La surgelazione degli alimenti

Una panoramica degli effetti di salute del digiuno intermittente - I molti vantaggi della surgelazione degli alimenti - Le fave

L’Editoriale

Da diversi anni a questa parte, i comportamenti alimentari sono sempre più influenzati dall’esigenza di conciliare salute, sostenibilità e praticità. Si inserisce in questo contesto l’argomento al centro dell’Intervista a Giorgio Donegani, tecnologo alimentare (è portavoce dell’Ordine Nazionale dei Tecnologi Alimentari) e Presidente dell’Istituto Italiano Alimenti Surgelati, che intende fare chiarezza sulla surgelazione degli alimenti e sui suoi vantaggi, spesso trascurati.

Grazie alle tecnologie moderne, i prodotti surgelati rappresentano oggi una risorsa utile per consentire di comporre in sicurezza una dieta varia ed equilibrata tutto l’anno, riducendo al tempo stesso gli sprechi alimentari. Infatti, una surgelazione appropriata, che consente di mantenere le proprietà nutrizionali e organolettiche dell’alimento fresco, può essere superiore alla conservazione domestica, spesso inadeguata.

Il Tema di questo numero è invece dedicato alle diete basate sul digiuno intermittente, i cui possibili effetti di salute sono al centro di un acceso dibattito scientifico. Una recente revisione sistematica pubblicata su British Medical Journal offre una sintesi delle evidenze più aggiornate su questa strategia alimentare, suggerendone possibili effetti positivi – in particolare su peso corporeo e parametri cardiometabolici – ma presentandone anche i limiti e le incertezze. Come sottolineato dagli Autori della review, sono necessari ulteriori studi mirati per confermare i benefici di un approccio che in ogni caso deve essere basato (ancora una volta) sulla personalizzazione e sul supporto di figure professionali competenti.

Buona lettura!

Franca Marangoni
Direttore Scientifico AP&B

Il Tema

Una panoramica degli effetti di salute del digiuno intermittente

Il digiuno intermittente, come strumento per controllare l’aumento del peso corporeo, o per riportarlo verso la norma se elevato, è ormai un argomento del quale parliamo (e sentiamo parlare) spesso. Quali siano le fasce orarie ottimali, oppure quanti debbano essere i giorni di digiuno in una settimana, o ancora cosa si possa o non si possa consumare in uno di questi giorni, sono temi che affascinano, specie sui social, un numero crescente di persone.

In realtà è un argomento da non banalizzare, a proposito del quale la comunità scientifica ha prodotto una notevole quantità di dati, e che sono ormai oggetto di accurate valutazioni statistiche. Risale a poche settimane fa la pubblicazione, sul prestigioso British Medical Journal, di una revisione sistematica molto ampia e dettagliata sugli effetti di salute del digiuno intermittente, e non solo sul peso corporeo.

La storia di questa ricerca

Già nei primi studi in questo ambito non si parlava tanto di calo ponderale quanto di lunghezza e di qualità della vita, in modelli sperimentali ad hoc. Infatti, la moderna ricerca sul digiuno intermittente affonda le sue radici negli esperimenti sulla restrizione calorica condotti a partire dagli anni ’90: quando un lavoro pionieristico, pubblicato da Weindruch e Sohal (1997), suggeriva che ridurre l’assunzione di cibo potesse rallentare l’invecchiamento e prolungare la vita negli animali, attribuendo inizialmente questi benefici a una minore produzione di radicali liberi. Tuttavia, un’altra osservazione è emersa rapidamente: i roditori sottoposti a restrizione calorica consumavano l’intera razione giornaliera in poche ore, restando poi a digiuno per periodi prolungati – fino a 20 ore – durante i quali entravano in uno stato di chetosi. Da questa osservazione è emersa una nuova ipotesi: che non è solo la riduzione delle calorie a generare benefici ma anche il modello temporale secondo il quale il cibo viene assunto. Questo processo, ciclico e fisiologicamente controllato, attiva risposte cellulari adattative evolutivamente conservate, che coinvolgono numerosi organi e sistemi. Da qui nasce il modello di digiuno intermittente, oggi oggetto di numerosi studi, data anche la sempre maggiore popolarità spinta dall’influenza dei media.

Di fatto, nella storia dell’umanità il digiuno ha avuto, e continua ad avere, una forte valenza spirituale e culturale, essendo ancora oggi presente in alcune tradizioni religiose: inteso come astinenza volontaria dal cibo per un periodo di tempo determinato, è una pratica antichissima, nata ben prima che la scienza iniziasse a esplorarne i possibili benefici fisiologici e terapeutici. Ma anche in ambito medico, fin dai tempi di Ippocrate, il digiuno veniva indicato come possibile rimedio per condizioni sia acute che croniche, riflettendo una concezione empirica ma sorprendentemente intuitiva dell’interazione tra alimentazione, metabolismo e salute. In un contesto storico ed evolutivo, dove l’alternanza tra abbondanza e carestia era la norma, questi meccanismi risultavano essenziali alla sopravvivenza. Oggi, invece, il nostro stile di vita – caratterizzato da alimentazione costante e maggiore sedentarietà – tende ad appiattire o livellare questi circuiti metabolici.

