I frutti rossi

La malnutrizione dell’anziano: un problema in aumento - Mangiare frutti di bosco previene o contrasta la sindrome metabolica? - La cannella

L’Editoriale

I frutti rossi sono tra le new entry forse più interessanti nel gruppo, di numerosità crescente, degli alimenti con effetti di salute potenzialmente favorevoli. Probabilmen- te per il loro ricco contenuto in polifenoli (che al ben noto effetto antiossidante uniscono quelli, forse più importanti, di natura antinfiammatoria, prebiotica, di modulazione dell’espressione genica) questi piccoli e gustosi alimenti stanno diventando una costante e piacevole presenza nell’alimentazione di chi è attento alla propria salute.

L’Intervista di questo numero di AP&B, alla prof.ssa Daniela Martini, al prof. Cristian Del Bo’ e al dott. Samuele Venturi dell’Università di Milano mette a fuoco un ulteriore elemento di interesse associato al loro consumo: la capacità di ridurre il rischio di sviluppare la sindrome metabolica, patologia di diffusione ampia e crescente, che rappresenta il punto di accesso alle malattie cardio metaboliche, molto diffuse nella società moderna. È soprattutto il mirtillo a uscire in modo chiaro dalla loro revisione della letteratura, di recente pubblicazione: ma anche altri frutti ne condividono la capacità di modulare soprattutto il profilo lipidico, tipicamente alterato in questa condizione.

Il Tema è invece dedicato a un argomento che potremmo definire in controtendenza: la malnutrizione. In una società che, sul piano alimentare, sembra carat- terizzata soprattutto da un eccessivo consumo di alimenti e di calorie è utile ricordare che, specie nell’età più avanzata, si incontrano ancora con relativa frequenza quadri di insufficiente apporto di specifici nutrienti. Nell’anziano è soprattutto l’apporto proteico ad essere talvolta inadeguato, con conseguenze da non trascurare: se l’insufficienza diventa importante, si riflette negativamente sulle masse muscolari dell’organismo, fino al quadro della sarcopenia, nel quale la situazione di salute complessiva si modifica in modo sfavorevole.

La Scheda di questo numero è dedicata a una spezia abbastanza tipica del periodo natalizio: la cannella.

Buona lettura!

Franca Marangoni
Direttore Scientifico AP&B

Il Tema

La malnutrizione dell’anziano: un problema in aumento

Lo stato di nutrizione di una persona deriva dalla complessa interazione tra le sue necessità nutrizionali, la quantità e qualità di cibo che assume nella giornata e la capacità di utilizzare le sostanze nutritive contenute negli alimenti. Rappresenta un indicatore significativo dello stato di salute di un individuo: quando l’organismo è malnutrito, cosa che può avvenire sia per eccesso e sia per difetto, si manifestano condizioni subcliniche o cliniche di varia natura, con aumento della morbilità, della mortalità e dei costi sociosanitari in generale.

In età geriatrica la malnutrizione è piuttosto diffusa a livello globale e comporta un’alterazione della composizione corporea, spesso con diminuzione della massa magra, e una compromissione delle funzioni fisiche e cognitive con aggravamento della prognosi delle malattie esistenti.

Purtroppo, l’attenzione dedicata agli aspetti nutrizionali nella terza età (>65 anni) non è spesso sufficiente. Nella valutazione multidimensionale di un paziente manca di solito un’analisi specifica sul suo stato di nutrizione e non è prevista una scheda nutrizionale nella cartella clinica o nel fascicolo sanitario elettronico.

Una recente review sull’argomento, pubblicata su Lancet, esamina il problema della malnutrizione negli anziani in modo dettagliato, basandosi sulle evidenze disponibili in letteratura riguardo all’identificazione (diagnosi) e al trattamento di questa condizione così critica, sottolineando le discrepanze che esistono tra le evidenze teoriche, ormai ben consolidate, e la pratica clinica nella vita reale e rilevando come sia necessario consolidare le conoscenze basate sull’evidenza e tradurle in approcci nutrizionali efficaci per migliorare la salute delle persone.

