Latte e sonno

Latte e sonno: dalla tradizione alle conferme della moderna ricerca scientifica - L’approccio nutrizionale alla steatosi epatica - I lamponi

L’Editoriale

Con questo numero riprende la pubblicazione di AP&B che, a partire da questo mese, troverete con regolarità nella vostra casella di e-mail.

Abbiamo approfittato del periodo di interruzione per rinnovarlo nella grafica, in linea con il restyling a cui è stato sottoposto il sito di NFI, ma anche per fare qualche riflessione sulla crescente importanza che continua ad acquisire nella società contemporanea l’informazione sul rapporto tra alimentazione e salute e sul possibile ruolo di NFI in questo contesto.

Probabilmente non è mai stato difficile come in questo momento orientarsi tra i messaggi che arrivano da ogni parte (soprattutto del web) su questo tema: fonti diverse propongono quotidianamente interpretazioni differenti, quando non opposte, relativamente al ruolo di alimenti, nutrienti e pattern alimentari come strumenti per ricercare e mantenere il proprio benessere. Anche la lettura e la presentazione degli studi pubblicati sulle riviste internazionali possono variare a seconda dei commentatori: con il risultato di aumentare l’incertezza (anziché contribuire a fare luce) su temi che interessano tutti, perché toccano le abitudini alimentari o di stile di vita, che sono aspetti chiave della nostra quotidianità.

Riprendiamo quindi a far sentire la nostra voce, cercando di mantenere l’equilibrio tra rigore scientifico e chiarezza dei messaggi che abbiamo sempre perseguito come caratteristica del contributo di AP&B.

La relazione tra latte e sonno e le novità dalla ricerca sull’integrazione nella steatosi epatica non alcolica sono gli argomenti trattati rispettivamente nel Tema, a cura di Elena Mattioli, che rivela che l’abitudine tradizionale del bicchiere di latte bevuto prima di andare a dormire è in realtà supportata da un’ampia review della letteratura, e nell’Intervista ad Arrigo Cicero, Professore associato di Scienze Tecniche Dietetiche Applicate all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e Presidente della Società Italiana di Nutraceutica, che fa chiarezza su una condizione sempre più diffusa nella popolazione adulta e sulle potenzialità che emergono dalla letteratura scientifica relativamente all’alimentazione e all’impiego degli integratori.

Buona lettura!

Franca Marangoni
Direttore Scientifico AP&B

Il Tema

Latte e sonno: dalla tradizione alle conferme della moderna ricerca scientifica

I disturbi del sonno, ovvero una bassa qualità o una durata insufficiente del riposo notturno, interessano una vasta parte della popolazione. Le conseguenze vanno oltre la semplice sensazione di stanchezza causata dalla mancanza di adeguato riposo; evidenze sempre più consistenti indicano che la privazione del sonno possa essere un significativo fattore di rischio comportamentale nello sviluppo di patologie cardiometaboliche.

Attualmente, sono in corso studi mirati per comprendere l’influenza della dieta, già nota per la sua stretta relazione con la salute, sulla qualità del sonno e per individuare quali categorie alimentari possano migliorarlo. Un’ipotesi in fase di studio è che i cibi ricchi di triptofano, aminoacido fondamentale per la produzione di serotonina e melatonina – sostanze promotrici del sonno – possano contribuire a migliorare la qualità del riposo. Tra questi, di notevole interesse sono il latte e i suoi derivati, che oltre ad essere particolarmente ricchi di triptofano, apportano una gamma di micronutrienti che agiscono come cofattori enzimatici, potenzialmente in grado di favorire il sonno, come la vitamina B6, ad esempio, che partecipa alla sintesi della melatonina dal triptofano, o il magnesio e lo zinco, che sono cofattori nella sintesi della serotonina derivata dalla melatonina.

La letteratura su questo argomento è l’oggetto di una revisione pubblicata da ricercatori della Columbia University, che hanno analizzato i dati degli studi epidemiologici osservazionali disponibili, cercando anche di definire l’eventuale causalità di questa relazione sulla base degli esiti degli studi di intervento1.