La già ricordata recente revisione sistematica con metanalisi, condotta da un panel internazionale di esperti di rango, coordinato dalle Università di Toronto e di Boston, ha raccolto le principali ricerche sull’uomo attualmente disponibili e ne ha elaborato i risultati per fornire una panoramica aggiornata di quelli che sono gli effetti metabolici delle diete che contemplano il digiuno. L’analisi suggerisce che anche nelle sue varie forme, il digiuno può essere uno strumento utile per la riduzione del peso nel breve termine e per il miglioramento di alcuni parametri cardiometabolici, soprattutto in casi di patologie specifiche, rispetto alle classiche diete basate esclusivamente sulla restrizione calorica o alle diete libere. Ma gli autori sottolineano anche che questa osservazione non è sufficiente per renderle consigliabili a chiunque e in qualsiasi contesto, data la poca solidità delle evidenze, ma soprattutto la limitata sostenibilità nel tempo.

Definizioni e strategie

L’attenzione del mondo scientifico per i possibili effetti del digiuno intermittente è motivata dall’osservazione dell’aumento delle malattie metaboliche e cardiovascolari in una società, quella moderna, caratterizzata da un’alimentazione eccessiva e pressoché continua nel tempo. In tale contesto si inserisce questa strategia alimentare che prevede l’alternanza programmata tra periodi, più o meno lunghi, di digiuno (o di drastica restrizione calorica) e periodi di alimentazione normale. L’elemento distintivo dell’intermittenza è fondamentale: non si tratta di eliminare costantemente calorie, come nella restrizione calorica continua, ma di organizzare l’assunzione di cibo secondo cicli definiti, mantenendo una certa flessibilità e, potenzialmente, una maggiore aderenza nel lungo termine.

Le modalità di digiuno intermittente sono molteplici e si adattano a esigenze e stili di vita diversi. Il digiuno a giorni alterni (Alternate-Day Fasting), ad esempio, prevede un’alternanza tra giorni in cui si limita l’apporto calorico a circa un quarto del fabbisogno e giorni in cui si può mangiare liberamente. L’alimentazione a tempo ristretto (Time-Restricted Eating), invece, concentra l’assunzione di cibo in specifiche finestre orarie ogni giorno, come nei modelli 16/8 o 18/6, in cui il digiuno per 16 o 18 ore rispettivamente è alternato al consumo libero nelle ore della giornata rimanenti (il digiuno del Ramadan, motivato da precise motivazioni religiose, che prevede l’astinenza da cibo e bevande dall’alba al tramonto può essere considerato di questo tipo). Altri approcci includono il digiuno per giorni interi (Whole-Day Fasting), come nella dieta 5:2, che limita fortemente le calorie in due giorni della settimana, o le diete che mimano il digiuno (Fasting mimicking diet), basate su alimenti preconfezionati a basso contenuto calorico e studiati per “ingannare” il metabolismo cellulare, inducendo una risposta simile a quella del digiuno vero e proprio.

L’interesse verso queste pratiche deriva dal loro potenziale non solo in termini di controllo del peso corporeo, ma anche per i possibili effetti positivi su marcatori metabolici, sull’infiammazione, la longevità e nella prevenzione di malattie croniche. È importante però distinguere il digiuno terapeutico dalla fame o inedia (starvation), che si verifica dopo circa 5-7 settimane di digiuno continuo e che può portare a gravi effetti avversi, fino alla morte.

Le recenti analisi delle evidenze

La revisione sistematica e la network metanalisi recentemente pubblicata sul British Medical Journal ha confrontato l’efficacia delle strategie di digiuno intermittente (alimentazione a tempo limitato, digiuno a giorni alterni e per giorni interi) con la restrizione calorica continua (RCC) e con le diete ad libitum, concentrandosi sugli effetti sul peso corporeo e su diversi fattori di rischio cardiometabolici. Basato su 99 studi clinici randomizzati che hanno coinvolto oltre seimila partecipanti adulti (la maggioranza dei quali presentava alterazioni metaboliche pregresse), il documento fornisce una fotografia aggiornata dell’evidenza scientifica relativa a questo settore della ricerca.

I risultati della revisione mostrano che tutte le strategie di digiuno intermittente, come peraltro anche la restrizione calorica continua, sono superiori alla dieta ad libitum nella riduzione del peso corporeo, ma con differenze significative tra loro. Il digiuno a giorni alterni è emerso come la strategia più efficace per la perdita di peso, con una riduzione media di 3,40 kg, seguito dal digiuno per giorni interi (-2,36 kg) e dalla restrizione calorica continua (-2,11 kg), mentre l’alimentazione in una finestra di tempo limitato ha prodotto effetti più modesti (-1,72 kg). È interessante l’osservazione che nei protocolli di durata pari o superiore a 24 settimane, le differenze tra le strategie di digiuno e la restrizione calorica si attenuano, indicando che l’efficacia a lungo termine delle diverse diete si equivale, almeno sul piano del peso corporeo. Anche i fattori di rischio cardiometabolici hanno mostrato risposte differenziate: l’approccio basato sul digiuno a giorni alterni ha dimostrato una riduzione moderatamente significativa dell’indice di massa corporea (il rapporto tra il peso corporeo e il quadrato dell’altezza) rispetto alla dieta libera (-1,22) e alle altre strategie dietetiche, oltre a una riduzione modesta della circonferenza addominale rispetto alla restrizione calorica continua (-1,19 cm) e alla dieta libera (-2,77 cm). Anche dal punto di vista lipidico, il digiuno a giorni alterni ha comportato modesti miglioramenti rispetto agli altri schemi dietetici, in termini di riduzione sia del colesterolo totale (fino a -0,28 mmol/L, equivalenti a 11 mg/dL) e sia dei trigliceridi (fino a -0,20 mmol/L equivalenti a 18 mg/dL). Riduzioni significative dei valori della pressione diastolica sono invece stati registrati per l’alimentazione a tempo ristretto rispetto alla dieta libera (-1,90 mmHg). Tutte le strategie dietetiche hanno infine comportato miglioramenti marginali per quanto riguarda la glicemia a digiuno e la resistenza insulinica, ma nessuna ha determinato variazioni significative nei livelli di emoglobina glicata.

