delle proprietà più note del miele è la sua capacità di inibire la crescita microbica, grazie a una combinazione di caratteristiche: da una parte l’elevata concentrazione zuccherina e la bassa attività dell’acqua, che determinano una pressione osmotica che comporta la disidratazione delle cellule batteriche, dall’altra il pH acido (3,2-4,5) dovuto all’acido gluconico. Inoltre, l’enzima glucosio ossidasi, naturalmente presente nel miele, produce perossido di idrogeno, che è un potente antisettico naturale. A questi fattori si aggiunge il contributo di polifenoli, peptidi e proteine, che rafforzano anche l’attività antimicotica.

In vitro, il miele si è dimostrato efficace contro batteri come Staphylococcus aureus, Pseudomonas spp., Escherichia coli, Helicobacter pylori e Salmonella. Richiede invece conferme l’osservazione che possa potenziare l’azione di antibiotici convenzionali. Esiste tuttavia un esempio emblematico: il miele di Manuka, che è molto scuro e ha un sapore terroso, che viene considerato il più potente in tal senso tra i mieli studiati. Infatti, la sua elevata attività antimicrobica è associata a una concentrazione molto alta di polifenoli e di metilgliossale, un composto capace di agire indipendentemente dal perossido di idrogeno e di contrastare anche ceppi batterici resistenti, come lo Staphylococcus aureus meticillino-resistente.

Per quanto riguarda l’effetto antiossidante e antinfiammatorio, gran parte delle attività biologiche del miele si deve alla già menzionata frazione polifenolica che, come si ricordava, comprende diversi flavonoidi, insieme agli acidi fenolici. Questi composti, che nel miele si presentano spesso in forme più biodisponibili che nelle piante, sono in grado di neutralizzare i radicali liberi, chelare i metalli di transizione e modulare le principali vie infiammatorie (COX-2, iNOS, NF-κB, TLR-4), con la conseguente riduzione della produzione di citochine pro-infiammatorie, con una modulazione positiva delle risposte immunitarie.

Un ambito in cui le evidenze cliniche a favore del miele iniziano a consolidarsi riguarda le infezioni delle vie respiratorie. Secondo una revisione sistematica con metanalisi, che ha incluso 14 studi controllati, il miele ridurrebbe in modo modesto (1-2 giorni) ma significativo frequenza e gravità della tosse, con effetti positivi anche in confronto a terapie standard e agli antistaminici. Interessante è il confronto con il destrometorfano, tra i rimedi più usati per la tosse: il miele ha mostrato un’efficacia simile, ma in assenza degli effetti collaterali tipici di questo farmaco.

Sono invece numerosi gli studi sperimentali emergenti che esplorano effetti del miele in condizioni diverse. Per esempio, una revisione di studi clinici controllati mostra un’associazione più favorevole tra assunzione di miele (specie di robinia e trifoglio) e indicatori cardiometabolici, come il profilo lipidico e la glicemia a digiuno, rispetto ai gruppi di controllo. Nei modelli preclinici, alcuni polifenoli contenuti nel miele hanno mostrato potenziali effetti neuroprotettivi, con riduzione di stress ossidativo, di neuroinfiammazione, modulazione dell’apoptosi delle cellule nervose, mantenimento del potenziale di membrana mitocondriale e inibizione degli enzimi che degradano i neurotrasmettitori. Si tratta in ogni caso di dati estremamente preliminari, che non consentono di ipotizzare un’applicazione clinica concreta.

Nel loro insieme, queste evidenze delineano un alimento i cui effetti nutrizionali e metabolici non possono essere ricondotti a un singolo principio, bensì alla sinergia tra componenti zuccherine, acide ed enzimatiche e una ricca presenza di polifenoli. La grande variabilità della composizione del miele (associata ai molteplici fattori descritti) può influenzare in modo sensibile tali effetti, che quindi sono difficilmente prevedibili e standardizzabili. E’ inoltre opportuno sottolineare che, trattandosi di un alimento zuccherino, le quantità di miele che possono essere consumate nell’ambito di un’alimentazione equilibrata sono necessariamente limitate: le linee guida nutrizionali indicano una porzione di circa 20 grammi, pari a due cucchiaini circa, 1-2 volte alla settimana, in base al fabbisogno calorico. Questo implica che le quantità associate a possibili benefici osservati in laboratorio o in studi sperimentali potrebbero essere difficilmente raggiungibili.