Sonno e alimentazione: una relazione bidirezionale Sempre più evidenze indicano che la qualità del sonno

Sempre più evidenze indicano che la qualità del sonno così come quella dell’alimentazione sia correlata al rischio cardiometabolico. Periodi di sonno troppo brevi, definiti come inferiori a 7 ore per notte, e una qualità del sonno scarsa sono associati a un maggior rischio di obesità e patologie cardiovascolari. Si suppone quindi che modificando la dieta sia possibile modulare il sonno. Un’ipotesi plausibile è che la qualità del sonno negli adulti sani possa migliorare in risposta all’aumento della quota proteica2. Questo perché sia la melatonina che la serotonina derivano dal triptofano, presente in numerose fonti proteiche, di cui sono ottime fonti le caseine e le sieroproteine contenute nel latte e nei derivati.

Gli studi epidemiologici osservazionali

L’associazione favorevole tra latte e derivati è supportata innanzitutto dagli studi di epidemiologia osservazionale: uno dei primi è quello condotto in una popolazione di studenti universitari statunitensi, nel quale la frequenza dell’assunzione di alcuni prodotti della filiera in particolare (latte, yogurt e formaggi freschi) è risultata associata a una minore probabilità di qualità del sonno scarsa. Particolarmente numerosa é la coorte britannica UK Biobank: dall’analisi dei livelli di consumo di latte e derivati e stile di vita è emersa una relazione curvilinea tra i livelli di assunzione e la qualità del sonno misurata con un punteggio ad hoc, che era peggiore sia nei non consumatori di latte che nei soggetti con livelli di consumo invece molto elevati3. Se questa seconda parte della curva non è facilmente giustificabile sulla base dei dati disponibili (se non considerando i livelli elevati di assunzione come marker di un’alimentazione complessivamente non equilibrata) la prima (ovvero l’associazione diretta e positiva) tra latte e riposo notturno è stata attribuita dagli autori di questo lavoro al contributo dei nutrienti essenziali contenuti nel latte, comprese le vitamine del gruppo B, che svolgerebbero un ruolo importante nei ritmi circadiani e nei processi omeostatici del sonno. La relazione latte-sonno è stata evidenziata, per esempio, anche in atleti giapponesi e in una popolazione di anziani, suggerendo che la minore difficoltà ad addormentarsi rilevata nei consumatori regolari di latte e formaggi potesse essere modulata dall’esercizio fisico. Gli studi epidemiologici osservazionali disponibili, pur fornendo spunti interessanti per suggerire una correlazione favorevole tra latte e sonno, presentano le criticità tipiche delle ricerche di questo tipo, che sono basate su informazioni auto-riferite dai partecipanti, potenzialmente soggette a errori, coinvolgono perlopiù adulti che non hanno problemi di riposo notturno, non permettono di isolare alcuni aspetti che potrebbero influenzare tale relazione, come l’attività fisica, le differenze tra sessi, i fattori demografici e la composizione della dieta in generale. In pratica, non consentono di valutare la causalità delle associazioni mostrate.

MELATONINA

Il Regolamento 432/2012 della Commissione Europea riconosce alla melatonina un ruolo nel contribuire alla riduzione del tempo richiesto per prendere sonno. Tale indicazione (o claim) può essere utilizzata solo per alimenti che contengono 1 mg di melatonina per porzione quantificata. Tale indicazione va accompagnata dall’informazione al consumatore che l’effetto benefico si ottiene con l’assunzione, poco prima di coricarsi, di 1 mg di melatonina.