In sintesi, il digiuno a giorni alterni risulterebbe l’unica strategia tra quelle in esame in grado di produrre effetti positivi su più indicatori, distinguendosi rispetto alla restrizione calorica classica in termini di riduzione del peso e miglioramento del profilo lipidico e antropometrico. L’impatto globale sui marker cardiometabolici resta in parte incerto, e lo stesso effetto sul peso corporeo e sull’indice di massa corpora può essere considerato di portata limitata.

Le modificazioni metaboliche indotte dal digiuno

Durante il digiuno (condizione che i nostri progenitori dovevano affrontare con una certa frequenza nel corso della loro vita) l’organismo attiva un sofisticato sistema di regolazione metabolica, evolutivamente conservato, che coinvolge in modo coordinato i principali assi biochimici – quello glucidico, lipidico e proteico – ma anche la regolazione ormonale, enzimatica e del microbiota intestinale. Sebbene molti di questi meccanismi siano stati ben documentati in studi preclinici, le loro effettive funzione e la rilevanza negli esseri umani richiedono ulteriori conferme.

Il digiuno (incluso quello intermittente) agisce principalmente inducendo un cambiamento nella fonte energetica primaria. Inizialmente, infatti, il corpo utilizza il glucosio circolante e le riserve epatiche di glicogeno per sostenere le funzioni vitali, ma già dopo 8-12 ore entra in una nuova fase: i trigliceridi accumulati nel tessuto adiposo vengono mobilizzati e scissi in acidi grassi e glicerolo, che vengono metabolizzati per produrre energia dagli enzimi del ciclo di Krebs; l’elevata quantità di questi composti (soprattutto dell’acetil-CoA) ne facilita la parziale conversione in corpi chetonici nel fegato. Entro 24 ore, questi metaboliti alternativi (in particolare il β-idrossibutirrato) raggiungono concentrazioni significative nel sangue (2-5 mM) e diventano una fonte energetica centrale, soprattutto per il cervello. Questo passaggio dal metabolismo glucosio-dipendente a uno chetone-centrico rappresenta uno switch metabolico importante, che sembrerebbe associato a una maggiore resistenza allo stress cellulare, e quindi, potenzialmente al rallentamento dei processi di invecchiamento e al contenimento del rischio di malattie croniche non trasmissibili, tra cui obesità, diabete e cancro.

I corpi chetonici non fungono infatti solo da combustibile, ma anche da trasmettitori di segnale in grado di modulare l’espressione e l’attività di numerose proteine e molecole note per influenzare il metabolismo sistemico. I benefici del digiuno a giorni alterni in termini di perdita di peso e miglioramenti cardiometabolici, potrebbero infatti riflettere la maggiore ossidazione dei grassi e la migliore sensibilità all’insulina derivanti dai periodi di digiuno prolungato.

Sul versante lipidico, lo switch metabolico che favorisce l’utilizzo e la scomposizione dei grassi immagazzinati per produrre energia e il miglioramento della sensibilità all’insulina che regola positivamente la sintesi e la clearance dei lipidi, concorrerebbero alla riduzione dei livelli di colesterolo LDL (20-25%), trigliceridi (14-42%) e colesterolo totale (10-21%). Anche la riduzione complessiva del grasso corporeo (in particolare quello viscerale) e la diminuzione dell’infiammazione sistemica possono contribuire al miglioramento del profilo lipidico.

Anche il metabolismo proteico parteciperebbe in modo attivo a questa riorganizzazione. In mancanza di nutrienti, le proteine vengono progressivamente utilizzate per generare energia, con alterazioni transitorie nella composizione plasmatica degli aminoacidi: quelli essenziali tendono a ridursi più rapidamente, mentre i non essenziali possono essere riconvertiti in glucosio tramite gluconeogenesi.

Un ruolo centrale negli effetti sistemici del digiuno sarebbe svolto dalle sirtuine, enzimi proteici che controllano diverse funzioni cellulari coinvolte nell’invecchiamento, nell’infiammazione, nel metabolismo dei grassi e del glucosio, nei ritmi circadiani e nella biogenesi mitocondriale. In particolare, SIRT1 e SIRT3 sembrano essere sovraregolate dal digiuno e migliorano la risposta all’insulina, la difesa antiossidante e la glicolisi. All’effetto antinfiammatorio del digiuno contribuirebbe anche la riduzione dei livelli di leptina, segnale della ridotta disponibilità energetica, e l’aumento dell’adiponectina, che concorrerebbero sia al miglioramento della sensibilità all’insulina e sia al contrasto dell’infiammazione.

Infine, anche il microbiota intestinale sembra rappresentare un ulteriore nodo regolatorio. La riduzione della permeabilità intestinale in risposta al digiuno intermittente e alla modulazione della composizione e della diversità del microbiota svolgerebbe un ruolo nella prevenzione di condizioni di infiammazione sistemica soprattutto nei soggetti obesi.