Riconoscere la malnutrizione

Generalmente la malnutrizione può essere sia per eccesso sia per difetto. La prima comprende sovrappeso, obesità e patologie non trasmissibili correlate con la dieta. La seconda comporta uno stato di sottopeso, carenze di micronutrienti, atrofia e, nell’infanzia, difetti nella crescita (wasting e stunting).

La diagnosi di malnutrizione deve discriminare tra condizioni con sintomi in parte sovrapposti come la sarcopenia, la fragilità e la cachessia. Una soluzione emergente per giungere a un gold-standard per la diagnosi deriva dal lavoro sviluppato di recente dal cosiddetto GLIM, Global Leadership Initiative on Malnutrition, che è in corso di validazione nella popolazione anziana in numerosi ambiti e in presenza di diverse condizioni cliniche.

La diagnosi di malnutrizione GLIM prevede la presenza concomitante di due tra i criteri causali predefiniti (bassa assunzione di cibo, scarsa assimilazione degli alimenti, infiammazione, presenza di patologie) e almeno uno dei tre criteri fenotipici tipici: ridotta massa muscolare (rilevata attraverso misurazioni validate della composizione corporea percentuale di acqua, grasso e muscolo), perdita di peso non intenzionale, e basso BMI (body mass index, indice di massa corporea).
Dimensioni e cause del fenomeno
Secondo le stime più recenti, circa un quarto della popolazione adulta con più di 65 anni è malnutrita o a rischio di malnutrizione. Il numero probabilmente crescerà parallelamente al rapido aumento percentuale della popolazione anziana. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, infatti, tra il 2019 e il 2050 questo gruppo demografico raddoppierà in molte aree del mondo.

Le cause della comparsa di uno stato di malnutrizione nella popolazione anziana sono complesse e non del tutto chiarite. È frequente che la presenza di patologie acute o croniche porti a introdurre meno cibo; lo stato cronico di bassa infiammazione tipico di alcune patologie come la broncopneumopatia cronica ostruttiva o BPCO, l’insufficienza cardiaca o l’insufficienza renale cronica può portare a una riduzione dell’appetito che attiva il catabolismo della muscolatura scheletrica, inibendo lo svuotamento gastrico e ostacolando l’azione degli ormoni che regolano l’appetito. In questi meccanismi sono coinvolte numerose citochine pro-infiammatorie tra cui il tumor necrosis factor alfa (TNFα), la proteina C reattiva, le citochine IL-1b e IL-6.

Un altro responsabile importante di malnutrizione è senz’altro la difficoltà a mangiare o inghiottire che deriva da patologie gravi come l’ictus, il Parkinson e la demenza senile. Per anoressia senile, invece, si intende la perdita di peso dovuta a scarso appetito e a insufficiente assunzione di cibo legata a cambiamenti fisiologici non dipendenti da uno stato infiammatorio.

Tra questi ricordiamo una ridotta funzionalità sensoriale (gusto, olfatto e vista attenuati), problemi di disfagia, la riduzione della massa muscolare, l’aumento della massa grassa, variazioni endocrine (ridotta produzione di grelina acilata da parte dello stomaco; ridotta azione dell’insulina) e l’accumulo di ormoni inibitori dell’appetito (come CCK, GLP-1 e leptina).

Infine, la malnutrizione può essere dovuta a una vera e propria indisponibilità di cibo, per la verità non comune nel nostro Paese, associata a pandemie o eventi climatici estremi come siccità o incendi o, più facilmente (e questo succede anche in Italia), a condizioni di natura socioeconomica o psicologica. Difficoltà finanziarie, isolamento sociale, emarginazione, abitudini alimentari scorrette, fattori culturali e scarsa informazione sono altre possibili cause di malnutrizione.