Gli studi di intervento

Informazioni più puntuali emergono dagli studi clinici di intervento che hanno valutato gli effetti delle variazioni sperimentalmente indotte nell’assunzione di latticini rispetto a un gruppo di controllo. I risultati sono nel complesso positivi: il sonno migliora in risposta al consumo di latte o di bevande che lo contengono. Anche queste sperimentazioni però presentano limiti metodologici, soprattutto se condotte con alimenti complessi e quindi non in grado di distinguere gli effetti specifici dei singoli componenti alimentari. É il caso degli studi ormai datati, condotti con il latte di Horlicks, una bevanda a base di latte e polvere di malto, e altri in cui è stato aggiunto miele al latte, che non permettono di identificare chiaramente l’elemento responsabile dell’effetto osservato. Questo perché sembra che fonti di carboidrati, come il malto e il miele, possano aumentare la disponibilità di triptofano per la sintesi di melatonina e serotonina, svolgendo quindi un ruolo attivo al proposito. Recentemente, è stata valutata la potenziale efficacia di una bevanda contenente sieroproteine del latte e galatto-oligosaccaridi (GOS), integrata con triptofano, magnesio, zinco, niacina, vitamina B6 e vitamina D3, in confronto con una bevanda simile al latte senza alcuna integrazione (placebo). I miglioramenti si sono manifestati già dopo due settimane di assunzione nel gruppo che, all’inizio dello studio, presentava disturbi del sonno di vario genere, valutati sia attraverso la compilazione di questionari e sia oggettivamente grazie all’attività di monitoraggio notturno. Il prolungamento della supplementazione oltre le due settimane non ha mostrato effetti aggiuntivi nei giorni successivi. Nonostante sia emersa la necessità di ulteriori studi più ampi e metodologicamente rigorosi, i ricercatori della Columbia University ritengono che questi dati, per quanto preliminari, siano indicativi delle potenzialità di un approccio nutrizionale che combina l’associazione GOS-sieroproteine del latte con una specifica integrazione per migliorare la durata e la qualità del sonno. Ricerche più rigorose dovranno comprendere anche l’uso di verifiche oggettive, come la polisonnografia eseguita in momenti diversi, per valutare dettagliatamente eventuali cambiamenti nella struttura del sonno a seguito dell’assunzione del prodotto a base di latte rispetto al prodotto di confronto.

I prodotti a base di latte fermentato

Un altro ambito di ricerca che ha prodotto osservazioni interessanti riguarda la modulazione del microbiota intestinale con probiotici. Gli studi clinici basati sulla supplementazione con latte fermentato con Lactobacillus casei Shirota e con yogurt fermentato con Lactobacillus delbrueckii ssp. Bulgaricus, hanno evidenziato un miglioramento della qualità del sonno in associazione con la minore presenza di batteri potenzialmente sfavorevoli a livello intestinale, come il Bacteroides fragilis. Gli studi di questo tipo non forniscono informazioni sui meccanismi che regolano gli effetti della dieta sulla qualità del riposo, ma possono rappresentare uno stimolo ad altre ricerche in questo campo che considerino con attenzione anche le possibili differenze nella composizione basale del microbiota intestinale di ciascun individuo, che possono essere influenzate da fattori come l’età e la composizione della loro dieta abituale. L’obiettivo potrebbe essere lo sviluppo di strategie nutrizionali personalizzate non solo per migliorare il sonno, ma anche per garantire e preservare unostato di salute ottimale nel tempo.

Il ruolo della frazione proteica del latte

Una parte consistente della ricerca su latte e sonno si è naturalmente focalizzata sulla componente proteica caratterizzante di questo alimento. La caseina, il complesso delle proteine del siero e l’α-lattoalbumina oltre a essere proteine ad alto valore biologico, costituiscono una fonte di triptofano, l’aminoacido precursore della melatonina (vedi figura 1). La risposta all’α-lattoalbumina in termini di aumento dei livelli plasmatici di triptofano, riscontrata inizialmente in modelli sperimentali, è stata confermata nell’uomo e messa in relazione con una riduzione del tempo necessario per addormentarsi, specie nelle persone che inizialmente manifestavano maggiori difficoltà in tal senso.

Più marcato sulla durata e sulla qualità del sonno sembrerebbe essere l’effetto dell’idrolisato di α-s1 caseina (CTH). Anche se i risultati finora ottenuti non sono definitivi, sembra che l’assunzione di questa proteina possa influenzare positivamente la qualità del riposo notturno, specialmente se assunta per un periodo prolungato. Il meccanismo di questo effetto deve ancora essere completamente compreso, ma sono state proposte due ipotesi plausibili: 1) l’aumento della produzione di melatonina; 2) la maggiore espressione di uno dei due recettori per l’acido γ-amminobutirrico (GABA), un neurotrasmettitore con funzione inibitoria nel sistema nervoso centrale. L’idrolisi del latte genera altre proteine potenzialmente in grado di influenzare la quantità e la qualità del sonno, come l’α-casozepina, un derivato del CTH. Alcuni peptidi presenti nel latte vaccino sono stati in grado di ridurre l’ansia e l’insonnia in vari modelli animali, agendo sui recettori per il GABA. Studi a lungo termine e accuratamente controllati saranno comunque necessari per comprendere appieno gli effetti di queste proteine nell’uomo e i relativi meccanismi.