Il digiuno quindi si configura come un modulatore biologico, capace di attivare una rete complessa di risposte adattative, con implicazioni che vanno ben oltre la semplice astinenza alimentare, aprendo prospettive interessanti per la salute metabolica e la prevenzione delle patologie croniche. Infatti, in risposta al digiuno verrebbero attivati a livello cellulare percorsi in grado di migliorare le difese intrinseche contro lo stress ossidativo e metabolico.

Di contro, durante il periodo di dieta libera, e quindi di ritorno all’utilizzo del glucosio come fonte energetica, si instaura un differente assetto molecolare e metabolico. Si ha un aumento dei livelli di glucosio circolante e una drastica riduzione dei corpi chetonici, un aumento della sintesi proteica, un aumento dei livelli circolanti di insulina e una ridotta stimolazione dell’autofagia. Tutto questo porta alla promozione di processi di crescita e riparazione cellulare e dei tessuti, in contrasto con le modalità di resistenza allo stress energetico adottata durante il periodo di digiuno. L’alternanza di queste due fasi che contraddistinguono il digiuno intermittente, stabilisce gli effetti attesi nel lungo periodo precedentemente citati sul metabolismo dei macronutrienti, sui parametri metabolici e ormonali e sul microbiota intestinale.

Il Ramadan: una forma storica di digiuno intermittente

Il Ramadan è il mese sacro di digiuno, riflessione spirituale e preghiera per i musulmani di tutto il mondo che, per 29–30 giorni consecutivi, si astengono da cibo e bevande dall’alba al tramonto: la durata del digiuno giornaliero può variare tra le 12 e le 20 ore a seconda della regione geografica.
Questa pratica religiosa presenta somiglianze con il modello dell’alimentazione a tempo limitato; in più è un digiuno secco (nello stesso periodo non si assumono liquidi), e privo di restrizioni caloriche per le ore notturne.
Gli autori di una umbrella review degli studi disponibili, che ha rilevato associazioni modeste ma complessivamente favorevoli tra Ramadan e profilo cardiometabolico sottolineano l’importanza di interpretare i risultati con cautela a causa delle significative limitazioni metodologiche riscontrate nelle revisioni incluse nello studio. Pertanto, sebbene le evidenze preliminari siano promettenti, il ruolo clinico del digiuno del Ramadan rimane poco chiaro data la qualità non ottimale delle evidenze attuali.

Limitazioni e considerazioni

Nonostante l’interesse crescente verso il digiuno intermittente e i risultati promettenti emersi da numerosi studi, alcune criticità significative, ad oggi irrisolte, ne limitano l’utilizzo nella pratica clinica. La sicurezza delle strategie basate sul digiuno appare nel complesso buona, con eventi avversi riportati perlopiù lievi e transitori – come fame, nausea, costipazione e vertigini – e senza segnalazioni ricorrenti di effetti gravi. Tuttavia, come viene sottolineato nella revisione precedentemente citata, il vero nodo resta la sostenibilità nel tempo. Sebbene l’aderenza agli schemi alimentari basati sul digiuno nei primi mesi superi generalmente l’80%, essa tende a calare progressivamente, come dimostrato nel protocollo del digiuno a giorni interi, nel quale si passa dal 74% di aderenza a sei settimane a meno del 25% dopo un anno. Questo andamento suggerisce che, al di là dell’efficacia metabolica osservata a breve termine, l’impatto comportamentale e psicologico del digiuno non possa essere trascurato. La compliance, infatti, si configura come un fattore determinante per il successo clinico e dipende da elementi soggettivi quali la tolleranza individuale, la qualità della vita percepita e la compatibilità con i ritmi e le esigenze della vita quotidiana.

A complicare ulteriormente il quadro vi sono alcune debolezze metodologiche difficilmente eliminabili dalla letteratura attuale.

Innanzitutto, le basi teoriche a sostegno dei possibili effetti positivi sulla salute e sull’invecchiamento precedentemente citati, derivano in larga parte da studi condotti su modelli animali. Il trasferimento di questi risultati all’uomo non è né scontato né lineare. Inoltre, molti degli studi inclusi nelle metanalisi sono condotti su campioni di piccole dimensioni e hanno durata limitata: solo pochi trial con durata superiore alle 52 settimane sono disponibili, e solo tre studi permettono confronti diretti tra le diverse forme di digiuno intermittente. Questo rende difficile trarre conclusioni definitive sulla superiorità di un approccio rispetto ad un altro. Inoltre, la possibilità di generalizzare i risultati è limitata dal fatto che la popolazione osservata negli studi esaminati era composta per lo più da adulti con sovrappeso e obesità, relativamente giovani e privi di patologie complesse; mancano invece dati robusti sulla popolazione generale e su categorie specifiche come anziani, adolescenti, pazienti fragili o con comorbidità significative.

Le analisi più recenti, in sintonia con gli studi pubblicati negli anni passati, invitano dunque alla cautela: nonostante l’entusiasmo per le diete basate sul digiuno intermittente sia comprensibile resta ancora da dimostrare quanto questa strategia sia effettivamente sostenibile e applicabile su larga scala e nel lungo periodo.