Calorie e proteine in prevenzione

Le necessità dietetiche degli anziani sono diverse da quelli dei più giovani: nell’anziano va posta la massima attenzione all’assunzione energetica giornaliera e alla quota derivante dalle proteine. Con l’avanzare dell’età l’assunzione di proteine deve aumentare per mantenere la massa magra e le funzioni fisiologiche, poiché invecchiando decresce la capacità dell’organismo di utilizzarle. Inoltre, la soglia anabolica (alla quale, in altre parole, si attivano i fenomeni della sintesi delle proteine dell’organismo) è più alta e richiede quindi pasti più ricchi delle proteine stesse.

La quantità giornaliera raccomandata secondo le linee guida pubblicate da Espen, European Society for Clinical Nutrition and Metabolism, è di almeno un grammo di proteine per Kg di peso al giorno. Altre Linee guida prevedono un’assunzione che varia da 0,83 a 1,2 g/kg/die, tenendo conto che la quota può aumentare in caso di malattia, presenza di infezioni e necessità di recupero da esercizio fisico fino a 1,2-1,5 g/kg/die.

La quota energetica introdotta per prevenire gli stati di malnutrizione dovrebbe essere almeno pari a 30 Kcal/kg/die, anche se in letteratura si rileva un’ampia variabilità riguardo ai requisiti minimi nell’anziano.

Il counselling alimentare e la fortificazione degli alimenti sono i primi due interventi da prendere in considerazione per prevenire o trattare la malnutrizione nell’anziano. Alcuni esempi di fortificazione degli alimenti sono l’aggiunta di un uovo a una minestra o di un integratore nutrizionale in polvere dal sapore neutro a un cibo cucinato oppure l’aggiunta da parte dell’industria alimentare di specifiche sostanze utili a cibi di largo consumo (es. latte addizionato di calcio e omega-3).

Se ciò non risultasse sufficiente, dovrebbe essere considerata la prescrizione di integratori nutrizionali per uso orale. Questo vale anche per le persone ricoverate in ospedale, che dovrebbero essere seguite a questo riguardo per almeno un mese dopo le dimissioni, dato che gli effetti benefici possono manifestarsi a distanza di un po’ di tempo dall’inizio dell’utilizzo e che a casa esiste il rischio di abbandono dell’assunzione.

Ne esistono in commercio innumerevoli e di varia composizione, a seconda delle specifiche necessità, con gusti spesso dolci (vaniglia, cacao, caffè) che incontrano maggiormente il gradimento dell’anziano e con una consistenza adatta anche a chi ha difficoltà di masticazione e deglutizione. Come accennato, alcuni integratori in polvere hanno gusto neutro per essere addizionati ai cibi proprio per consentire di fortificarli con un mix delle sostanze nutritive più necessarie.

Chi deve intervenire e come?

I medici di medicina generale hanno poco tempo a disposizione per occuparsi di screening nutrizionali e tendono spesso a identificare il problema solo nei casi più gravi, quando è davvero evidente. Anche negli ambienti ospedalieri e nelle residenze per anziani sussiste una seria criticità legata alla mancanza di tempo, risorse e personale dedicato. La diagnosi di malnutrizione di norma non viene registrata nella cartella clinica personale e non vengono intraprese o suggerite azioni correttive per migliorare la situazione.

Inoltre, spesso le figure sanitarie che ruotano intorno al paziente hanno anche una scarsa consapevolezza e conoscenza dell’importanza dello screening nutrizionale dei pazienti. Per questo motivo è stato proposto di inserire la materia tra quelle obbligatorie nei percorsi di studio di medici e infermieri. Attualmente in Europa solo la metà delle scuole di medicina includono la malnutrizione nell’anziano all’interno del curriculum di studi. Davvero poche.