I micronutrienti

Anche alcuni micronutrienti contenuti nel latte, in particolare il magnesio e lo zinco, svolgono un ruolo essenziale nella produzione di melatonina a partire dal triptofano, agendo come cofattori per le reazioni enzimatiche di questa via metabolica4. L’associazione diretta tra apporto di magnesio e zinco e la facilità a prendere sonno e una maggiore durata del sonno profondo è supportata dagli studi osservazionali che, tuttavia, considerando la quota di questi due micronutrienti complessivamente fornita da qualsiasi fonte alimentare, non permettono di valutare specificamente il ruolo dei derivati dei latte. Vi sono alcuni studi clinici condotti contro placebo che confermano nel complesso l’efficacia del magnesio e dello zinco nel migliorare la durata e la qualità del sonno, indicando che concentrazioni più elevate di questi micronutrienti potrebbero essere associate a un sonno più profondo e a un miglior ritmo sonno-veglia. Gli studi basati su combinazioni di minerali con o senza melatonina non permettono di confermare questi dati, né di determinare quale componente contribuisca agli effetti positivi.

Valutare attentamente i risultati

Gli esperti suggeriscono quali dovrebbero essere le caratteristiche degli studi futuri utili per chiarire la relazione tra consumo di latte e derivati e qualità del sonno. Innanzitutto, dovrebbero consentire la definizione dei tempi ottimali dell’assunzione rispetto all’ora di andare a letto, che probabilmente rappresentano un aspetto cruciale dell’effetto dei componenti dei prodotti lattierocaseari sulla qualità del sonno. In secondo luogo, la metodologia da adottare dovrebbe essere sempre più precisa per mettere in grado di raccogliere non solo dati soggettivi (tramite questionari), ma anche dati oggettivi tramite actigrafia o polisonnografia. Anche l’inclusione tra i soggetti allo studio di adulti affetti da disturbi del sonno, oltre che persone senza problemi di questo tipo permetterebbe di migliorare la qualità dei dati ottenuti e di differenziare efficacemente gli approcci nutrizionali.

Gli autori della revisione sottolineano infine come la comprensione dei meccanismi d’azione dei componenti del latte e dei suoi derivati potrebbe gettare le basi anche per lo sviluppo di prodotti utili per un’integrazione mirata.

Conclusioni

  • La relazione tra alimentazione e sonno rappresenta un campo di studio promettente.
  • Secondo le evidenze disponibili il consumo di latte e dei suoi derivati avrebbe un ruolo positivo sulla qualità del sonno.
  • Sono numerosi i nutrienti contenuti nei prodotti appartenenti a questa categoria di alimenti potenzialmente in grado di favorire il sonno (caseina, α-lattoalbumina, triptofano, zinco, magnesio, ecc.).
  • Per questo motivo è importante discernere tra gli effetti dei singoli componenti del latte distinguendoli da quelli derivanti dal resto della dieta.
  • Ulteriori ricerche, soprattutto studi clinici ben controllati, saranno cruciali per comprendere meglio questi legami e per formulare raccomandazioni precise sulla relazione tra latte e sonno.
  • Alla luce della crescente consapevolezza dell’importanza del sonno per la salute, le osservazioni che ne deriverebbero potrebbero avere implicazioni significative nella promozione di uno stile di vita salutare a livello della popolazione generale.

Bibliografia di riferimento

1 St-Onge MP, Zuraikat FM, Neilson M. Exploring the Role of Dairy Products In Sleep Quality: From Population Studies to Mechanistic Evaluations. Adv Nutr. 2023 Mar;14(2):283-294.

2 Sutanto CN, Wang MX, Tan D, Kim JE. Association of Sleep Quality and Macronutrient Distribution: A Systematic Review and Meta-Regression. Nutrients. 2020 Jan 2;12(1):126.

3 Hepsomali P, Groeger JA. Diet, Sleep, and Mental Health: Insights from the UK Biobank Study. Nutrients. 2021 Jul 27;13(8):2573. doi: 10.3390/nu13082573. PMID: 34444731; PMCID: PMC8398967.