La rassegna sistematica citata suggerisce, al proposito, che piuttosto che classificare una dieta come universalmente superiore alle altre, sia importante raggiungere l’obiettivo di una maggiore personalizzazione dell’approccio: il digiuno intermittente può rappresentare un’opzione efficace per alcune persone, ma richiede una valutazione accurata della tollerabilità, dell’impatto sulla qualità della vita e del rischio di adozione di comportamenti alimentari disfunzionali, specie nei soggetti più vulnerabili. L’attenzione deve essere focalizzata anche sulla sfera emotiva e cognitiva, in quanto il digiuno si configura come un potente modulatore psicologico e la sua influenza sull’umore, che è complessa, dinamica e condizionata da fattori individuali, culturali e metabolici, può indurre anche disagio emotivo, non solo benessere. Anche in questo ambito la valutazione dei possibili rischi richiede studi rigorosi e prolungati nel tempo, in grado di individuare le modalità di digiuno più efficaci e sicure anche per la salute mentale.

Concludendo, sulla base della letteratura disponibile il digiuno intermittente non può essere considerato né una moda passeggera né una panacea universale. È una strategia alimentare promettente, sostenuta da risultati incoraggianti, soprattutto nel breve termine e in contesti clinici selezionati, e da premesse biologiche ragionevoli. Tuttavia, l’evidenza attuale non è ancora sufficiente per raccomandare questo approccio dietetico indiscriminatamente. È dunque consigliabile intraprendere percorsi di questo tipo sotto la guida di professionisti qualificati, in grado di trasmettere una corretta educazione alimentare e di guidare il paziente nell’ambito di uno stile di vita equilibrato, che includa attività fisica regolare e, se necessario, un adeguato supporto psicologico.

Punti chiave

  • L’interesse per il digiuno intermittente nasce dagli studi sugli effetti della restrizione calorica, che hanno evidenziato il ruolo cruciale del timing dell’assunzione di cibo.
  • I principali modelli prevedono il digiuno per una o più intere giornate, consecutive o meno, alternate a giorni a dieta libera o la limitazione del consumo di cibo in finestre orarie ristrette nell’arco delle 24 ore​.
  • Lo switch metabolico verso i corpi chetonici come fonte prevalente di energia rappresenta uno degli adattamenti chiave attivati dalla restrizione energetica, inclusa quella intermittente.
  • In generale il digiuno intermittente si associa a una maggiore riduzione del peso corporeo e a un modesto miglioramento di alcuni parametri cardiometabolici nel breve termine rispetto alla restrizione calorica.
  • La sostenibilità delle strategie dietetiche basate sul digiuno sembra essere limitata nel lungo periodo, soprattutto in assenza di adeguato supporto comportamentale e professionale.
  • La qualità delle evidenze disponibili è condizionata dalla disponibilità di studi di breve durata, condotti su piccoli campioni e dalla scarsa rappresentatività delle popolazioni esaminate.

Bibliografia di riferimento

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L'Intervista all'esperto: Giorgio Donegani

I molti vantaggi della surgelazione degli alimenti

I surgelati oggi fanno pienamente parte delle abitudini alimentari degli Italiani, soprattutto per la comodità del loro utilizzo in cucina. In più questi prodotti, possiedono proprietà nutritive, organolettiche e di sicurezza che possono superare quelle del prodotto fresco, specie se rimasto inutilizzato per qualche giorno. La qualità dei surgelati disponibili sul mercato dipende dai processi produttivi che hanno raggiunto in media un alto livello tecnologico, che sono in grado di conservare al meglio tutte le loro caratteristiche nutrizionali e sensoriali.

Ne parliamo con un esperto del settore, Giorgio Donegani, tecnologo alimentare, divulgatore, portavoce dell’Ordine nazionale dei tecnologi alimentari e presidente dell’Istituto Italiano Alimenti Surgelati.

Domanda: Innanzitutto facciamo chiarezza: in che cosa consiste la surgelazione e in che cosa si differenza dalla congelazione?
Risposta: La surgelazione è una congelazione rapidissima che consente di evitare la formazione di cristalli di ghiaccio di dimensioni medio-grandi all’interno del prodotto. Nel congelamento lento, invece, si formano dei cristalli di ghiaccio piuttosto grossi, che possono aggregarsi tra loro in macrocristalli e danneggiare, per esempio, le pareti delle cellule dei vegetali, e le membrane cellulari delle carni e dei pesci. Al momento dell’uso, dopo lo scongelamento, dai cibi “danneggiati” da questi cristalli fuoriescono liquidi che possono contenere una quota di nutrienti che va così perduta. Al contrario, il processo di surgelazione è così veloce da produrre microcristalli di dimensioni così piccole da non riuscire ad aggregarsi tra loro e da non raggiungere un volume tale da danneggiare le strutture cellulari. Come conseguenza, tutte le sostanze nutritive rimangono intatte all’interno dell’alimento. Non per niente gli anglosassoni definiscono i surgelati “long-fresh”. In passato era previsto un tempo massimo di congelazione di quattro ore per poter definire un prodotto “surgelato”, ma oggi le tecnologie sono talmente avanzate da consentire di rimanere ampiamente al di sotto di questo limite. Tanto che è stato tolto, perché viene comunque sempre garantito.

I freezer di casa consentono di congelare o anche di surgelare? Quanto possono durare i cibi al loro interno sia preparati in casa sia acquistati surgelati?
In casa non è possibile surgelare, neanche con i congelatori più moderni a 4 stelle, che non scendono però al di sotto di -25° C. È possibile soltanto congelare, con una diminuzione della succulenza (soprattutto dei prodotti ricchi di acqua), una percettibile modifica del gusto (negli alimenti grassi) e la perdita di una quota dei fattori vitaminici, in particolare quelli idrosolubili, e di sali minerali. La pratica è comunque molto utile anche a livello domestico per evitare sprechi, soprattutto se si ha un orto o se si è acquistata un’eccedenza di cibo, con l’accortezza di consumare i cibi congelati da sé entro i tre mesi da quando li abbiamo posti in freezer. Dal punto di vista microbiologico, infatti, un alimento congelato in casa ha una carica batterica superiore in partenza rispetto a quello surgelato e questo può comportare a una diminuzione della durata nel tempo. Per realizzare la surgelazione a livello industriale, caratterizzata dai pregi descritti, le temperature di lavorazione sono molto inferiori e possono arrivare anche tra i -80°C e i -120°C.