La malnutrizione dovrebbe essere inclusa anche nelle campagne educazionali in materia sanitaria rivolte al pubblico, che attualmente sono dominate dalla narrativa dell’obesità, anche perché numerosi fattori di rischio di malnutrizione possono essere corretti con interventi appropriati.

Le Linee guida Espen del 2019 riassumono i principali interventi possibili per contrastare la malnutrizione. In tabella riportiamo le principali raccomandazioni basate su prove di efficacia forti o medie (evidence-based). Ne esistono numerose altre, definite “good practice points”, basate solo sul consenso degli esperti (consensus-based) derivato dall’esperienza clinica personale. Serve quindi lavorare ancora per giungere nei prossimi 5-10 anni a uno standard internazionale basato su evidenze più ampie sia per la diagnosi di malnutrizione che per gli interventi utili a contrastarla o prevenirla.

Punti chiave

  • L’identificazione della malnutrizione, il consiglio e l’assistenza nutrizionale agli anziani vengono spesso tralasciati in presenza di necessità di altri tipi di cure mediche ritenute più urgenti.
  • La malnutrizione predispone gli anziani a un aumento del rischio di eventi avversi clinici come la fragilità, l’osteoporosi, la riduzione di massa muscolare e la mortalità.
  • Per gestire gli stati di malnutrizione in modo efficace è necessario uno screening di routine della popolazione anziana a rischio, abbinato a una valutazione nutrizionale. In caso di riscontro positivo devono essere intrapresi interventi correttivi adeguati.
  • Bisogna impostare un piano nutrizionale completo e prevedere fortificazione del cibo, educazione, counselling nutrizionale ed eventualmente l’uso di integratori nutrizionali.
  • Nell’anziano, in generale, non sono opportune restrizioni alla dieta. I rischi associati alla malnutrizione sono infatti più complessi e peggiori rispetto a quelli collegati a sovrappeso e obesità. Eventuali limitazioni legate alla necessità di perdita di peso devono essere sempre associate a un aumento dell’attività fisica.
  • La disponibilità di opzioni per gestire la malnutrizione varia in base alla regione geografica, a seconda della disponibilità di risorse, della priorità che viene data ai problemi nutrizionali negli anziani e alle conoscenze dei professionisti sanitari in merito, che purtroppo non sempre è adeguata.
  • Per migliorare gli interventi nutrizionali bisognerebbe ottimizzare il monitoraggio delle abitudini alimentari e introdurre linee guida sulla nutrizione integralmente basate sull’evidenza, abbinate a strategie per la loro implementazione reale.

Bibliografia di riferimento

Dent E, Wright ORL, Woo J, Hoogendijk EO. Malnutrition in older adults. Lancet 2023;401:951-966.

Ministero della Salute. Direzione generale per l’igiene la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, Ufficio 5. Miglioramento della salute dell’anziano per gli aspetti nutrizionali (con particolare riguardo alla malnutrizione per difetto) – 2020 https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3074_allegato.pdf

Volkert D, Beck AM, Cederholm T, Cruz-Jentoft A, Goisser S, Hooper L, et al. ESPEN guideline on clinical nutrition and hydration in geriatrics. Clin Nutr 2019;38:10-47.

L'Intervista agli esperti: Daniela Martini, Cristian Del Bo’ e Samuele Venturi

Mangiare frutti di bosco previene o contrasta la sindrome metabolica?

La sindrome metabolica è caratterizzata da un insieme di condizioni dismetaboliche tra cui l’obesità centrale, la dislipidemia, l’intolleranza al glucosio e/o l’insulino resistenza e l’ipertensione.
Evidenze sempre più solide indicano che l’assunzione alimentare di diversi tipi di frutti di bosco e delle sostanze bioattive in essi contenute possa essere utile per prevenire questa diffusa patologia o ridurne i fattori di rischio.
Se questi risultati verranno confermati dagli studi futuri, sarà possibile ipotizzare strategie di prevenzione che includano in modo regolare questi alimenti all’interno della dieta.