4Ji X, Grandner MA, Liu J. The relationship between micronutrient status and sleep patterns: a systematic review. Public Health Nutr. 2017 Mar; 20(4):687-701.

L'Intervista all'esperto: Arrigo Cicero

L’approccio nutrizionale alla steatosi epatica

La steatosi epatica non alcolica (non-alcoholic fatty liver disease, NAFLD), per la quale è stata recentemente proposto un cambio di denominazione che sottolinea la relazione con la disfunzione metabolica (metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease MASLD), è una condizione molto diffusa, che colpisce nel mondo il 10-25% della popolazione adulta, il 15% dei bambini e oltre il 50% dei pazienti affetti da diabete mellito di tipo II. Rappresenta una importante causa di morbilità per patologie del fegato e di mortalità cardiovascolare. Ne parliamo con Arrigo Cicero, Professore associato di Scienze tecniche dietetiche applicate presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, uno degli esperti del panel internazionale che ha preparato il documento “Nutraceutical approaches to non-alcoholic fatty liver disease (NAFLD): A position paper from the International Lipid Expert Panel (ILEP)”, pubblicato su Pharmacological Research1.

D.: Che cos’è la steatosi epatica non alcolica?
R.: La steatosi epatica non alcolica, come dice il termine, è una condizione in cui si verifica un accumulo di materiale lipidico all’interno del tessuto epatico in assenza di consumo (o con un consumo trascurabile) di bevande alcoliche. Questo accumulo adiposo è associato a una serie di condizioni fisiopatologiche importanti che possono portare a una progressiva degenerazione del fegato: dopo una fase iniziale possono infatti instaurarsi fenomeni infiammatori (steaotoepatite non alcolica NASH, fase II di NAFLD) seguiti da fibrosi, che può evolvere ulteriormente in cirrosi, ossia scompenso epatico avanzato. In molti casi i pazienti con NAFLD non arrivano allo stadio clinico della cirrosi perché la steatosi epatica tende a favorire la comparsa di diabete di tipo II e di patologie cardiovascolari, potenzialmente fatali.

Quali indicazioni ci sono per la diagnosi?
R.: È molto importante indagare su questa condizione di base totalmente asintomatica, che interessa circa il 20% degli adulti italiani, con una prevalenza che aumenta molto nelle persone sovrappeso o già affette da diabete. Questa percentuale è davvero molto elevata e coincide più o meno con quella della popolazione adulta con sindrome metabolica; i pazienti dei due gruppi (NAFLD e sindrome metabolica) sono in parte gli stessi. La persona affetta da steatosi epatica non alcolica molto spesso è un soggetto sovrappeso, non necessariamente obeso, che presenta alterazioni del metabolismo degli zuccheri e spesso è anche ipertrigliceridemico. Si trova, a volte, in una condizione sfumata nella quale il medico curante si sofferma più su altri elementi concomitanti, senza andare a indagare specificamente sulla presenza di questa patologia, che si individua tramite una ecografia del fegato. Si tratta di un’indagine semplice che andrebbe eseguita più spesso su sospetto clinico. L’ecografia è in grado anche di rilevare il grado di steatosi: lieve, moderato o severo.

D.: Quali sono i principali fattori di rischio che si associano alla sua comparsa?
R.: Tra i principali fattori di rischio c’è il consumo eccessivamente elevato di bevande zuccherate, di alimenti con indice glicemico particolarmente elevato e, in generale, di tutto ciò che predispone allo sviluppo di insulino-resistenz a, diabete e rischio cardiovascolare. L’altro fattore di rischio importante è la sedentarietà, radice di molti problemi. L’incidenza è molto condizionata dalla qualità media della dieta, più che dalla quantità. A parità di calorie assunte, infatti, una persona che vive in Nord Europa o in Nord America tende ad avere una maggiore steatosi perché ha un’alimentazione qualitativamente peggiore. Una dieta ipercalorica di tipo Mediterraneo è meno sfavorevole di una dieta con un eccesso di calorie simile ma di tipo nordamericano (Western diet).