Quali sono i vantaggi (e gli svantaggi) che offre la surgelazione e quali sono le proprietà e le caratteristiche che i prodotti surgelati mantengono, (o invece perdono) rispetto a quelli freschi?
Nei surgelati lo sviluppo di microorganismi si blocca quasi istantaneamente, così come le reazioni a carico dei grassi. Il prodotto rimane quindi inalterato sia nelle sue proprietà nutrizionali che in quelle organolettiche di consistenza e sapore. I surgelati hanno un termine minimo di conservazione ma non hanno una data di scadenza vera e propria, a patto che venga mantenuta sempre la catena del freddo. Altri vantaggi sono la praticità, in particolare il grande risparmio di tempo nella preparazione, la varietà dell’offerta, la riduzione degli sprechi (assenza di scarti), la convenienza economica, le caratteristiche di igiene e sicurezza.

Si può essere tranquilli sul fatto che la catena del freddo venga sempre mantenuta?
Sì. I freezer dei supermercati devono mantenere i surgelati al loro interno ad almeno – 18°C. Questa è la temperatura di sicurezza che impedisce ai microcristalli di sciogliersi anche minimamente e che consente di mantenere i prodotti nella forma in cui sono stati realizzati e in cui sono arrivati al punto vendita. Il consumatore può accertarsi di persona della temperatura controllando i termometri posti all’interno dei freezer che per legge devono essere ben visibili. Esiste una deroga di 3°C per il trasporto, ma tutti i mezzi sono dotati di un registratore di temperatura per garantire la continuità del freddo ed eventuali verifiche di controllo. È interesse di tutti mantenere la qualità e integrità dei prodotti. Nel caso di freezer a pozzetto che fossero pieni oltre la linea di carico indicata in rosso, un consiglio al consumatore attento può essere quello di preferire una confezione posta sotto a quelle più superficiali.

Tornando al confronto con il prodotto fresco, che considerazioni possiamo fare?
Spesso il confronto prodotto surgelato/prodotto fresco viene fatto dimenticando che gli alimenti continuano ad avere una loro vitalità cellulare anche dopo la raccolta. Il tempo che intercorre tra il momento della raccolta e quello del consumo è determinante per le qualità nutritive dell’alimento stesso. Normalmente tra la raccolta e la surgelazione passano circa 3-4 ore. Le grandi aziende hanno stabilimenti nei pressi dei produttori, perché il primo requisito per realizzare un buon surgelato è che il prodotto sia in condizioni perfette. L’alimento raccolto nell’orto e consumato subito è certamente ottimo, ma normalmente prima di arrivare alla nostra tavola passa di mano in mano in una catena che richiede del tempo: dal produttore giunge al distributore o grossista, quindi al rivenditore. Va poi aggiunto il tempo di esposizione sul banco del supermercato. Anche una volta portato a casa, non è raro che trascorra altro tempo prima del consumo, magari due o tre giorni o più. Sono stati fatti numerosi studi sul contenuto delle vitamine più sensibili alla degradazione come l’acido folico e la vitamina C: nei surgelati la degradazione è molto minore anche dopo 6 mesi di conservazione, rispetto a quella che si verifica in un prodotto fresco solo dopo 6 giorni di normale permanenza sul mercato.

Si potrebbe affermare che i surgelati possono contribuire alla qualità della dieta delle persone e delle famiglie, contribuendo al tempo stesso alla sostenibilità (del pianeta ed economica) e alla lotta allo spreco?
Certamente. I surgelati incrementano il consumo di alimenti sani e tipici della dieta mediterranea come il pesce e la verdura, che altrimenti verrebbero maggiormente trascurati, soprattutto a causa dei tempi di preparazione lunghi. Inoltre i surgelati sono prodotti anti-spreco per eccellenza per diverse ragioni. Vengono utilizzati interamente, senza scarti, e quindi un confronto di costo andrebbe calcolato a parità di porzione effettivamente consumata. Nei vegetali freschi lo scarto che deriva dalla mondatura può raggiungere il 40% del prodotto. La loro lunghissima durata impedisce lo spreco dovuto a scorte eccessive di alimenti deperibili rispetto ai consumi reali. Inoltre oggi i prodotti sono facili da porzionare grazie agli enormi progressi raggiunti dalla tecnologia della surgelazione. In particolare la IQF, Individually Quick Frozen, evita la formazione di un blocco unico e riesce a surgelare i singoli elementi con il loro condimento intorno (per esempio i chicchi di un riso pronto surgelato). Si tratta di un grosso passo avanti antispreco, perché si cuoce facilmente di volta in volta solo la porzione da consumare. Aggiungo che siamo abituati a parlare di spreco materiale, inteso come gettare via il cibo, per esempio perché andato a male, ma esiste uno spreco non visibile, che è proprio quello che riguarda i nutrienti che vanno persi a seguito di una cattiva conservazione. Questa perdita nei surgelati non avviene. Un’ultima considerazione riguarda il risparmio notevolissimo in termini di consumo di acqua e di energia di tutte le operazioni di lavaggio, preparazione e mondatura eseguite a livello industriale su grosse quantità di cibo rispetto alla somma delle stesse operazioni eseguite su piccole quantità in casa.