Ne parliamo con la prof.ssa Daniela Martini, il prof. Cristian Del Bo’ e il dottor Samuele Venturi dell’Università degli Studi di Milano, autori di una interessante review che indaga il potenziale ruolo dell’inserimento dei frutti di bosco, nell’ambito di un’alimentazione equilibrata, per contrastare la sindrome metabolica, pubblicata su Nutrients:“Berry Dietary Interventions in Metabolic Syndrome: New Insights”1.

Domanda: Innanzitutto, che cos’è la sindrome metabolica? Che percentuale della popolazione riguarda?
Risposta: Con sindrome metabolica si intende la presenza di una serie di alterazioni metaboliche note per essere collegate a esiti avversi per la salute. La sua definizione è stata armonizzata nel 2009 e a oggi definisce la condizione caratterizzata da almeno tre fattori di rischio su cinque tra: obesità centrale (circonferenza vita ≥102 cm nei maschi, ≥88 cm nelle femmine); trigliceridi alti (≥150 mg/dL); basso colesterolo HDL (≤40 mg/dL nei maschi, ≤50 mg/dL nelle femmine); ipertensione (≥130/85 mmHg) ed elevata glicemia a digiuno (≥100 mg/L) (Tabella 1).
Negli ultimi anni, la sindrome metabolica è diventata molto più comune negli Stati Uniti d’America, dove interessa oltre il 30% di adulti, ma rappresenta un problema serio anche in Europa dove ne è affetto oltre il 24% di adulti. Molte delle condizioni che possono contribuire allo sviluppo della sindrome metabolica sono prevenibili attraverso modifiche allo stile di vita e, in primis, con un’alimentazione adeguata e aumentando l’esercizio fisico.

D. Quali sono le premesse del vostro lavoro e quali le conclusioni principali a cui è giunta la vostra analisi?
R. La correzione della dieta rappresenta una strategia fondamentale per la prevenzione delle malattie cardiovascolari e, a questo proposito, esistono prove sempre più solide in letteratura che rilevano una associazione inversa tra il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, la sindrome metabolica e il consumo di alimenti vegetali, grazie al loro contenuto in composti bioattivi. Tra questi alimenti, i frutti di bosco come mirtilli, more e fragole, sono stati oggetto di studi volti a valutare la loro capacità di prevenire la sindrome metabolica, proprio alla luce del loro contenuto non solo in vitamine, minerali e fibre ma anche in polifenoli.
Per questo motivo, abbiamo condotto una revisione delle più recenti evidenze derivanti da studi di intervento, che hanno valutato l’effetto del consumo di frutti di bosco in soggetti con sindrome metabolica.
In particolare, abbiamo analizzato le evidenze derivanti da 17 studi di intervento, la maggior parte dei quali era focalizzata su mirtilli, mirtillo rosso americano e bacche di aronia, mentre pochi o nessuno erano disponibili per gli altri frutti di bosco. I principali effetti positivi sono risultati correlati al profilo lipidico: per esempio, aumento delle lipoproteine ad alta densità (colesterolo HDL), riduzione del colesterolo totale e LDL (lipoproteine a bassa densità) e trigliceridi.

D. In particolare quali frutti rossi sembrano essere più promettenti a questo scopo? È possibile identificare i nutrienti o componenti responsabili degli effetti favorevoli?
R. Tra i frutti di bosco utilizzati nei 17 studi di intervento considerati, quelli che hanno mostrato un effetto evidente sono stati i mirtilli e le bacche di aronia (Tabella 2). Al contrario, per altri frutti come il lampone, il mirtillo rosso americano, e le fragole non si sono osservati effetti significativi nei confronti dei fattori di rischio per la sindrome metabolica. Il motivo di questa discrepanza potrebbe essere legato ai differenti nutrienti e componenti presenti. Ad esempio, mirtilli e bacche di aronia sono particolarmente ricchi in antocianine, una classe dei flavonoidi che, oltre a conferire il colore blu intenso a tali frutti, si ipotizza possano svolgere un ruolo protettivo in sinergia con altri componenti (per esempio fibra, vitamine e minerali).