Punti chiave

  • Il miele, che è utilizzato fin dall’antichità, mantiene ancora oggi un ruolo importante come alimento e come rimedio naturale.
  • Nasce dalla trasformazione del nettare o della melata, ricchi di composti bioattivi, ad opera delle api, i cui enzimi digestivi scindono gli zuccheri complessi in zuccheri semplici​.
  • Colore, aroma e composizione chimica dipendono da origine botanica e geografica, condizioni climatiche e lavorazione. Esistono mieli uniflorali, biflorali, multiflorali e da melata.
  • Il miele è costituito principalmente da carboidrati, soprattutto fruttosio e glucosio, e ha un indice glicemico variabile. Contiene inoltre vitamine, minerali, enzimi e polifenoli che ne determinano proprietà nutrizionali e organolettiche.
  • Poichè fornisce energia rapidamente disponibile, il miele viene proposto per gli sportivi, per favorire il recupero post-esercizio. L’assunzione nel lungo periodo è stata associata al contenimento di marker infiammatori e stress ossidativo.
  • Le principali proprietà del miele sono antimicrobiche, antiossidanti e antinfiammatorie. Studi clinici suggeriscono un possibile ruolo nel sollievo dei sintomi influenzali.
  • Effetti cardiometabolici neuropro­tettivi e antitumorali, imputabili alla frazione polifenolica, stanno invece emergendo da studi di base per alcuni specifici componenti del miele.

Bibliografia di riferimento

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Akanda MKM, Mehjabin S, Parvez GMM. Honey for nutrition and health benefits: an overview. In: Kumar R, editor. Honey in food science and physiology. Singapore: Springer Nature Singapore; 2024. p. 33-49.

Navarro-Hortal MD, Romero-Márquez JM, Ansary J, et al. Honey as a Neuroprotective Agent: Molecular Perspectives on Its Role in Alzheimer’s Disease. Nutrients. 2025 Aug 8;17(16):2577.

Ranneh Y, Akim AM, Hamid HA, et al. Honey and its nutritional and anti-inflammatory value. BMC Complement Med Ther. 2021 Jan 14;21(1):30.

Tedesco R, Scalabrin E, Malagnini V, et al. Characterization of Botanical Origin of Italian Honey by Carbohydrate Composition and Volatile Organic Compounds (VOCs). Foods. 2022 Aug 13;11(16):2441.

Wang H, Li L, Lin X, et al. Composition, functional properties and safety of honey: a review. J Sci Food Agric. 2023 Nov;103(14):6767-6779.

L'Intervista all'esperto: Livia Augustin

Più carotenoidi per la riduzione del rischio neoplastico

In Italia, il tumore del colon-retto è il secondo per frequenza dopo quello della mammella, con un’incidenza stimata di oltre 50.000 nuovi casi nel 2023, in crescita del 15% circa rispetto al 2020.
È uno dei tumori con il più alto tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, che sempre più spesso fortunatamente è precoce, grazie anche al programma di screening che il Ministero della Salute offre a tutti i cittadini a partire dai 50 anni di età.

L’età infatti, come la genetica, è un fattore di rischio non modificabile per questa tipologia di tumore, che si distingue per il “peso” particolarmente significativo dei fattori di rischio che sono invece modificabili: il fumo, lo stile di vita, l’alimentazione. Le evidenze più solide e rilevanti sulla salute pubblica si stanno accumulando proprio a supporto del ruolo della dieta e dei suoi diversi componenti che possono fare la differenza in termini di prevenzione.

Gli effetti protettivi a livello colorettale dei carotenoidi emergono chiaramente da uno studio italiano pubblicato recentemente su European Journal of Clinical Nutrition: “Intake of total and selected carotenoids and colorectal cancer risk: An Italian case-control study”. Approfondiamo i risultati principali e le possibili importanti ricadute con Livia Augustin, ricercatrice nutrizionista all’Istituto Nazionale Tumori, Fondazione Giovanni Pascale di Napoli, che è tra gli autori del lavoro.

Domanda: Sono numerose le evidenze a supporto della relazione tra specifici alimenti o nutrienti e rischio di cancro colorettale (CRC): quali sono i più importanti nell’aumento del rischio e nella prevenzione di questa patologia?
Risposta: Cereali integrali, alimenti ricchi in fibra come frutta, verdura e legumi, e i latticini per il loro contenuto di calcio e fermenti lattici, sono tra gli alimenti il cui consumo regolare si è dimostrato protettivo contro il cancro del colon-retto. Al contrario, un consumo elevato di carni rosse, e soprattutto di carni lavorate come salumi e insaccati, è associato a un aumento significativo del rischio.