Esiste un metodo ottimale per scongelare i prodotti e per cucinarli? Quali errori bisogna evitare e perché?
La prima regola è di non scongelare i surgelati a temperatura ambiente. Il freddo, infatti, blocca i microorganismi ma non li uccide. Ponendo l’alimento a 20°C o più i microorganismi in superficie acquistano una vitalità eccezionale e si riproducono molto rapidamente. Il tempo di scongelamento, infatti, è troppo lento e ne consente la proliferazione: scongelare in frigorifero migliora molto questo aspetto. Tuttavia, quando è possibile, è sempre meglio cuocere il prodotto direttamente surgelato, per esempio buttandolo in acqua bollente (come nel caso di verdure, minestroni), utilizzando il forno a microonde, mettendolo in padella (per esempio, con i piatti pronti) o ponendolo sulla piastra (se si tratta di carne o pesce). Naturalmente bisogna abituarsi a modalità e tempi di cottura un po’ diversi da quelli del prodotto fresco ma, una volta “presa la mano”, i risultati sono ottimi. Il forno a microonde è un eccellente sistema di cottura per i surgelati, anche grazie alla rapida propagazione del calore all’interno dei cibi stessi. Consiglio di non limitarsi a scaldare il cibo alla temperatura di consumo (es. 40° C) ma di portarlo a 70° C e aspettare qualche minuto prima di estrarlo e consumarlo, sia per avere il massimo della garanzia igienica, sia per consentire al calore di diffondersi in modo uniforme in tutte le sue parti.

Che ruolo hanno oggi gli alimenti surgelati nelle abitudini alimentari degli Italiani e qual è l’approccio dei consumatori a questa tipologia di prodotti?
Oggi i surgelati sono consumati in modo abituale dagli italiani, tanto che la media pro capite annuale ha superato i 17 kg. Non sono più “cibi di emergenza”, ma vengono considerati un’opzione buona, sana e utile da poter scegliere in base alle proprie esigenze. L’aumento di utilizzo registrato durante il periodo della pandemia di COVID-19 ha rappresentato una vera e propria prova diretta nel quotidiano della qualità e della praticità dei surgelati, nonché della varietà dei prodotti, del loro buon sapore e del grande risparmio di tempo che consentono. Le caratteristiche organolettiche di consistenza e di gusto sono migliorate molto nel tempo, tanto che alcuni chef stellati scelgono di utilizzare alcune materie prime surgelate proprio per avere la garanzia di massima qualità. Esaurita l’emergenza sanitaria, i consumi non hanno subito un decremento. Si è verificato, invece, un ulteriore e continuo aumento. Tra le diverse categorie di prodotti le verdure sono al primo posto, seguite dalle patate, dal pesce e dai piatti pronti, compresi tanti salatini per allestire appetitosi aperitivi in casa a prezzi contenuti. Il surgelato ha acquisito un ruolo anche nelle cene in casa con gli amici, perché si possono offrire piatti elaborati con garanzia di successo, semplicemente seguendo le istruzioni d’uso.

Quali sono le false credenze più diffuse che rappresentano un freno ai consumi dei prodotti surgelati? Che messaggi occorre trasmettere, secondo lei, per superarle e infondere maggiore fiducia su questo prezioso metodo di conservazione degli alimenti?
La prima falsa credenza è che il surgelato abbia qualità nutritive inferiori rispetto al prodotto fresco, ma questo, come abbiamo detto, non è vero. C’è il dubbio, poi, che vengano utilizzate materie prime di qualità più scarsa. Anche questo non è vero. È interesse del produttore acquistare l’alimento nel momento di piena stagionalità, quando è disponibile in grandi quantità e a costo inferiore. Il modello italiano prevede l’impianto degli stabilimenti di surgelazione nei pressi dei campi di produzione proprio per garantire tempi minimi di trasporto e la massima qualità. È vero invece che possono essere utilizzati prodotti inferiori da un punto di vista puramente estetico, e quindi scartati dai supermercati, ma di qualità nutrizionale sempre ottima. Il primo requisito per un buon surgelato è la qualità della materia prima. La cubettatura, per esempio, di una carota o di una mela dalla forma irregolare, ne consente l’utilizzo evitando assurdi sprechi. Infine sottolineo che il timore della presenza di conservanti è da fugare completamente poiché nei surgelati i conservanti sono vietati per legge e completamente assenti. Il freddo conserva. Serve divulgare queste informazioni.