D.: Quali sono, se esistono, gli interventi di stile di vita più efficaci per contrastare la steatosi epatica non alcolica?
R.: Gli interventi sullo stile di vita finalizzati alla prevenzione e al miglioramento della steatosi epatica non alcolica sono gli stessi che vanno proposti per la prevenzione e la gestione della sindrome metabolica, dell’insulino-resistenza e delle patologie cardiovascolari in generale: un aumento dell’attività fisica, non trascurando una quota di attività aerobica, un abbassamento medio dell’indice glicemico degli alimenti, la riduzione del consumo di alimenti ricchi di zuccheri semplici.

D.: Esistono terapie farmacologiche con indicazioni specifiche per la gestione della patologia? A che punto sono gli studi?
R.: La maggior parte della sperimentazione in questo ambito riguarda farmaci che provengono dalla terapia del diabete e sono registrati come antidiabetici. Si è partiti, per esempio, dalla metformina e ora si sta indagando anche l’effetto di SGLT2 inibitori (inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2) e di GLP1 attivatori (agonisti del recettore del peptide-1 glucagone-simile). Nel diabetico sono efficaci perché riducono l’esposizione agli zuccheri circolanti e migliorano l’insulino sensibilità. Mancano, però, i farmaci per pazienti con NAFLD non diabetici, perché una riduzione della glicemia in chi non è diabetico può portare a episodi di ipoglicemia, con tutti i problemi che ne conseguono. Sono allo studio anche alcuni modulatori del metabolismo degli acidi biliari come l’acido obeticolico, un agonista del recettore del farnesoide X. Sempre per evitare l’instaurarsi di ipoglicemia nei pazienti non diabetici, un approccio allo studio è quello di prescrivere un’associazione di farmaci con meccanismo d’azione diverso, a dosaggio più basso di quello previsto per l’utilizzo singolo. È però della massima importanza capire che se riusciamo a intervenire sugli stili di vita del paziente, sia in termini di attività fisica che di qualità dell’alimentazione, in modo da raggiungere un peso corporeo ottimale, possiamo conseguire risultati molto migliori nella gestione e nella regressione della patologia rispetto a quelli attualmente ottenibili con l’approccio farmacologico. Purtroppo, è più semplice a dirsi che a farsi e per questo motivo spesso si cerca una scorciatoia meno impegnativa.

D.: Ci sono integratori che secondo le evidenze più solide disponibili potrebbero ridurre il grado di steatosi nei pazienti che ne sono affetti, o rallentarne la progressione?
R.: Ci sono tanti tentativi descritti in letteratura a questo proposito, ognuno dei quali ha la sua quota di incertezza. I prodotti che si sono dimostrati essere più attivi sulla protezione dal danno epatosteatosico sono la silimarina, estratta dal cardo mariano, e la vitamina E.

La silimarina è dotata di attività antiossidante con un tropismo specifico per il fegato e si è rivelata efficace negli studi clinici in tutte le fasi del danno epatico da NAFLD, compresa quella precirrotica. Il dosaggio necessario però è superiore a quello presente negli integratori in commercio e concentrare e stabilizzare un prodotto di estrazione e non biosintetico è molto costoso. È registrata come farmaco con indicazione specifica di epatoprotezione in molte farmacopee estere. In Italia non sono stati fatti investimenti per riportare il principio attivo all’interno delle liste rimborsate dal Servizio Sanitario Nazionale, dove si trovava più di trent’anni fa, da cui è stato rimosso perché i dossier non erano adeguati alle nuove normative.

Per quanto riguarda la vitamina E, le concentrazioni che si sono dimostrate epatoprotettive sono purtroppo superiori a quelle ritenute sicure nell’area cardiovascolare e potrebbero quindi indurre un aumento di rischio in questo ambito. La vitamina E, infatti, sembra essere protettiva per il sistema cardiovascolare sotto a una certa soglia, ma l’effetto si inverte se la si supera.

D.: Quali sono gli altri nutraceutici promettenti quanto a dati di efficacia?
R.:
Gli acidi grassi omega 3 sono epatoprotettivi in modo proporzionale al loro effetto di riduzione della trigliceridemia. Servono quindi dosaggi medio alti, superiori a 2 g al giorno, che non sono quelli contenuti nella maggior parte degli integratori, e che possono essere costosi, salvo che non li si impieghi contemporaneamente per trattare più condizioni cliniche (es: ipertrigliceridemia).