In particolare, la vostra ricerca si concentra sui carotenoidi. Cosa sono esattamente e quali sono gli alimenti ricchi di carotenoidi che consumiamo più comunemente in Italia?
I carotenoidi sono pigmenti naturali presenti in moltissimi frutti e ortaggi, responsabili dei colori giallo, arancio e rosso, ma anche del verde di alcune verdure. Oltre al colore, questi composti hanno proprietà biologiche interessanti: sono potenti antiossidanti e alcuni di essi, come beta-carotene, alfa-carotene e beta-criptoxantina, sono anche precursori della vitamina A, importante per la vista e il sistema immunitario. In natura esistono oltre 600 carotenoidi, ma solo una cinquantina di essi vengono assunti in quantità rilevanti con la dieta.

Gli alimenti ricchi in carotenoidi più consumati in Italia sono sicuramente agrumi, pomodori, carote, piselli e verdure a foglia, con un contributo importante anche dai piatti tipici della dieta Mediterranea italiana, come la salsa di pomodoro usata per la pasta e sulla pizza.

Come si associa nel vostro studio il consumo complessivo di carotenoidi al rischio di sviluppare il cancro colorettale?
Il nostro studio ha evidenziato che un consumo elevato di carotenoidi è associato a un rischio più basso di sviluppare il cancro del colon-retto. In particolare, i partecipanti che ne assumevano di più avevano un rischio inferiore di circa il 40% rispetto a chi ne assumeva meno. Questa riduzione del rischio si è notata anche valutando singolarmente il carcinoma del colon ed il carcinoma del retto. Il beneficio è risultato più marcato quando abbiamo considerato l’apporto totale di carotenoidi, piuttosto che quello di ciascun carotenoide preso singolarmente. La riduzione del rischio è risultata significativa nei giovani e anziani, tra i fumatori e non-fumatori, tra i consumatori di alcol e non, tra uomini e donne e tra normopeso e sovrappeso.

La classe dei carotenoidi comprende composti con caratteristiche diverse: ce ne sono alcuni che correlano specificamente con la riduzione del rischio?
Non tutti i carotenoidi sembrano avere lo stesso effetto protettivo. Nel nostro studio, il beta-carotene, l’alfa-carotene, la luteina e la zeaxantina erano quelli più fortemente associati ad una riduzione del rischio. Altri, come la beta-criptoxantina hanno mostrato un effetto più debole, mentre il licopene non era associato a una riduzione del rischio. Queste differenze probabilmente dipendono sia da proprietà biologiche specifiche di ciascun carotenoide, sia dalla loro diversa biodisponibilità, cioè da quanto effettivamente vengono assorbiti e utilizzati dall’organismo.

Nel vostro studio avete quantificato gli effetti per i diversi carotenoidi. È possibile sulla base dei vostri dati stimare l’apporto ottimale (ed eventualmente da non superare) di questi nutrienti per la prevenzione dei tumori del colon-retto?
Non siamo in grado di stimare con precisione quale sia la quantità ottimale di carotenoidi da assumere per la prevenzione al carcinoma del colon-retto. Per quelli con attività vitaminica, come il beta-carotene, il fabbisogno medio giornaliero è di circa 6 mg al giorno. Tuttavia, i nostri risultati suggeriscono che per la prevenzione è più importante consumare frutta e verdura in abbondanza, variandola il più possibile, in modo da garantire un apporto adeguato di tutti i carotenoidi, piuttosto che concentrarsi su un singolo nutriente in quantità specifiche.

C’è un carotenoide, di cui si parla spesso, il licopene, che non ha mostrato nel vostro studio una significativa associazione protettiva. Cosa potrebbe significare questa osservazione per la comprensione del ruolo dei diversi carotenoidi?
Il risultato sul licopene non ci ha sorpreso del tutto, perché la letteratura in merito è piuttosto contrastante. Una possibile spiegazione è che, a differenza di altri carotenoidi, il licopene non è un precursore della vitamina A, che ha proprietà anticancerogene ben documentate. Questo fa riflettere sul fatto che il beneficio delle scelte alimentari non dipende mai da un singolo nutriente o alimento: è l’insieme di tutti i nutrienti e degli alimenti, in una dieta varia e bilanciata, a conferire l’effetto più protettivo per la salute.

È possibile spiegare perché i carotenoidi sono protettivi contro il cancro? Quali sono, e come si possono massimizzare, le proprietà che li rendono utili in questo contesto?
Il principale meccanismo d’azione contro il cancro è l’azione antiossidante e quindi anche antinfiammatoria. L’infiammazione cronica, dovuta all’obesità o ad infezioni virali/batteriche dell’intestino o a malattie autoimmuni del colon o dovuta a un’alimentazione povera di micronutrienti e fibra o ricca di grassi saturi, è responsabile di una parte dei nuovi casi di carcinoma del colon-retto. Nel nostro studio una significativa riduzione del rischio si è osservata anche tra i fumatori.