Nei menu di alberghi e ristoranti viene utilizzato un asterisco per indicare la presenza di un ingrediente/alimento surgelato, come se ciò fosse indice di qualità inferiore da segnalare al consumatore. C’è un obbligo di legge al proposito?
L’asterisco sui menù rappresenta una peculiarità tutta italiana che può disorientare gli stranieri (e non solo) e scoraggiare la scelta del piatto in oggetto, senza motivi ragionevoli, visto tutto quello che abbiamo appena detto circa la qualità e bontà dei surgelati, non inferiore a quella dei prodotti freschi. Non è un obbligo sancito da una legge ma trae origine da una diatriba avvenuta negli anni Settanta che ha visto dare ragione a un cliente avvocato scontento di non essere stato avvisato della surgelazione di una pietanza che, peraltro, aveva molto gradito. Il ristoratore fu condannato perché secondo il giudice avrebbe dovuto indicare il metodo di conservazione del prodotto e la sentenza, da allora, ha fatto giurisprudenza. Siamo l’unico Paese che ha questa norma assurda che fornisce un’informazione inutile e deviante: sminuisce quello che potrebbe essere considerato un valore aggiunto. Nelle vicine Francia, Spagna, Germania, Grecia… non troveremo mai questa precisazione.
Approvvigionarsi sempre e solo di alimenti freschi limita l’offerta, è antieconomico e meno sicuro sul piano igienico. Inoltre l’uso di surgelati in un Paese come il nostro ricco di biodiversità e dal forte richiamo turistico, consente di offrire piatti tipici anche fuori stagione, a partire da materia prima colta nel momento di piena maturazione. Pensiamo per esempio ai carciofi alla romana, o alla parmigiana di melanzane, che si trovano in menu tutto l’anno. Fortunatamente le indagini di mercato indicano che il 60% dei consumatori giovani sono consapevoli della qualità degli alimenti surgelati e al ristorante scelgono non dando peso alla presenza dell’asterisco.

Da sapere

Oggi molti centri di produzione sono praticamente autosufficienti sul piano energetico e producono l’energia dalla biomassa degli scarti di lavorazione degli alimenti e con pannelli solari
La dispersione energetica è stata ridotta al minimo coibentando i magazzini di stoccaggio
Grazie al rapporto diretto con gli agricoltori, specifiche indicazioni di raccolta consentono di minimizzare eventuali impurità e corpi estranei, riducendo il processo di lavaggio (per es. gli spinaci vengono tagliati un po’ sopra al suolo per evitare la presenza di sassolini)
Per quanto riguarda i prodotti della pesca, i pescherecci sono in grado di lavorarli e congelarli direttamente a bordo, secondo standard elevati
Il lavaggio controcorrente degli alimenti garantisce in tempi rapidi un’efficacia molto alta della pulizia, con risultati decisamente superiori a quelli raggiungibili a casa sul prodotto fresco (evitando tra l’altro l’ammollo che può favorire la perdita di vitamine e sali minerali per osmosi)

Bibliografia di riferimento

Istituto Italiano Alimenti Surgelati (IIAS) https://www.istitutosurgelati.it/

Bouzari A, Holstege D, Barrett DM. Vitamin retention in eight fruits and vegetables: a comparison of refrigerated and frozen storage. J Agric Food Chem 2015;63:957-62.

Linshan Li, Ronald B. Pegg, et al. Selected nutrient analyses of fresh, fresh-stored, and frozen fruits and vegetables. J Food Compos and Anal 2017;59:8-17.

La Scheda

Originaria della zona del Mediterraneo o del vicino Oriente, la fava è il seme della Vicia faba, una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Fabaceae (o Leguminose). Coltivate al giorno d’oggi anche in Medio Oriente e in alcune regioni temperate di Asia, America e Africa, sia per il consumo umano che come foraggio per gli animali, le fave ricoprono tradizionalmente un ruolo importante nella dieta per l’alto valore proteico e la facilità di conservazione.

Cosa contengono

Dal punto di vista nutrizionale, si caratterizzano per un buon apporto di proteine: circa 8 g in una porzione standard di fave fresche (150 g), insieme a quasi 8 g di fibre. Contengono poi carboidrati, soprattutto amidi (3,8 g/100 g) e una quota trascurabile di lipidi (0,2 g/100 g). Inoltre, le fave fresche apportano buone quantità di vitamina C, folati e tiamina; tra i minerali, presenti in quantità meno rilevanti, si segnalano potassio, fosforo e ferro. Nelle fave secche decorticate la rimozione dell’acqua e del tegumento esterno comporta un aumento importante della concentrazione di proteine e di carboidrati, con un conseguente incremento dell’apporto calorico da 49 a 357 kcal per 100 g. Il confronto tra le porzioni (150 g per le fave fresche e 50 g per quelle secche) mostra un dimezzamento della fibra e una marcata diminuzione della vitamina C, mentre i minerali risultano generalmente più abbondanti nella fava secca.

Cosa c’è da sapere

Molti studi associano il consumo di fave (e di legumi in generale) a benefici per la salute. L’apporto di fibre, il basso indice glicemico e la presenza di antiossidanti, come i fenoli, modulano favorevolmente il metabolismo, contribuendo anche alla protezione dallo stress ossidativo. Le proteine delle fave contengono l’aminoacido essenziale lisina e possono completare il profilo aminoacidico dei cereali, che ne sono carenti. Va sottolineato che le fave contengono anche fattori antinutrizionali (tannini, acido fitico, inibitori delle proteasi, lectine, saponine, ossalati) che possono ridurre la biodisponibilità di alcuni nutrienti, causando al tempo stesso qualche disturbo gastrointestinale. Diverse tecniche di lavorazione — ammollo, cottura, decorticazione, fermentazione e trattamenti enzimatici — ne riducono però la concentrazione, migliorando la tollerabilità e il valore nutrizionale del prodotto finito. Le persone che hanno ereditato il deficit dell’enzima glucosio-6-fosfato deidrogenasi (che caratterizza il favismo, il più comune difetto genetico enzimatico umano) possono invece andare incontro a quadri potenzialmente assai pericolosi di anemia emolitica acuta, dovuti a due glicosidi (vicina e convicina) presenti in alte concentrazioni solo nelle fave.

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