D. Su quali parametri caratteristici della sindrome emergono maggiormente gli effetti positivi della loro assunzione?
R. I principali effetti positivi osservati riguardano, come si ricordava, il profilo lipidico. In diversi studi si è visto come il consumo di mirtilli e di bacche di aronia abbia migliorato il profilo lipidico, con una riduzione del livello plasmatico di trigliceridi e con un aumento invece dei livelli del colesterolo HDL. Inoltre, si è osservato un miglioramento dei livelli del colesterolo totale e del colesterolo LDL, che potrebbe essere dovuto a una modulazione della sintesi epatica di apolipoproteina A-I o alla riduzione della produzione di acidi grassi. Tuttavia, dai risultati degli studi, soprattutto nel caso del mirtillo, emerge che le evidenze a oggi disponibili non sono del tutto sufficienti.

D. Ci sono informazioni anche per quanto riguarda altri fattori di rischio cardiovascolare?
R. In alcuni studi, si è osservata la modulazione di alcuni parametri coinvolti indirettamente nell’insorgenza della sindrome metabolica e del rischio di malattie cardiovascolari, ovvero la funzione vascolare, l’infiammazione e lo stress ossidativo. In particolare, il consumo di mirtilli, fragole e bacche di aronia ha migliorato alcuni marcatori di funzione vascolare come la flow mediated dilation (FMD, dilatazione flusso mediata), l’augmentation index (AIx, parametro utilizzato per valutare la funzione arteriosa, che riflette la rigidità delle arterie periferiche) e i livelli sierici di molecole di adesione cellulare vascolare (vascular cell adhesion molecules, VCAM). Inoltre, il consumo di mirtillo, mirtillo rosso americano, e lamponi ha determinato un miglioramento nei marker di stress ossidativo (LDL ossidate, livelli di malondialdeide e 4-idrossinonenale) e di infiammazione (interleuchina 6, fattore di necrosi tumorale alfa).

D. Quali sono gli altri indicatori per i quali i risultati sono caratterizzati da un maggiore grado di incertezza?
R. Dalla nostra analisi sono emersi risultati contrastanti relativamente ai possibili effetti sui parametri antropometrici, la pressione sanguigna e i livelli di glicemia a digiuno.
In particolare, in riferimento ai parametri antropometrici, solo in uno studio si è osservata un’associazione tra il consumo di bacche di aronia e la riduzione della circonferenza vita, del peso corporeo e del body mass index (BMI). In tutti gli altri studi non si sono osservati effetti al riguardo. Nel caso della pressione, sono 3 gli studi in cui si è osservata una riduzione della pressione arteriosa sia sistolica che diastolica, due dei quali sulle bacche di aronia e uno sul mirtillo. Infine, solo uno studio ha mostrato una riduzione del glucosio post-prandiale e della risposta insulinica a seguito del consumo di una singola dose di bevanda a base di mirtillo.

D. Dall’analisi degli studi disponibili è possibile trarre delle indicazioni pratiche basate su prove a supporto del ruolo dei frutti rossi nel ridurre i fattori di rischio che caratterizzano la sindrome metabolica?
R. Attualmente non è possibile fornire delle raccomandazioni precise per il consumo di frutti rossi. I risultati degli studi sono molto eterogenei e l’evidenza è insufficiente. Inoltre, negli studi valutati non si sono osservati degli effetti dose-risposta o effetti strettamente dipendenti dalla composizione in termini di composti bioattivi dei vari frutti rossi. Nonostante al momento non si possano dare delle indicazioni pratiche, vale però la pena di incoraggiare il consumo di frutti rossi, in modo da favorire l’apporto dei composti bioattivi che contengono e promuovere i loro potenziali effetti benefici sulla salute.