Il vostro lavoro presenta i risultati di un ampio studio caso-controllo condotto in diverse aree in Italia. Quali sono i risultati più rilevanti che lo distinguono dagli studi precedentemente pubblicati condotti in altre popolazioni?
Il nostro studio conferma una recente metanalisi che riassume i risultati di molti studi internazionali comprendenti più di 16.000 persone di provenienza nord-americana, europea ed asiatica. La diversità rispetto a questo studio era la maggiore forza delle associazioni che abbiamo riscontrato. In generale però è difficile paragonare i nostri risultati ad altri in quanto la popolazione italiana consuma una dieta mediterranea e quindi un alto tenore di carotenoidi.

I carotenoidi vengono assunti con alimenti con una composizione nutrizionale complessa. È possibile isolarne i benefici rispetto a quelli degli altri nutrienti e componenti biologicamente attivi?
I carotenoidi sono spesso associati alla fibra alimentare che sappiamo essere protettiva nei confronti del carcinoma del colon-retto. Però un’analisi ulteriore dei nostri dati, correggendo il modello statistico per il consumo di fibra, ovvero eliminando l’effetto della fibra, non ha però cambiato il messaggio principale di protezione.

Quali sono i suggerimenti pratici da fornire a un consumatore medio che vuole applicare questi risultati alla propria dieta quotidiana per ridurre il rischio di CRC?
Di consumare giornalmente una porzione in più di frutta e una in più di verdura assicurandosi di consumare verdure a foglia verde, e colori quali il giallo, verde e rosso. Questo si può facilmente raggiungere se si punta ad una dieta che segue il modello Mediterraneo tradizionale, mangiando “colorato” (ma di colori naturali!) e scegliendo dai menu un piatto di verdure nonché la frutta a fine pasto in sostituzione del dessert da riservare a poche occasioni speciali.

Bibliografia di riferimento

Natale A, D’Angelo A, Bidoli E, et al. Intake of total and selected carotenoids and colorectal cancer risk: An Italian case-control study. Eur J Clin Nutr. 2025 Sep 17.

Han X, Zhao R, Zhang G, et al. Association of Retinol and Carotenoids Content in Diet and Serum With Risk for Colorectal Cancer: A Meta-Analysis. Front Nutr. 2022 Jun 30;9:918777.

La Scheda

Il basilico (Ocimum basilicum L.), appartenente alla famiglia delle Lamiaceae, è una pianta aromatica annuale originaria dell’India, oggi coltivata in tutto il mondo. In Italia trova la sua massima espressione in Liguria, con il basilico “Genovese” DOP, ingrediente fondamentale del pesto tradizionale.

Cosa contiene

Dal punto di vista nutrizionale, il basilico fresco è composto, in media per il 92% di acqua, e ha quindi un basso apporto calorico (42 kcal su 100 g). Contiene poi poche proteine (3%) e carboidrati (5%), per la quasi totalità zuccheri semplici, fibre (1,6%) e lipidi (0,8%). Nelle banche dati di composizione degli alimenti il basilico è riportato tra le fonti di ferro, calcio, potassio, riboflavina, folati, vitamina A e C. Tuttavia, poiché il consumo medio non supera i 5 g per volta, l’apporto reale di nutrienti è modesto. Diverso il discorso per il pesto alla genovese: la porzione standard (secondo i LARN) da 40 g, che corrisponde a due cucchiaini, fornisce circa 100 kcal, prevalentemente da olio, formaggio e pinoli.

Cosa c’è da sapere

Molti studi associano il consumo di fave (e di legumi in generale) a benefici per la salute. L’apporto di fibre, il basso indice glicemico e la presenza di antiossidanti, come i fenoli, modulano favorevolmente il metabolismo, contribuendo anche alla protezione dallo stress ossidativo. Le proteine delle fave contengono l’aminoacido Le foglie di basilico sono ricche di composti bioattivi – in particolare oli essenziali e polifenoli come l’acido rosmarinico – dotati di proprietà antiossidanti, antimicrobiche e antinfiammatorie. La loro concentrazione, che dipende dalla varietà e dalle condizioni di coltivazione, ne influenza l’aroma. Alcune varietà di basilico possono contenere elevati livelli di estragolo, un composto che presenta delle limitazioni di consumo per i potenziali effetti tossicologici. Le foglie più giovani contengono anche il metil-eugenolo, che possiede analoghe caratteristiche di sicurezza. Le varietà più comuni, come il Basilico Genovese DOP, contengono livelli molto bassi e sicuri di questi composti, risultando idonee al consumo alimentare.

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