Un altro principio attivo molto interessante è la curcumina estratta dalla curcuma. Molti studi clinici dimostrano le sue proprietà epatoprotettive, ma in Italia il Ministero della Salute ha imposto un avvertimento sulla confezione (warning) per sconsigliare l’utilizzo in pazienti epatopatici. La decisione è stata presa in seguito ad alcune segnalazioni di eventi avversi di tipo epatotossico avvenuti solo in Italia, che non si sono ripetuti nel tempo dopo il provvedimento, e la cui attendibilità resta quindi un po’ incerta.

Nel mercato dell’integrazione per l’epatosteatosi vengono normalmente utilizzati deimix di sostanze di origine vegetale (e non solo) alla minima dose potenzialmente efficace che possa generare un impatto positivo senza indurre effetti indesiderati. Per esempio associare la silimarina a basso dosaggio alla vitamina E, pure a basso dosaggio e a un altro estratto (es. di carciofo, berberis o bergamotto) può contribuire complessivamente a migliorare l’insulino sensibilità e di conseguenza a migliorare il quadro clinico (con riduzione di transaminasi ed enzimi epatici). Mancano però studi clinici che indaghino a fondo i meccanismi d’azione ed efficacia di queste formulazioni miste e quelli esistenti sulle sostanze singole purtroppo sono tutti di breve durata. Quindi la pratica si basa su supposizioni più che su prove e viene tarata sul breve periodo, con tutti i limiti di un intervento che non è a lungo termine come invece servirebbe, né monitorato adeguatamente per quanto riguarda i possibili benefici.

Bibliografia

1 Rizzo M, Colletti A, Penson PE, Katsiki N, Mikhailidis DP, Toth PP, et al. International Lipid Expert Panel (ILEP). Nutraceutical approaches to non-alcoholic fatty liver disease (NAFLD): A position paper from the International Lipid Expert Panel (ILEP). Pharmacol Res. 2023 Mar;189:106679.

La Scheda

I lamponi, insieme a more e mirtilli, rientrano nella categoria dei frutti di bosco consumati. Dal punto di vista botanico, il frutto di Rubus idaeus, un arbusto cespuglioso appartenente alla famiglia delle Rosacee, è formato dall’insieme di drupeole. La forma del lampone può variare da tonda a ovale, e il colore dal rosa pallido al rosso rubino. In Italia la stagione dei lamponi va da maggio a ottobre.

Che cosa contengono

I lamponi, che sono composti per l’85% da acqua, apportano circa 49 kcal ogni 100 g, associate principalmente ai carboidrati semplici, e un elevato quantitativo di fibra soprattutto solubile. Tra i micronutrienti si segnalano la vitamina C e i folati. Inoltre, i lamponi sono ricchi di ellagitannini che, una volta idrolizzati a livello gastrico, liberano acido ellagico, un antiossidante fenolico che in base a studi sperimentali sarebbe in grado di inibire il processo di angiogenesi e quindi la crescita delle cellule tumorali. Inoltre, secondo i dati raccolti da uno studio dell’Università degli Studi di Milano, gli ellagitannini hanno dimostrato di avere anche un’attività antinfiammatoria a livello gastrico, specificamente nei confronti dell’Helicobacter Pylori.

Che cosa bisogna sapere

Ai lamponi sono attribuite proprietà antinfiammatorie riconducibili soprattutto ai flavonoidi contenuti nelle foglie, che possono essere utilizzate per preparare infusi; l’estratto delle foglie trova impiego anche per i disturbi legati al ciclo mestruale. All’azione antinfiammatoria è associata l’indicazione del succo di lamponi per contrastare i disturbi delle vie urinarie. Ricerche recenti hanno evidenziato una relazione tra l’assunzione di polifenoli contenuti nei lamponi, soprattutto antocianine, e la composizione favorevole del microbiota intestinale, con potenziali riflessi positivi sull’asse intestino-cervello. Tuttavia, i lamponi sono tra i frutti quelli che contengono le concentrazioni più elevate di acido ossalico che, se assunto in quantità elevate, può favorire la formazione di calcoli renali nelle persone già predisposte, o interagire con l’assorbimento di alcuni farmaci.

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