D. C’è la possibilità di fare maggior chiarezza sull’argomento?
R. Sicuramente. Alla luce delle evidenze disponibili fino a oggi, appare chiara l’esigenza di effettuare ulteriori studi sull’argomento, con l’obiettivo di comprendere meglio se i frutti di bosco possano davvero costituire una potenziale strategia dietetica per prevenire la sindrome metabolica e i relativi fattori di rischio. In particolare, appare di fondamentale importanza avere a disposizione studi di intervento di alta qualità per dimostrare il ruolo dei frutti di bosco nella riduzione dei fattori di rischio della sindrome metabolica.

Bibliografia

1 Venturi S, Marino M, Cioffi I, Martini D, Del Bo’ C, Perna S, Riso P, Klimis-Zacas D, Porrini M. Berry Dietary Interventions in Metabolic Syndrome: New Insights. Nutrients. 2023;15:1906.

La Scheda

La cannella comune si ricava dalla lavorazione della parte più interna della corteccia di due piante appartenenti alla famiglia delle Lauracee e al genere Cinnamomum: Cinnamomun zeylanicum, nativa dello Sri Lanka, più pregiata e dall’aroma più dolce, e Cinnamomum cassia, originaria della Cina, più economica e caratterizzata da un aroma più secco. è una spezia largamente utilizzata anche nella cucina italiana, soprattutto per la preparazione di dolci, distinguibile per il suo color nocciola e per il caratteristico profumo. L’ aroma secco è pungente simile a quello dei chiodi di garofano dai quali, però, si differenzia per una nota leggermente pepata. In commercio si trova sotto forma di “stecche” essiccate oppure in polvere.

Aspetti nutrizionali

100 g di cannella apportano 301 kcal, principalmente associate agli zuccheri solubili e al contenuto in fibra. Tuttavia, considerando il minimo quantitativo che se ne consuma in quanto spezia, non contribuisce in modo rilevante all’apporto di nutrienti. Il suo utilizzo, specialmente in preparazioni dolci, può però aiutare a contenere l’aggiunta di zucchero. Tra i micronutrienti contenuti nella cannella si segnala la presenza di calcio, ferro e manganese. Inoltre, è ricca di polifenoli, composti con proprietà antiossidanti.
Il componente caratteristico dell’olio estratto dalla corteccia di cannella è l’aldeide cinnamica, che è responsabile del sapore zuccherino: nei cibi dolci si ha un effetto sinergico tra il gusto dello zucchero e il dolce aroma della cannella. Viene impiegata nella produzione di dentifrici per mascherare il sapore del pirofosfato, composto dal sapore sgradevole che inibisce la calcificazione della placca.

Che cosa bisogna sapere

Già citata nella Bibbia, la cannella è in uso da secoli come spezia e nella medicina tradizionale come astringente e germicida. Sono diversi gli effetti attribuiti a questa spezia sulla base di prove sperimentali ottenute in vitro e in vivo: antinfiammatori, antimicrobici, antiossidanti, antitumorali, ipocolesterolemizzanti e immunomodulatori. Di particolare interesse sono i numerosi studi che hanno dimostrato il potenziale ruolo della cannella nel metabolismo dell’insulina, potenziandone l’attività o stimolando il metabolismo del glucosio cellulare. Nonostante gli studi clinici sull’uomo siano ancora pochi, i risvolti più incoraggianti sembrano osservarsi nei confronti del controllo della glicemia postprandiale.
Recenti evidenze supportano il ruolo dell’aldeide cinnamica e dell’epicatechina contenute nella cannella nella neuroprotezione, interferendo a diversi livelli dello stress ossidativo e dell’infiammazione sistemica.
È bene tuttavia ricordare che la cannella contiene cumarina, una sostanza che a dosaggi molto elevati nuoce a fegato e reni, per tanto è consigliabile non abusarne.

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